Non tutti aderiamo alla vostra poetica giornalistica

Tiziano Scarpa



Maurizio Caverzan ha appena pubblicato Fabula veneta, una raccolta di interviste ad autori e autrici del Veneto. Vorrei dire che è un libro interessantissimo, veramente bello, ma non posso perché sono parte in causa, dato che ha intervistato anche me. Ecco un paio di domande che mi ha fatto, con le mie risposte. Alla fine capirete perché ho evidenziato in neretto alcuni passaggi.

C’è stata una generazione che ha narrato la fine della civiltà contadina, ora ce n’è una che racconta la ricerca di un nuovo modello, ancora incompiuto?

«Non saprei, e anche se fosse mi interesserebbe poco. Per me il “contenuto” non è primario. Se capita che io racconti situazioni esistenti, è solo perché queste mi danno l’opportunità di far sprigionare letteratura, linguaggio strutturato artisticamente».

Gli scrittori veneti hanno una sensibilità comune, avvertono in maniera particolare alcune tematiche, urgenze, istanze?

«Se fosse così vorrebbe dire che non avremmo potenza ideatrice, ma saremmo semplicemente il prodotto di una situazione, come muschio su una pietra. La letteratura è trascendenza: si trascende la propria condizione, ci si mette nei panni degli altri, si va al di là: si scrive al di là di ciò che si è».

[...]

Che cosa significa guardare l’Italia e il presente da qui attraverso la letteratura e la scrittura?

«Come dicevo prima, per me la letteratura è l’occasione per fare un’opera d’arte con le parole. Non mi interessa “guardare l’Italia” né raccontarla. Mi interessa scrivere almeno un libro che resti, dialogare con i morti e con i non ancora nati grazie a una lingua plurisecolare, l’italiano, che a sua volta è scaturita da una lingua plurimillenaria, il latino, e che si sporge nel tempo che verrà. Tutto il resto – l’Italia, il Nordest, l’appartenenza geografica – per me sono piccole cose effimere».

In un articolo uscito oggi su il Foglio di oggi, Camillo Langone scrive:

Peccato che poi tutti ma proprio tutti gli scrittori veneti si riconoscano lontano un miglio come tali. Anche quelli che di Veneto non ne vogliono nemmeno sentir parlare, tipo Tiziano Scarpa che spinge la sua brama di indistinzione geoculturale fino ad affermare: “Non mi interessa guardare l’Italia né raccontarla”. Io però mi ricordo titoli come “In gita a Venezia con Tiziano Scarpa”, “Venezia è un pesce”, “Laguna l’invidiosa”… E dov’era ambientato il romanzo con cui vinse lo Strega? Ovviamente a Venezia. Scarpa in qualche modo si contraddice anche quando ricorda che la passione per i libri gli è stata trasmessa dalla nonna, una sarta della campagna veneta, povera eppure grande lettrice.

Tre sono le mie ipotesi su questo articolo di Camillo Langone: una non la dico per non offenderlo; la seconda è che debba scrivere troppi articoli e, quando legge quel che dicono gli altri, tiri via senza fare attenzione alle loro parole; la terza è che faccia finta di non aver capito, per poter dire quello che gli pare. Oltre a questo, per fare i suoi commenti dà un’occhiata ai titoli, superficialmente (In gita a Venezia con Tiziano Scarpa e Venezia è un pesce sono praticamente lo stesso libro: il secondo era una riedizione ampliata del primo). Se è per quello, anche i miei romanzi Il brevetto del geco e Il cipiglio del gufo sono in buona parte ambientati a Venezia. Ma, lo ripeto, per me i luoghi, gli avvenimenti, le situazioni reali sono un’occasione per fare un’opera d’arte con le parole, non per rappresentare veristicamente o giornalisticamente la realtà. Lo so che per un giornalista può essere difficile da capire. Ma non esiste solo la funzione referenziale delle parole. Esiste anche quella creatrice, evocatrice, suscitatrice di sogni a occhi aperti; è una funzione che sfrutta la capacità rappresentativa, ma lo fa per evocare un mondo re-immaginato, ricreato dalle parole, facendo sprigionare immagini mentali in chi legge. Ma chissà che cosa capirebbe, anzi, che cosa vorrebbe capire di questo mio discorso Langone.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica in teoria il 15 ottobre 2020