La solita compagnia di giro

Tiziano Scarpa



A pagina 631 di L’Italia di Dante. Viaggio nel paese della «Commedia», Giulio Ferroni scrive:

Ma ormai lascio le varie suggestioni acquatiche di Treviso, mentre nel raggiungere l’auto noto vari manifesti che annunciano nei prossimi giorni un festival letterario, il Carta Carbone, dedicato ad Autobiografia & dintorni: solita compagnia di giro, Scarpa, Ammaniti, Magrelli, Ballestra…

È il tipico atteggiamento sprezzante di chi non conosce nulla delle situazioni locali, ma arriva, dà un’occhiata e getta il suo schizzetto di disprezzo élitario.

Il festival CartaCarbone esiste dal 2014. Quella menzionata da Ferroni era la prima edizione. Treviso veniva da una lunga serie di amministrazioni leghiste. La nuova giunta di centrosinistra accettò la proposta delle organizzatrici, avviando un appuntamento annuale in città.

Conoscevo una di loro, e mi adoperai per aiutarla a invitare qualche scrittore molto amato dai lettori. In particolare, ci riuscimmo con Niccolò Ammaniti, che da anni accettava di partecipare a pochissimi incontri pubblici. Dire che Ammaniti faccia parte della “solita compagnia di giro” dimostra che Ferroni non sa niente di lui e sparacchia giudizi a caso.

Spiegai a Niccolò Ammaniti che questo nuovo festival era importante per la città, era un segno di rinascita culturale. E infatti, CartaCarbone ebbe un riscontro davvero inaspettato. La gente faceva la fila per ascoltare i dibattiti, le discussioni su un saggio autobiografico, su un’esperienza personale elaborata letterariamente. Le sale che erano state scelte si rivelarono troppo poco capienti. Treviso aveva una fame arretrata di confronto, di discussione.

Quanto a Valerio Magrelli e Silvia Ballestra, li incrocio molto raramente. Li avrò visti una o due volte in tutto, negli ultimi vent’anni. Un po’ poco, per essere la “solita compagnia di giro”.

Io faccio parecchi incontri pubblici. Lo rivendico. Ma sono soprattutto letture sceniche, che considero una forma d’arte a pieno titolo. A volte tengo delle conferenze. Vado nelle scuole, nelle biblioteche, nelle librerie, nelle carceri. A Treviso, in quella edizione di CartaCarbone, presentavo un mio libro di saggi ed esperienze autobiografiche. Una riguardava proprio Treviso. Insieme ad altri scrittori veneti, nel 2008 avevo organizzato una manifestazione, riempiendo Piazza dei Signori, per protestare contro certe ordinanze di amministratori leghisti: per noi si trattava di “razzismo istituzionale”, come lo chiamano i sociologi; atti pubblici che, oggettivamente, discriminavano alcune categorie di cittadini, e che ritenevamo incostituzionali. Perciò la mia partecipazione al festival di Treviso era particolarmente pertinente.

Non mi dilungo: sia quella edizione inaugurale di CartaCarbone e, prima, l’iniziativa civile del 2008, sono state occasioni significative per Treviso. Ferroni dovrebbe essere sensibile a queste cose, vista la sua lunga militanza politico-culturale; per decenni ha scritto sulle pagine dell’Unità. Perché non si è degnato di informarsi? Veni, vidi, iudicavi; senza sapere nulla. Come mai, adocchiando al volo qualche nome su un manifesto, si è permesso di definirci “solita compagnia di giro”?

Non è la prima volta che usa questa espressione. Ecco che cosa scriveva in Scritture a perdere, un pamphlet del 2010:

L’effetto dell’orizzonte culturale italiano (dell’agire dei cosiddetti “intellettuali”), recepito, proiettato e amplificato dai media, è quello di un interminabile e indefinito mostrarsi, di un ciarlante gioco di esibizioni, che trova il suo vertice nei festival e nei premi, col vario disporsi di una compagnia di giro che, specie sul finale volgere dell’estate, percorre il paese a manifestare il senso della cultura come presenza, transito orizzontale, proiezione di attualità: invito a specchiarsi nella percezione di qualche valore, di qualche dato di distinzione, di qualche categoria in cui si coniugano i fondamenti dell’esperienza. [1]

Come è possibile che un intellettuale progressista ignori che le persone non vivono in un limbo culturalista? Che la maggior parte della popolazione non entra mai in una biblioteca, non ascolta mai una conferenza, non legge mai un libro? Ci sono moltissimi cittadini che non hanno altre occasioni per sentir parlare di libri, di temi importanti per la comunità, al di fuori dei festival e degli incontri pubblici di questo tipo.

Ma mi accorgo che sto parlando fuori tempo massimo, sto discutendo di argomenti scaduti: nel frattempo, sembrerebbe che Ferroni si sia ricreduto. Con una breve ricerca in rete, lo si ritrova al Futura Festival di Civitanova Marche del 2015, al festival ANTICOntemporaneo di Cassino del 2016; al Festival Leggere & Scrivere di Vibo Valentia del 2017, al Poesia Festival di Vignola (Modena) del 2018, al Festival La punta della lingua di Ancona del 2019, al festival Milanesiana del 2020, al Memoria Futuro Festival di Ascoli Piceno del 2020, al festival Un isola in rete di Castelsardo (Sassari) del 2020, al festival LuccAutori del 2020, al festival A tutto volume di Ragusa del 2020: Ferroni “percorre il paese” con “un interminabile e indefinito mostrarsi”, “in un andirivieni tra luoghi di vacanza e città di grande tradizione storica”, come scriveva nel 2010. Forse sono anche di più, le sue partecipazioni ai festival, adesso non ho modo di recuperarle tutte. In media, credo sia lo stesso numero di festival a cui ho partecipato io in questi anni. Ma nel 2020 mi ha surclassato. Aspetta, ne ho trovato un altro: l’Umbria Green Festival di Terni del 2018. Lì c’ero anch’io. Ferroni è entrato a far parte della mia “solita compagnia di giro”?

Ha cambiato idea? O pensa che anche la sua presenza in quei contesti, come scriveva perentoriamente nel 2010, “non può dar luogo ad esitazioni, a dubbi, a cura per il destino del mondo, ma si risolve in esibizione, compiacimento, spaccio di materiale consumabile”?

In quella pagina di Scritture a perdere, nel “ciarlante gioco di esibizioni” annoverava anche i premi letterari. Proprio L’Italia di Dante ne ha vinti tre: quest’anno, il Viareggio, il Val di Comino (Frosinone) e il Mondello. A Viareggio e a Val di Comino, Ferroni si è esibito nel suo gioco di ciarle dal vivo; per il Mondello, la cerimonia è prevista a novembre in rete: Ferroni ciarlerà in una giocosa esibizione online.

“La pornografia è l’erotismo degli altri”, diceva Alain Robbe-Grillet. Evidentemente, per Ferroni i festival e i premi sono la cultura degli altri.

Resta da chiedersi allora come mai quando vede sui manifesti i nomi di autori e autrici diventa così sprezzante.

La risposta è semplice. Giulio Ferroni appartiene a una casta ipergarantita, quella dei professori universitari, che non è tenuta a misurarsi con i lettori. Ferroni ha avuto i suoi studenti, i suoi allievi plaudenti e i suoi colleghi che non si sono mai sognati di dirgli la verità sulla sua scrittura, per convenienze di carriera. Può permettersi di fare lo scrittore in una zona di conforto, protetta e finta.

La dimostrazione del suo sovrano disprezzo per i lettori, per la scrittura, per la letteratura, la si coglie non tanto nel suo moralismo contro gli incontri pubblici, e nemmeno nel suo comportamento incoerente, nelle partecipazioni ai festival e ai premi, all’esterno dell’opera. Il disprezzo per i lettori lo si coglie dentro la sua opera, con una semplice analisi grammaticale, sintattica e stilistica delle sue pagine. Ferroni non sa scrivere. La sua prosa è una catastrofe. È una farragine di proposizioni secondarie con nessi deboli di tre tipi: pronomi relativi innestati a cannocchiale uno dentro l’altro; complementi senza nerbo; gerundi e participi inerti. Lo schema connettivo ricorre sempre uguale; l’autore adotta compulsivamente sempre le stesse soluzioni costruttive. Scrive senza rileggersi; o, se si rilegge, lo fa tirando via, con autoindulgenza, senza severità, senza cura.

Basta guardare le pagine dell’Italia di Dante, dove cerca di descrivere quel che ha visto a Treviso. [2] [3]

“mentre questa… oltre il quale… che si affaccia…”

“mentre nel raggiungere… che annunciano… dedicato…”

“da cui dovrebbero… e in cui avevano…”

“dove si svolse… con l’esito… che qui… tentando…”

“oltre il fiume… che mi appare… con strade… che si affacciano… sulla cui… mentre… tra i tanti… presenti…”

“elaborato tra… per un’edizione che allora… e che è poi…”

“in un intreccio… teso a dar voce…”

“ben tenuto… in cui…”

contornata da un muretto sormontato da un’inferriata… che protegge… oltre il quale…”

“che col suo nome… e che certo…”

“secondo cui… che, secondo…”

Si fanno notare anche l’aggettivazione bolsa, le scelte lessicali scontate o capziose, da dilettante:
“muscosa vegetazione”, un canale che “sbuca ammiccando”, “rigoglioso giardino”, “amena casetta”, “linde villette”, “ella sarebbe”.

Sono chiare testimonianze di “indifferenza a quello che un tempo si chiamava ‘stile’, con il diffondersi di una sempre più deprimente sciatteria linguistica”, come Ferroni lamentava giustamente in Prima lezione di letteratura italiana, un piccolo libro del 2009; nel capitolo “Il tempo a venire” profetizzava la “Fine dello stile”. Azzeccandoci in pieno, visto quel che ha scritto nel 2019.

Ma, in particolare, che cosa ci mostra questa prosa? Che cosa ci rivelano questi nessi sintattici accatastati, questa aggettivazione pigra e adagiata sui cliché, questi pronomi dannunziani? Ritraggono un autore che si disinteressa dei lettori, sia gli attuali che i futuri, sia i contemporanei che i posteri. Ma, soprattutto, si disinteressa degli autori e delle autrici del passato, che evidentemente non gli hanno insegnato nulla. Pur avendoli studiati per tutta la vita, non ha imparato da loro nemmeno i fondamenti elementari della scrittura. È un autore garantito, convenzionato, mutualizzato dall’università, insediato in una posizione di rendita culturale: in quella istituzione, nessuno è stato sincero con lui. Non ha mai avuto bisogno dei lettori, di confrontarsi davvero con la lettura del presente e con la scrittura del passato: non ha alcuna interazione con un vero pubblico.

Ma la cosa più spregevole è che, da questa posizione garantita e quindi falsa, Ferroni si permette di giudicare gli altri come fatui impostori e, per contrasto, porre sé come autentico, disinteressato, devoto alla pura causa della cultura. Può far passare la sua indifferenza verso i lettori, verso la lingua italiana, verso lo stile, verso la cura delle parole – può far passare tutto ciò per devozione alla cultura in sé. Gli altri sono la “solita compagnia di giro”. Gli autori e le autrici non garantiti da un’istituzione di potere sono la “solita compagnia di giro”. Gli autori e le autrici che scommettono artisticamente sulla lingua sono la “solita compagnia di giro”. Gli autori che si gettano in mare aperto e si confrontano con il pubblico, con la lingua, con la letteratura, sono la “solita compagnia di giro”.




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pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 20 ottobre 2020