Una poesia che si sporca le mani

Giorgio Morale




Il 22 settembre è uscito il nuovo libro di Chandra Livia Candiani, La domanda della sete (Einaudi 2020). Giorgio Morale ha rivolto alcune domande a Chandra Candiani su questo libro.

Innanzitutto, Chandra, grazie di questo libro. Sono commosso dell’altezza tecnico-stilistica e della profondità del contenuto. Alcuni tuoi versi, come “io è tanti” o “vivere è ospitare”, scolpiscono un’etica e un modo di vedere la condizione umana. La bellezza e vastità delle visioni della natura o chiamare gli alberi “fratelli vegetali” fanno tremare di emozione e timore per il pianeta in cui viviamo. Affronti vari temi, il corpo, l’amore, la morte, gli altri, la natura, eppure La domanda della sete è un libro di grande unità tematica e stilistica, le sezioni in cui è diviso esaltano i singoli temi, ma in realtà temi, lemmi, sintagmi si richiamano da una sezione all’altra, creando non una raccolta di poesie sparse ma un vero e proprio libro. È nato così o così si è venuto componendo? Qual è la gestazione dell’opera?

Non è nato così. Di solito, lascio che le poesie si scrivano con una loro puntualità misteriosa, certe volte anticipano il futuro, certe volte creano memoria di qualcosa che sembrava perduto. Nemmeno il tema so prima, mi lascio dire dai segni che il vivere lascia in me, dalle letture, dagli incontri, dai ritmi diversi del respiro, apnee comprese, dalle morti. In un secondo tempo, quando sento che la parola è ferma, tace, rileggo le poesie non seguendo più le date, che anzi cancello, ma cercando un filo, un segnale che finisce per fare il libro. Le sezioni sono questo filo di lana rossa. Di lana perché è morbido e può adattarsi e anche spezzarsi, rossa perché brucia; a un certo punto sento dove mi guida, sento dove batte, pulsa e indica una direzione. È un gioco pittorico, sento quale colore ci vuole e dove, quale accento, quale tema musicale. Non c’è mai un senso dimostrativo di alcunché, ma solo una partitura che arriva dopo la musica anziché prima. Un po’ come con i sogni, ti svegli con dei frammenti che hanno passato la frontiera della coscienza, poi a poco a poco ricostruisci l’intero e anche l’intero è sogno.

Per me è molto coinvolgente la posizione dell’io in questo e negli altri tuoi libri, che si conferma “leggero” come lo hai definito nel volume pubblicato con Campanotto nel 2005, “Io con vestito leggero”. Quando dici: “La faccia è molto sola” oppure “La pelle è sempre in prima linea” stai facendo un’affermazione particolare, personale e nello stesso tempo generale, universale. È come se vederti dall’esterno o da una certa distanza ti permettesse di andare più a fondo nella consapevolezza o di esprimerla meglio, più liberamente. È così?

Il tema dell’identità e di cosa sia l’io e se sono sovrapponibili mi è caro, perché è stato un lungo percorso riconoscermi, adottare tutte le mie parti, anche le più dolorose e scomode e sentirmi un insieme. Spesso si ha una visione dell’io come di un soggetto unico e compatto ma non è così, ho sempre sentito che ‘io è tanti’. Andare più a fondo nella consapevolezza per me significa incorporare nell’io l’oscuro, il misterioso, lo sfuggente, il sogno, la memoria, il perduto, il non vissuto, quello che dimentichiamo. Però non è vedermi dall’esterno, è anzi un’intimità così profonda che non mi fa più ascoltare la narrazione, la storia, ma il tessuto, la stoffa, la trama o meglio le trame di cui siamo fatti. L’io leggero è sia un’incapacità di darsi troppo significato e importanza, sia un sottrarre peso per metterlo altrove. Quello che intendeva Calvino nelle Lezioni americane per ’leggerezza’. Anche sparire è un modo di esistere. Il corpo di cui parlo in La domanda della sete è un insieme di membra che si sentono dall’interno e cercano di stare al mondo collegandosi a una sensazione d’essere e di essere-con, a una funzione che fa sentire il rischio continuo, il pericolo di esistere sentendo la precarietà che siamo. In un mondo dove il corpo è quasi solo un mezzo di trasporto o un oggetto da palestra, lasciar parlare le parti del corpo più esposte all’aperto è stato un modo per me di dare dignità di soggetto al corpo. Un corpo che si sogna dall’interno. Non che si studia dall’esterno.

Hai dedicato molte poesie alla morte, non relegandola nell’estraneità ma anzi donandoci una sorta di seconda visione per vedere i morti “sui fili della luce” e “ai vetri della finestra”. Adesso in questo libro affronti la tua morte, che chiami “Madre nostra / delicatissima feroce”, senza il timore che in genere la accompagna, e mi fai venire in mente quanto dice Edgar Morin, che un eccessivo timore della morte è indice di un io spinto fino al narcisismo. Che è quello che porta alla rimozione della morte nella nostra società. Quali esperienze, quali riferimenti culturali ti hanno aiutato a superare il modo oggi comune di vedere la morte?

Mi piace molto quel che dice Morin che è l’io forte a temere di più la morte, l’io imbottito di se stesso. Un io fragile è abituato a vacillare, abituato al terrore, al rischio e alla morte, sa di essere in costante pericolo di sparire. Ho paura della morte come chiunque sia ancora in un corpo. Il corpo ha naturalmente paura della morte per poter sopravvivere. Ma ho fatto un lungo e appassionato lavoro per spogliare la parola ‘morte’ dai sedimenti culturali dell’occidente e in particolare di quest’epoca che vuole sempre controllare tutto e sapere tutto e non sa sostare nel mistero e nel tremito del ‘non so’. La visione orientale, gli scritti e la pratica del Buddhismo mi hanno aiutato distinguere tra la parola morte e la sua reale esperienza. La mia prima morte importante e violenta è stata a dieci anni e da qualche anno non ho più nessuno della famiglia d’origine. Così ora posso sentire la mia morte e non solo quella degli altri che è poi anche nostra, perché ogni morte ci sbocconcella un po’ e certe volte ci divora. La mia morte … sento di averla vissuta in tante occasioni, di averla assaggiata. La poesia stessa per me è una grande morte; quando non arriva, quando va a capo, quando si trasforma in un’altra voce, quando dice quello che non sapevo di sapere, quando non sa dire quello che scuote. La parola della poesia è un po’ sempre parola estrema, ultima parola. Smontare le impalcature che le religioni, le filosofie e le paure hanno nei secoli costruito sulla parola morte e arrivare a sentirne la sconosciutezza e la nudità, questo è il lavoro che cerco di fare. Mi siedo, respiro, sento e avverto la differenza tra la parola morte e la percezione di qualcosa che a poco a poco diventa scandalosamente familiare. La fine di un’espirazione, la sottile zona tra veglia e sonno, una persona che gira le spalle e se ne va, la scia di un suono che svanisce, un albero caduto, l’assenza in tutte le sue forme. Spesso, sentendo anziché pensando alla mia morte, ho percepito il sollievo di non essere più, di poter svanire e mescolarmi, fondermi con il nulla che altri chiamano tutto. Non per antipatia verso la vita ma per bisogno di vastità, di perdita della tirannia dell’io e delle sue piccolezze. Meschina vita ristretta dalle prepotenze che si scioglie come una nuvola in un vastissimo ‘non so’ che chiamiamo cielo. Così, nelle poesie c’è forse questo senso di sollievo di sentire la propria morte come restituzione dei frammenti agli elementi da cui provengono: terra, aria, fuoco, acqua e spazio. Spazio che siamo.

A un certo punto in una poesia de La domanda della sete dici che “Tutto è a rischio”, che “questo mondo ubriaco di sé / non è la nostra casa”. Anche ne “La bambina pugile” scrivevi “Vedi, tutto può crollare / qui”. Che cosa vedi più a rischio? Che cosa ti preoccupa maggiormente oggi?

L’ultima sezione del libro è dedicata a “Gli abitanti della meraviglia”. Sono soprattutto alberi, ma anche animali, uccelli, esseri originari. Nasce dalla sensazione di essere parte di un tutto vivente e non un abitante di un regno a sé che sa per gli altri, che li ordina e li classifica, li studia e non li capisce. Perché gli esseri naturali sono nascosti. Quel che temo di più è l’umano. Penso che il pianeta che abbiamo distrutto si rigenererà, l’ha sempre fatto. Ma non so quali saranno i costi della nostra estinzione per i più deboli, i più poveri, i meno protetti, non solo dal denaro ma anche dal senso. Me ne sono andata dalla città perché non ho più fiducia nell’umano per com’è ora, mi sembra cecità e follia. Non siamo per niente consapevoli dell’interdipendenza che ci lega a un astro come a un filo d’erba, e lega una parola d’odio a una guerra, la prepotenza, il sopruso a un disastro ambientale. Quello che conta per la maggior parte di noi non mi tocca minimamente, anzi mi fa sentire che siamo tutti impazziti, che abbiamo inventato un mondo artificiale in cui siamo tutti presi a emergere, a essere qualcuno, a contare qualcosa e intanto il mondo reale si sta sfasciando. Anche questa solitudine morale c’è nel libro e la vergogna di essere umana se significa essere predatore, essere centro e misura di tutto. Nella domanda della sete c’è il tentativo di capire cosa ci sia dietro la nostra sete e di cosa sia sete. Ci sono le ferite e i danni che la convivenza umana mi ha procurato come segni della tendenza alla prepotenza e al sopruso che lascia in disparte chi ha un’altra sete. “I testimoni glaciali”, altra sezione del libro, cerca di dire lo sguardo, il punto di vista di chi ha subito un danno e con il danno convive e si lascia dal danno orientare, soprattutto per non ripeterlo. Quel che è peggio è che mi sembra sarebbe semplice un mutamento, partendo dalla coscienza, da una rivoluzione interiore, ma tutti lo aspettano dall’altro, dall’esterno e continuano imperterriti a vivere in uno schermo, in un mondo che non esiste davvero. Creiamo il disastro e mille discorsi intelligenti per conviverci, senza metterci in discussione, senza partire da noi.

In una poesia di questo libro dài via libera all’invettiva: “E così voi siete i buoni”. Ai “buoni” ti rivolgi così: “La maschera è adeguata / alle nascoste umiliazioni / che infliggete sorridenti. / I fatti voi li zuccherate, / siete l’arte del cuore impeccabile, / ma nessun cuore è impeccabile”. Chi sono i ‘buoni’?

I buoni? I ‘buoni’ sono quelli che fanno vedere una sola faccia, i virtuosi, i manipolatori, quelli che non mostrano mai quello che provano davvero, quello a cui mirano, gli opportunisti, quelli che hanno sempre un motivo per avvicinarti, quelli che si parlano solo tra importanti, che si riconoscono solo tra di loro, che sono sottilmente razzisti, che vogliono sempre avere l’ultima parola, che credono nella ragione contro il torto, che non considerano la coscienza come uno specchio, che non si interrogano o si nascondono le risposte che lo specchio rimanda. I ‘buoni’ espongono la loro bontà come una bandiera, parlano di perdono e mai di giustizia. Usano la parola perdono per dire cancellazione, oblio. Chiedono scusa anziché chiedere di comprendere il male fatto. Separano il positivo dal negativo, edificano senza prima abbattere. Invidiano e accuratamente cancellano chi non appartiene al loro ambiente, al loro linguaggio, al loro pensiero, al loro modo di vivere. I ‘buoni’ non conoscono il non essere, non conoscono il franare felicemente verso la perdita per incontrare la vita che pulsa e che ci vuole spogli.

I “buoni” mi fanno venire in mente un paio di cose sul ruolo della poesia così come emerge in questo libro. Da una parte la poesia risponde all’obiettivo “Custodisci”, da te esplicitamente dichiarato in un componimento. Dall’altra “i buoni” esistono e costringono a sporcarsi le mani. Non hai timore di sporcarti le mani?

Non ho timore di sporcarmi le mani, è quello che il destino mi ha affidato come compito fin da bambina. Sporcarmi le mani e dire il vero. Non far parte della menzogna collettiva e non rinnegare il male, starci a contatto, immergerci le mani, perché l’unico bene in cui credo è il male guardato fino in fondo, appassionatamente, con compassione.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica a voce il 9 ottobre 2020