“Il cavallo di Aguirre” di Paolo Del Colle

Giuseppe Munforte



Ogni scrittore coltiva una sua estetica, di solito in modo privato e confuso, con un’imperfezione e una resistenza che sono funzionali al libero determinarsi dell’opera. Con il tempo però questa visione si precisa, un implicito che di libro in libro compone l’universo personale dell’autore e rende riconoscibile la sua scrittura, per il tono, per lo sfondo che regala al mondo, con il suo punto inedito di osservazione e di sensibilità. Se la scrittura non è stata un gioco.

Paolo Del Colle è uno scrittore che nei suoi libri non spende le parole con leggerezza, dai romanzi Le ragazze dell’Eur, Spregamore fino alle poesie e prose di Nuda proprietà, a partire dalla prima raccolta di poesie Gemme apicali. La radice della sua scrittura affonda proprio lì, nella poesia, per forza simbolica e essenzialità. Fino a quest’ultimo lavoro Il cavallo di Aguirre. Un incontro mai avvenuto con Werner Herzog (Castelvecchi), che si pone come una sorta di libro trasversale, per la sua scrittura.

Del Colle ci porta all’interno del suo immaginario estetico con l’espediente narrativo di un incontro non avvenuto con Werner Herzog, personaggio di fantasia e non rappresentazione del regista reale, come si legge in nota. Ne nasce un dialogo in cui gli interlocutori si confrontano, si riconoscono, scambiano le parti interrogandosi sulla questione decisiva del rapporto tra opera e vita, tra creazione e smarrimento di fronte all’insensatezza del mondo.

Nelle pagine di questo libro vive una luce che si può far risalire a Montaigne, a quel suo modo di portare la cultura e la letteratura all’interno del quotidiano, e di elevare questo, anche nei suoi minimi e apparentemente superflui dettagli, a occasione di stupore e di interrogazione. Il nome di Montaigne non cade a caso. Comune è l’attenzione e la sensibilità nei confronti del mondo animale. Torna alla memoria, leggendo queste pagine, il gatto di Montaigne: chissà che non fosse lui a giocare con lo scrittore, per farlo divertire, e non il contrario; quel gatto che lo interrompeva nello studio e nella scrittura con un bisogno di gioco cui lo scrittore si prestava riconoscendo il primato dell’esistenza sulle necessità del lavoro intellettuale. Del Colle esprime la stessa relazione di curiosità e reciprocità con i suoi gatti e con gli animali di cui ci parla.

La questione della dimensione animale diventa centrale nel confronto con Herzog. Il dolore degli animali merita un’attenzione che quello dell’uomo non suscita con la stessa urgenza, in quanto l’animale non ha prefigurazioni della morte. All’interno di una realtà per la quale ormai siamo ciechi, gli animali ricordano la terra promessa che non si vede più ma allo stesso tempo acceca. Ricordo la pagina di Spregamore sulla morte del cane come la più bella che abbia letto sul dolore animale, ancora più intensa di quelle di Schopenhauer sulle tartarughe marine divorate sulla spiaggia. Quel cane con cui si è condiviso il piacere di una passeggiata sotto la pioggia, un’intimità che si vorrebbe poter vivere per sempre. Ma il concetto di animale è esso stesso semplificazione, perché differente è lo sguardo ottuso e inquietante della gallina, altro è quello del coccodrillo o del serpente, un’assoluta estraneità che ci restituisce l’indifferenza dell’universo.

L’universo è fatto di buio profondo, è un luogo inospitale. L’arte vi porta una luce, un sorriso che non gli appartiene. Nasce di fronte alla luce generata dall’innocenza, quella dei bambini o dei folli, dei nani o degli esseri anomali: una luce nella quale “l’umanità brilla per un attimo in un sorriso che ha l’intensità della creazione”. L’arte contempla questo eccesso e si pone essa stessa come un eccesso di realtà, capace di penetrare il reale imprimendovi l’impronta di una realtà altra che, propriamente, è bellezza. Non cerca la bellezza di per sé ma la crea con questo suo movimento. E questo movimento è l’unica etica possibile, quella che potrebbe salvare il mondo – quel movimento e non la bellezza, che ne è solo una conseguenza.

All’interno della realtà si crea la possibilità di una visione estatica, non come fuga, ma come eccesso di realtà. L’insistenza dell’inquadratura su un volto, su un particolare, oltre il tempo che ci si aspetterebbe, porta a un oltre come a una possibilità racchiusa nel reale. Del Colle ci dice che lo sguardo dell’artista vede oltre il limite di una realtà in cui l’Eden non è perduto ma è stato devitalizzato, e superando questo limite di morte lo ritrova come una presenza, una possibilità.

La scrittura, l’arte, hanno in sé un orizzonte di fallimento, e la vita non risparmia agli scrittori come Del Colle il suo ammonimento: “La mia vita ha iniziato ad essere vera da una scena di un suo film: dallo sguardo del cavallo che si è allontanato dalla zattera di Aguirre, il conquistador spagnolo che nella spedizione lungo il fiume rinnega il proprio re per fondare un nuovo regno nel mitico Eldorado, trascinando lui e i suoi uomini in un viaggio senza futuro. Ho sempre sentito quello sguardo dietro di me, un commento muto dell’istante perfetto del fallimento, e insieme la possibilità di voltarsi indietro, senza più domande, senza più dover prendere decisioni, senza attendere una conclusione ormai inevitabile”.

Del Colle proietta di fronte a sé Herzog, l’autore con cui da sempre si confronta e dialoga, inseguendo la verità possibile all’interno di un universo indifferente – la quale però forse è solo allucinazione: la “possibilità che tutta la mia vita sia un racconto”.

È così? Con il passare degli anni, questa domanda diventa cruciale. Mentre si cerca di comprendere il senso della propria opera, la vita lo chiede con crudezza: ne è valsa la pena, era davvero necessario? L’arte forse è stata solo un’esitazione, un vacillare di fronte al mondo. Non sarebbe stata possibile una vita differente, non avrebbe potuto l’artista consumare il proprio tempo in altro modo, spenderlo con maggiore innocenza? No, non sarebbe stato possibile. La domanda stessa è un’astrazione, perché l’artista dispone con necessità l’opera all’interno della propria vita materiale, biologica, come la voce di Caruso sul silenzio profondo della giungla.

Nel mondo esiste “qualcosa di selvaggio che non viene distrutto o superato da una tradizione, questo urlo inarticolato è in tutti i miei film” dice Herzog. E in tutti i libri di Del Colle. “Solo che lo sovrasto un po’ come Fitzcarraldo zittisce i rumori della giungla con la voce di Caruso”. Far “svanire in un canto, far tacere le urla del mondo, del dolore, della crudeltà”.

Alla fine l’opera può essere stata solo un viaggio nel regno dell’inutile. Come portare una nave al di là di una montagna. “Il regno dell’inutile è misterioso per questo, è la scoperta della tua libertà che non ha spiegazioni”. Nel compimento del lavoro artistico c’è anche un senso di inutilità che rispecchia l’indifferenza dell’universo. Tuttavia, “all’inutile bisogna arrivarci, è come un miracolo che non sopprime le leggi naturali, è inspiegabile, non ne trovi le cause; ogni obiettivo che ti poni deve tendere all’inutile, essere qualcosa che non comprendi più anche se l’hai realizzato. A un tratto diventi spettatore e si stacca da te, dalla tua storia, e diventa autonomo”.

L’arte è un eccesso senza il quale la realtà e la stessa umanità sarebbero consegnati a una ripetizione ineluttabile, prevedibile, in cui tutto quello che si ipotizza è realizzabile e si realizzerà. Ma “il prevedibile è la nostra estinzione”. Il gesto dell’artista si svincola dalla necessità, cogliendo l’innocenza possibile all’interno di un universo dove “nulla è stato pensato per essere visto da noi”.

Al termine dell’incontro con Herzog, il narratore torna a casa, si siede sul pavimento e osserva i suoi gatti giocare con una bussola regalatagli dal regista. Lascia alle spalle la sublime inutilità del suo incontro e di quanto ha scritto. Noi ci sediamo con lui e osserviamo i gatti, la vita, fluire con il suo corso ineffabile, con l’impressione di aver letto qualcosa che ci riguarda e che non avremmo saputo dire con la stessa intelligenza e profondità.








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 10 ottobre 2020