Arbasino on the road. Su “Fratelli d’Italia”

Edoardo Pisani



“E se invece si facesse un romanzo fuoristrada?”
Alberto Arbasino, Fratelli d’Italia

“Essa entrò; e mostrò il culo.” “Entrò Carla; aveva indossato un vestitino di lanetta marrone con la gonna così corta, che bastò quel movimento di chiudere l’uscio per fargliela salire di un buon palmo sopra le pieghe lente che le facevano le calze intorno alle gambe…”

La prima frase è di Alberto Arbasino, da Fratelli d’Italia; la seconda, interrotta, è di Alberto Moravia, il celebre inizio de Gli indifferenti. Naturalmente Arbasino, o meglio uno dei suoi personaggi, nell’edizione adelphiana del ’93 di Fratelli d’Italia, riprende proprio l’incipit moraviano, cioè il romanzo borghese, classico, parodiandolo: Carla entra nella stanza e mostra inavvertitamente il culo. Siamo ai primi capitoli del libro; i personaggi, l’Elefante (il narratore), Antonio (o Andrea, nell’edizione einaudiana del ’76), Jean-Claude e Klaus, un gruppo di giovani colti e à la page che sembrano le possibili frequentazioni di Arbasino negli anni Sessanta (e a tratti, specie nei monologhi letterari, le multiple versioni dello stesso Arbasino che scrive), discutono di teoria del romanzo, citando Forster e Moravia e Gadda e Musil e Mann e Conrad e Faulkner e via di seguito, tra narrazioni classiche e sperimentalismi di ogni sorta – tutti volti, sembrerebbe, al fallimento. I personaggi di Arbasino dunque parlano di se stessi, del romanzo che essi stessi, conversando, vanno costruendo, teoria dopo teoria, una battuta via l’altra, perché anche Fratelli d’Italia è giocoforza un romanzo, o meglio un romanzo-saggio-conversazione, tanto che nei primi capitoli si sentono degli echi di Certi romanzi, il magnifico saggio arbasiniano scritto contemporaneamente o quasi a Fratelli d’Italia, come se i personaggi lo avessero letto (o scritto) e lo stessero commentando (o attuando), creando così una nuova forma romanzesca – proprio mentre discutono di teorie romanzesche.

Fratelli d’Italia è il romanzo più voluminoso di Alberto Arbasino, ripensato e riscritto e ampliato a perpetuità, fino alla versione definitiva del ’93, edita da Adelphi, la più dialogata e movimentata e a tratti estrema, di oltre milletrecento pagine, contro le cinquecento della prima edizione pubblicata da Feltrinelli nel 1963, un’opera (un manoscritto) che fece scompiglio nella casa editrice e nel mondo letterario italiano, con le dimissioni di Giorgio Bassani da direttore editoriale della “Biblioteca di letteratura” feltrinelliana e gli attacchi del Gruppo 63 contro le cosiddette “Liale”, cioè Bassani e Cassola, mentre le avanguardie (Balestrini, Sanguineti, Pagliarani, lo stesso Arbasino) prendevano sempre più peso nelle gerarchie della casa editrice, che pubblicherà per l’appunto Fratelli d’Italia nella collana “Narratori di Feltrinelli”, nonostante il parere negativo dell’ormai dimissionario (e furioso) Bassani. La vicenda finirà in tribunale, con l’accusa di spionaggio editoriale per Bassani, che vincerà la causa. Il Gruppo 63, invero vilmente, moltiplicherà tuttavia gli attacchi contro di lui, con articoli “battaglieri” quali Il Bassani Disarcionato ovvero Si Salvi Chi Può ovvero Si Cominci A Pensare Male Dei Valori Costituiti o testi che tentavano di demolire criticamente, con scarsi risultati, la narrativa bassaniana, “troppo esile e vuota per poter valere sul piano della normalità, della tradizione ottocentesca, e d’altra parte troppo timida ed esitante a far valere come pregi, come elementi propri di una visione forte e originale, quel suo stesso senso di grigiore e di pochezza…” Bassani era uno degli autori maggiori del dopoguerra italiano, con opere quali Gli occhiali d’oro o Il giardino dei Finzi-Contini o Dietro la porta, e il Gruppo 63, con l’eccezione di Giorgio Manganelli (che amava molto Il giardino dei Finzi-Contini) e di Umberto Eco, si rinforzava attaccandolo, proponendosi quale alternativa al classicismo forsteriano, ormai démodé, e al supposto settarismo degli scrittori della “generazione di mezzo”, come la definiva lo stesso Bassani, ovvero “noi che siamo usciti dalla Resistenza conservandone la tensione morale e l’impegno politico”. E con grande tensione morale, oltre che con sdegno e stile letterario, Bassani ribatte agli attacchi del Gruppo 63, prendendo le distanze da Moravia (“non è abbastanza armato, secondo me, intellettualmente e moralmente” – quale coraggio!) e criticando “le anime belle della letteratura”, ossia gli scrittori e poeti o supposti tali del Gruppo 63, “tutti aggiornati anche fisicamente, nel taglio dei capelli e delle barbe, nelle giacche e nelle brache di velluto, nei camiciotti a quadrettoni, tutti così ‘artisti’, così ‘irresponsabili’, così innocuamente ‘arrabbiati’ o gelidi, comunque sempre chic…”. Infine Bassani se la prende con Arbasino, ed è il solo scivolone del suo intervento difensivo/combattivo, peraltro fatto da colui che aveva pubblicato le prime opere arbasiniane, i racconti e L’anonimo lombardo e lo stupendo Parigi o cara, che allora constava anche dei viaggi inglesi e tedeschi, a differenza dell’odierna edizione Adelphi. “Quanto ad Alberto Arbasino” scrive lo sdegnato Bassani, “lui, propriamente, forse non è nemmeno uno scrittore. È soltanto un uomo di mondo che sa scrivere.”

L’uomo di mondo riesce quindi a pubblicare il proprio romanzo fiume, il proprio romanzo monstre, Fratelli d’Italia, malgrado la bocciatura di Bassani, che aveva alcune riserve stilistiche e strutturali sull’opera, peraltro non del tutto fuori luogo. Perché Fratelli d’Italia è un romanzo che si legge difficilmente, discorsivo e prolisso, prossimo al Satyricon di Petronio, a Joyce e a Proust e a Musil e a Gadda ma anche alle strutture sinfoniche di Brahms e Haydn e Haendel e Wagner, come spiega Arbasino in Certi romanzi, con la trama che si sperde fra le infinite chiacchiere letterarie o artistiche/estetiche dei protagonisti, in uno stile più da sterminato carnet di appunti (è l’Elefante a narrare, a scrivere) che da diario o da romanzo; nondimeno la struttura dell’azione (e delle parole, dei discorsi), cioè del narrare, è ben congegnata, procedendo per tappe geografiche su e giù per l’Italia e non solo, fra cene e feste e riti mondani e innamoramenti fugaci, in una serie apparentemente inconcludente di discorsi e opinioni e fatti che sfocia da ultimo nel taccuino di Antonio, riportato dall’Elefante, un testo che “rompe” letteralmente lo scrivere, sostituendosi alla narrazione e divenendo stile anch’esso, narrazione anch’esso, musica anch’esso, seppure frammentario, un dire breve e continuamente interrotto da citazioni e appunti di ogni sorta, fino alla fine del romanzo, al suo tragico epilogo, che disvela la vita reale, ossia la morte, il suicidio della splendida Desideria, dietro la cartapesta delle tante e troppe e vane chiacchiere e teorie e avventure e musiche e libri e battute e feste sontuose che compongono (e scompongono) il libro. L’Italia di Arbasino pertanto è anche l’orrore; è la disperazione di Desideria che rimane sullo sfondo, non scritta, non raccontata, se non per pochi accenni a metà romanzo; è il taccuino di Antonio che si raffronta all’impossibilità di scrivere, di andare avanti e romanzare, forse di continuare a vivere. Fratelli d’Italia è il libro-mondo della generazione ricca e colta e superficiale, o meglio superficialmente colta e ricca, di Arbasino, una sorta di romanzo on the road e fuori road (ma le roads di Arbasino sono squisitamente culturali e estetiche) che nell’arte e per l’arte, o nella chiacchiera e per la chiacchiera, trova le sue ragioni di essere – e la sua forma.

La struttura di Fratelli d’Italia si apre all’indefinito, cioè all’impossibilità di andare oltre, pur sapendo che un oltre fatto di altre vite e di altre chiacchiere c’è, che tutto questo – il romanzo e la realtà, le esistenze dei protagonisti – continuerà (continuerebbe) indefinitamente. Come invecchieranno e moriranno infatti l’Elefante e Antonio, Jean-Claude e Klaus? Si ammaleranno, come Raimondo, l’amico di Desideria alla festa di Spoleto, uno dei grandi avvenimenti/movimenti del romanzo, che comprende tutta la seconda parte (la sezione Festival, nell’edizione Adelphi), con pagine che sembrano rifarsi al Proust dei Guermantes o al Fitzgerald di Jay Gatsby? Diventeranno degli inquieti novantenni, come lo stesso Arbasino, ora morto anch’egli, come muoiono tutti, personaggi e uomini? Antonio smetterà di scrivere, dopo la morte di Desideria, oppure ci saranno altri taccuini e altri romanzi pensati o scritti e altre conversazioni, altre interminabili chiacchiere? E soprattutto: cosa ne sarà, cosa ne è dell’Elefante, cioè dell’io – che a tratti, come per Antonio o gli altri amici, è anche l’io di Arbasino? Cosa ne è di tutti quanti?

“E così ci sarà bisogno di riflessioni teoriche, prima di rendersi conto che fare oggi un romanzo tradizionale e contemporaneo ha lo stesso senso che conquistare oggi l’Eritrea e fondare oggi la Fiat!” esclama uno dei personaggi, Antonio, che è un aspirante scrittore, poco prima del passo con la parodia moraviana, essa entrò e mostrò il culo, nel primo capitolo, discutendo di forme romanzesche defunte; e tuttavia viene da chiedersi se fondare oggi (narrativamente) la Fiat o conquistare oggi (narrativamente) l’Eritrea, magari con metodi che vadano oltre Moravia e Forster e non caschino in quelli che l’Arbasino di Certi romanzi chiama i Pericoli dell’Ingegnere (e i Pericoli dell’Arbasino?), cioè la trappola Gadda, perché “è difficile trovare un autore tanto rigoroso nel ‘fren dell’arte’ che possa invece eccitare i discepoli sventati e copioni alle licenze più sfrenate e più rovinose per loro stessi”, viene da chiedersi, dicevamo, se fare oggi un romanzo tradizionale e contemporaneo e bello e struggente non abbia in fin dei conti più senso che rivoltarsi alla trama e alla struttura classica del romanzo per finire vieppiù nel caos e per perdersi nella scrittura, nelle conversazioni e nelle voci e nella destrutturazione del romanzesco, voltando le spalle al Lettore, come molti maestri novecenteschi e come a tratti lo stesso Arbasino – c’è da domandarsi insomma se la Bellezza (il Romanzo) non possa essere anche e ancora classica e non più avanguardistica, non più o non necessariamente “nuova” ma semplicemente bella, cioè riuscita. Il romanzo che verrà potrebbe anche voltare le spalle a Arbasino.

Ma Arbasino è uno scrittore moderno (che resterà moderno, cioè necessario, ancora per molti anni, almeno in Italia, perché altrove è purtroppo poco tradotto e affatto conosciuto); e per lui essere uno scrittore, come afferma nel primo e fondamentale capitolo di Certi romanzi, significa anche “farsi aiutare dalle diverse discipline scientifiche, dall’antropologia alla psicologia, dalla sociologia alla linguistica, a capir meglio il proprio tempo, e i suoi problemi, per rappresentarli artisticamente con più efficacia.” Così lo Scrittore deve avere un’autocoscienza critica, saper guardare se stesso e la propria arte dall’esterno, criticamente, e svilupparsi attraverso le altre arti o discipline, cercando se possibile una nuova Forma, come hanno fatto Arbasino in Fratelli d’Italia e Gadda nel Pasticciaccio e Proust nella Recherche – e Musil, e Céline, e Gombrowicz, eccetera. E a chi lo taccia di nozionismo, ovvero di troppa cultura, di troppa ricerca romanzesca e non, di troppa saggistica sul romanzare, Arbasino ribatte con forza che tali accuse provengono “dallo strato mediocre dell’Establishment culturale nazionale: quello che vede come proprio ideale un piccolo clan di mandarini furbi e incolti, generalmente incapaci di scrivere un saggio, però tutti intenti a scambiarsi premi in cambio di cerimoniosità al di sopra di una palude di illetterati totali…” – altrimenti detto: dai romanzettieri della domenica e dagli addetti alla cultura, spesso romanzieri anch’essi, premiati e non, di successo e non, comunque dimenticabili.

La forza di Arbasino, che lo ha reso per anni una sorta di enfant terrible o érudit terrible delle letteratura italiana, sta nel suo far l’arte per l’arte, ma sempre cercando forme nuove, e talora nella sua violenza (o decisione) estetica, che lo spinge spesso alla boutade, alla provocazione, come quando, sempre in Fratelli d’Italia, fa dire a uno dei suoi personaggi (l’indomabile Antonio): “Gramsci va bene per i funzionari dei partiti o della Rai: quelli che vanno a rapporto dal capo in ufficio, e poi corrono a imporre ai subalterni organici la linea politica di stagione; e chi non si adegua è perduto.” Frasi come questa (di Antonio e non di Arbasino, benché sia Arbasino a scriverla e quindi a pensarla, anche se è meglio non tirare fuori lo specchio e il fango di Stendhal per le opere arbasiniane) sono tuttora attuali, al di là di ciò che pensi davvero Arbasino di Gramsci e dei partiti e dei capo ufficio, o per meglio dire compongono il paesaggio culturale dell’Italia del secondo Novecento, e di conseguenza anche il nostro, perché non c’è Italia, come non c’è Romanzo, che non si ripeta, seppure nella farsa o nella tragedia o – soprattutto e purtroppo – nel trash.

D’altra parte c’è in Arbasino, come osservava Ennio Flaiano in un’intervista del 1972, poco prima di morire, “un lato che nessuno ha notato, elegiaco, poetico, abbastanza sensibile”, che fa il paio con la sua erudizione e le sue frequenti provocazioni (o cattiverie, per quanto necessarie e giustificate, giacché ogni grande artista deve essere intransigente e nobile). Così Klaus dice, citando il suo amico Jean Paul, un poeta, e le sue parole ci riportano alla pluralità dell’arte romanzesca, per Arbasino, che si rifà anche alla scienza e ai sogni e ai miti e alla poesia, a ogni campo del sentire umano, per una scrittura che sia veramente e finalmente totale: “Il sogno può cogliere gli aspetti dell’universo nel momento nascente in cui le creature prendono forma… quel periodo geologico antichissimo che sopravvive nei miti primitivi e nelle visioni dei poeti… come se l’immaginazione ristabilisse un legame inesplicabile tra l’infanzia del mondo e l’infanzia delle idee… tumultuose, vertiginose tutt’e due… e con la misera emozione che prende davanti allo spettacolo dell’esitazione delle linee e delle masse in atto di ordinarsi nelle forme stabili del nostro universo…” Qui il Poeta vede, il Poeta sente, oltre la scienza e la geologia e la poesia stessa, nella rarefazione dell’arte e delle emozioni e nella stabilità o instabilità dell’Universo – di ciò che veramente e desolatamente è.

I romanzi di Arbasino, come i suoi saggi, grazie alla forza di uno stile sempre armonico, musicale anche nel “parlato” o nel discorsivo o nelle epistole, come ne L’anonimo lombardo o in Fratelli d’Italia, come nei ritmi interni delle poesie di Matinée (uno dei suoi libri più preziosi, ormai fuori edizione) o nei paragrafi/canti/elenchi frammentari e sperimentali del Super-Eliogabalo, assurgono al senso più profondo della Parola e del Raccontare e del Vedere e del Far Vedere, per una polifonia di voci e una narrazione di idee e visioni e fatti che nell’arte e grazie all’arte diventano Storia, cioè disegno romanzesco o saggistico o poetico. Per Arbasino, dopo ogni fine, si può soltanto ricominciare dal principio, continuare a scrivere o riscrivere e a leggere o rileggere, per finire di nuovo, ma interminabilmente. Se Fratelli d’Italia può sembrare un grande romanzo spaesato, spietato nella sua conclusione, è perché i personaggi che lo compongono – l’Elefante, Antonio, Klaus, Jean-Claude, Desideria, però anche le “comparse” minori, reali e non, come Father Zermatt, che racconta del giovane Francis Scott Fitzgerald – sono alla ricerca non tanto di un Autore quanto di un Significato, di un senso che giustifichi il loro esistere e il romanzo che si va scrivendo intorno a loro, che li ha creati ma che loro stessi, conversando, muovendosi, talora scrivendo a loro volta, come Antonio, riempiendo taccuini e tallonando l’Autore che non conoscono, fanno evolvere; ed è un Significato che naturalmente non troveranno, che non possono trovare perché non c’è, non per Arbasino. Nelle sue oltre milletrecento pagine, fra chiacchiere e opinioni e avventure mondane e viaggi, Fratelli d’Italia coglie la terribilità del tempo che fugge e che uccide ogni istante, ogni parola detta o scritta o vissuta, fissandolo nel presente/parlato della stesura e dell’esistenza, fino alla frammentarietà del finale e al gesto definitivo di Desideria, che rimane inspiegato e inspiegabile.

Desideria non ha scritto niente. Desideria si uccide, buttandosi dalla finestra. Il lettore è colto di sorpresa. Arbasino conclude il suo romanzo maggiore con un brusco cambio di tono, musicalmente un crescendo e un arresto, per il silenzio improvviso, per poter scrivere la parola fine. E l’Elefante? E Antonio? E Jean-Claude e Klaus? Non ci sono altre parole, non c’è la possibilità di scriverle, di seguitare il racconto. Si può solo ritornare sui propri passi, rileggere, al limite riscrivere, come ha fatto Arbasino di versione in versione, e poi perdersi nella moltitudine di voci di un’opera composita e “difficile” e ambiziosa, comica e tragica al tempo stesso, che continua a incantarci e a non avere eguali nella narrativa moderna, non soltanto italiana e europea.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 23 ottobre 2020