I docenti e i concorsi pubblici

Simone D’Alterio



I docenti e i concorsi pubblici (della dignità del lavoro e della funzione dello Stato).

Sono iniziati tra mille polemiche i concorsi per la scuola.
Dal bailamme che sta coinvolgendo lo Stato e le regioni, impegnati in un conflitto nel merito delle competenze relative ai provvedimenti sulla tutela della scuola nell’attuale situazione pandemica, emerge chiaro il dato dell’incertezza, aggravato da scelte, spesso adottate in maniera unilaterale, che non godono nemmeno del supporto della conoscenza del contesto su cui vanno ad influire.
Come spesso accade in Italia, i problemi che riguardano in generale il Paese, si acutizzano e trovano nuove declinazioni quando si parla di Meridione. Riassumendo la situazione attuale potremmo parafrasare una citazione celebre: quando si fa un concorso al sud si piange due volte, la prima perché non ci sono posti disponibili, la seconda perché i concorsi vengono dislocati in luoghi collegati poco e male.
Per rendere l’idea della situazione effettiva, a titolo meramente esemplificativo di una situazione comune, potremmo analizzare la condizione di un docente specializzato sul sostegno nella Scuola secondaria superiore, a cui aggiungeremo poi ulteriori livelli di difficoltà, attribuendogli la condizione “deficitaria” di essere residente in una regione del Meridione, che potrebbe essere, ad esempio, la Campania.
Proveremo dunque a muoverci su tre direttrici diverse, strettamente correlate, che indicano rispettivamente il disagio economico, sanitario e sociale che implicano gli attuali concorsi.
La premessa, valida a livello nazionale, è che i docenti specializzati sul sostegno hanno superato tre prove d’ingresso per accedere al corso di specializzazione: una prova preselettiva, un test scritto e uno orale, dal costo medio calcolato sulla penisola di circa 150€. Per quelli bravi e fortunati che hanno “vinto”, si è poi prospettata una spesa annuale, per il solo costo del corso, che oscillava tra i 2500 e i 4000€, senza che il Ministero prevedesse alcun tipo di sovvenzionamento per coloro che, pur avendo superato le prove, non fossero stati nella condizione di potersi permettere una tale spesa. Per inciso, trattasi dello stesso Ministero che insiste sull’importanza del merito, da cui possiamo dedurre che nascere benestanti sia da considerarsi, appunto, un merito, mentre la condizione di degenza viene reputata dallo Stato italiano una colpa.
Ai costi sopraelencati vanno ad aggiungersi quelli che non compaiono sui bollettini universitari, come ad esempio quelli relativi agli spostamenti per seguire i corsi e svolgere i tirocini, quelli di eventuali affitti in prossimità delle sedi universitarie, quelli degli incarichi lavorativi rifiutati per l’impossibilità di far coincidere i tempi dei corsi e quelli della scuola, quelli del personale delegato a svolgere le funzioni domestiche a cui gli specializzandi non potevano assolvere, e così via.

Andrebbero infine aggiunti i costi di partecipazione ai concorsi, che si sommano ancora una volta a quelli per i trasporti dovuti agli assurdi accorpamenti tra regioni, la cui gravità è acuita dall’attuale situazione epidemica in corso, per cui tali spostamenti risultano rappresentare un evitabilissimo ulteriore rischio di contagio.
Proprio la situazione sanitaria rappresenta la seconda problematica da affrontare per comprendere la gravità delle scelte del Ministero in continuo conflitto con le Regioni, soprattutto in relazione alla schizofrenica gestione della pandemia in atto. È qui che inizia a declinarsi la ulteriore ed eterna differenza tra Nord e Sud, che va a toccare anche l’ambito dei concorsi; a tal proposito ci viene in aiuto la condizione della Campania, il cui governatore ha decretato la chiusura delle scuole, che per circa un mese opereranno nuovamente in regime di didattica a distanza. A ciò va aggiunto il recente divieto di spostamento tra province emanato dalla stessa Regione, che prevede come unica eccezioni comprovati e autocertificati motivi di straordinaria urgenza, in cui certamente non rientra lo svolgimento di un concorso pubblico.
Tornando dunque al discorso dell’accorpamento tra Regioni per il concorso, e al nostro esempio del docente specializzato sul sostegno per la scuola secondaria di secondo grado, un insegnante campano che volesse svolgere il concorso straordinario previsto per il 16 novembre, dovrebbe farlo contravvenendo ad una legge regionale, operando uno spostamento sulla provincia di Palermo, in una zona compresa tra Bagheria e Termini Imerese, ad una distanza media dalla Campania di circa 700 km, per arrivare alle 7:15 del mattino, a svolgere il concorso, in scuole che spesso non sono neanche servite da mezzi pubblici.
Tutto quanto appena descritto, in una logica sistemica, va ad inscriversi in una più ampia questione sociale, che vede la Campania mettere a concorso appena sei posti sul sostegno, a fronte della richiesta, ad inizio anno scolastico (si tratta quindi di un dato che intanto è sensibilmente cresciuto), di circa 1400 docenti che andassero ad integrare l’organico di ruolo nelle scuole secondarie di secondo grado.
Sarebbe altrettanto corretto aprire una parentesi sugli effetti collaterali che tale situazione finisce per generare sugli studenti, ma è presente in chi scrive la convinzione che la dignità professionale e umana di qualsiasi individuo non debba passare necessariamente per la pur centrale tipologia di funzione che egli va a svolgere, per poter trovare il proprio giusto riconoscimento.
Le Istituzioni, d’altra parte, in questi mesi, si sono dilungate in fiumi di parole per dichiarare la priorità della tutela degli studenti e in particolare di quelli con disabilità, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti: la promessa del MIUR di garantire la presenza in classe fin dal primo giorno di tutti gli insegnanti, si è dissolta sotto il peso degli inevitabili errori di una burocrazia che ha calpestato più volte i diritti della scuola, pur di conseguire dei falsi successi da mettere sul piatto dei risultati elettorali. Contemporaneamente, la Regione Campania, nell’imporre la chiusura delle scuole per manifesta incapacità di gestione della situazione pandemica, ha decretato in via eccezionale la possibilità per gli studenti con disabilità di continuare a frequentare in presenza. Non si capisce però in presenza di chi o di che cosa essi dovrebbero frequentare la scuola, giacché il fulcro del benessere emotivo dei ragazzi con disabilità risiede nelle occasioni di interazione con i loro pari, spesso negate al di fuori del contesto scolastico. Si tratta di fatto di un goffo e pietistico tentativo portato avanti da chi non conosce la condizione di disabilità e il suo rapporto col contesto scolastico, che ci riporta indietro di cinquant’anni alla condizione di emarginazione tipica delle scuole speciali. Non è dunque nelle dichiarazioni di intenti che si misura l’effettiva volontà di dare peso e centralità alla scuola, quale laboratorio di crescita delle istanze democratiche: in questo senso, lo Stato, nei suoi principi fondamentali, sembra essere ad oggi rappresentato meglio dai suoi funzionari che dalle sue istituzioni.
I concorsi intanto sono cominciati e difficilmente qualcuno avrà la coscienza di comprendere che dovrebbero essere fermati; tuttavia essi rappresentano un’imperdibile occasione per comprendere come siamo di fronte ad un più ampio problema sistemico di scollamento tra istituzioni e società civile, dove le prime operano non conoscendo le situazioni che riguardano la seconda.








pubblicato da l.cristiano nella rubrica democrazia il 23 ottobre 2020