Per Stefano Bottero

Rossana Lista



Roma, 15 ottobre 2019

Permettetemi di iniziare questo mio intervento ricordando la scomparsa di un poeta che ha rivoluzionato il modo di fare poesia trasformandola in un’arte performativa, uno dei primi artisti a sperimentare il reading nei luoghi più inconsueti, sto parlando ovviamente del leggendario John Giorno, morto domenica scorsa (in un’icona poetica: «Words come from sound / Sound comes from wisdom / Wisdom comes from Emptiness»). Su spettro dei colori.). E non c’è certo modo migliore di onorare un poeta e insieme confortarci della sua perdita che presentando a lui idealmente e a tutti voi concretamente un nuovo poeta: Stefano Bottero, che condivide con John Giorno la data di nascita, il 4 dicembre, la stessa di Rilke. Come Paul Celan scrive nel Meridiano bisogna prestare attenzione alla proprie date, iscriversi in esse: si tratta dell’iscrizione di sé nel tempo. Una raccomandazione che Stefano Bottero sembra accogliere fin dal titolo della raccolta: Poesie di ieri.

Questo titolo ha una formulazione tanto semplice da generare al contrario dubbi circa la sua reale significazione. Possiamo pensare che con questa espressione l’autore abbia voluto connotare le sue poesie, ascrivendole a una precisa dimensione temporale, quella del passato. Testi dunque che forse si riferiscono a un tempo per lui ormai lontano oppure al contrario, poiché soltanto di ieri, testi che attendono ancora di poter parlare. Memoria e attesa intridono infatti il presente della parola di Stefano Bottero, o più precisamente “memoria e desiderio”, “memory and desire” mescolava il crudelissimo mese di aprile del The Waste Land di T.S. Eliot, autore che corre tra l’altro alla mente apprendendo che il nostro poeta preferisce farsi chiamare S.A. Bottero. Ad ogni modo, ciò che irrimediabilmente unisce memoria e desiderio è la forma comune del loro diverso oggetto, vale a dire la forma dell’assente.

I testi di questa raccolta sono dunque intessuti di malinconia, forse la malinconia propria dei vent’anni, che è pur sempre più una postura dell’anima che un sentimento dettato dall’acerba stagione della vita. Qui, di certo, la malinconia, figura dello spirito per eccellenza della modernità occidentale, non è per così dire banalmente il contenuto di questi testi, essa, in conformità alla sua essenza, detta il ritmo di una lingua che del linguaggio fa la “dimora di ciò che manca”. In Poesie di ieri si assiste infatti alla costante evocazione, aspirazione e maledizione di un assente che per sua natura è impronunciabile. Simile all’invisibile materia oscura che determina la rotazione delle costellazioni, un indicibile organizza e percorre lo spazio della pagina, sembra appena sfiorare eppure ferisce le parole, che giacciono a terra come testimoni della loro impossibilità di dire. E allora non dicono niente o dicono proprio il niente.

In Épouser la Notion, forse appunti per una poesia, Stephane Mallarmé scriveva: et il faut qu’il n’en/existe rien pour que je l’étreigne et y croie totalement. / Rien – Rien [e bisogna che di lei non esiste nulla perché io la stringa e ci creda totalmente. Niente – Niente]. Un rovesciamento paradossale, per il quale il niente, assoluta assenza ed astrazione, è la condizione stessa della possibilità di possedere e di credere, di scrivere e di penetrare. E a questo nulla e a questo niente le Poesie di Ieri si stringono, credono e fanno credere. Il titolo della prima sezione lo esprime chiaramente: A ritmo del nulla, ma questo ritmo batte ossessivo per tutta la raccolta. Voglio darvi qualche esempio del nulla e del niente che in Poesie di Ieri aggruma costantemente lo spazio, i luoghi e i non-luoghi di un esistere insieme troppo e mai abbastanza esposto :

Mi perdo nell’altrove
del nulla di Roma
- contrario del nulla,
familiare. (p. 13)

La tua nostalgia così sottile
scompare tra le pieghe delle lenzuola
chiara come l’inutile nulla
di questa notte d’aprile. (p. 23)

Un nulla diverso
sembra stasera la mia ombra. (p. 38)

il nulla sferico, latente
ci culla in un Getzemani privato
di nebbia e di spine
di sonno e di sigarette - accese per finta. (p. 43)

Mancanze proustiane nelle ore inutili
in cui nulla ritorna,
in cui il silenzio inaccessibile
è l’unica cosa di cui t’importa (p. 66)

Niente
È un lembo di niente
Il suo parlare indistinto, (p. 13)

Nessun rumore
ma consapevolezza d’essere anch‘io
niente più
che un mostro da niente. (p. 18)

sulle braccia
il niente dei giorni.
- ad occhi chiusi -
riconosci l’assenza di dio
nel disinganno della metropolitana? (p. 29)

La mia anima è arrugginita,
è un niente (p. 30)

Ti lascio da sola questa sera,
niente ti assomiglia più di un precipizio -
mi piacerebbe esitare, (p. 46)

non hai mai veramente scritto niente. (p. 47)

Nel niente delle quattro del mattino
quando le tue labbra lesbiche
mormorano assorte senza farmi capire (p. 49)

Ho bisogno che mi accarezzi la gola con le dita
dove niente sana il bruciore delle parole
che non sono parole
ma sogni di orgasmi e demoni a sonagli. (p. 61)

Non cambia niente se hai smesso di parlarmi,
davvero basta che continui a ritrovarti
in queste sere di pioggia - passate a farmi
a farmi abbandonare. (p. 66)

Ecco: il niente è la forma dell’assoluto e il desiderio il suo profeta, perché il desiderio scava e crea un vuoto: «mi possiede il supplichevole vuoto/di un nascosto bisogno» (p.14) e «a vuoto» costringono ad amare «sconclusionate finzioni» (p.28). Il nulla e il niente trovano un pendant in un aggettivo che solo in apparenza rimanda all’impossibilità di un’esperienza concreta: è l’aggettivo “astratto”, che ricorre soltanto in due occasioni, in entrambe le quali, a dispetto della sua innocenza semantica, esso risulta dinamitardo: Si tratta delle espressioni «tragico astratto» e «oblio astratto»: «Nell’oblio astratto delle luci spente sono nei pressi della vita. (p. 40)

In Poesie di ieri, all’insistenza sul nulla e sul niente fa da contrappeso, ed è proprio il caso di dirlo, il peso delle cose e più in generale il peso in quanto tale. La parola “peso” porta su di sé significati in apparenza contrastanti. In fisica il peso è una forza, quella con cui un corpo viene attratto dalla terra, si potrebbe di conseguenza affermare che le cose hanno tanto più peso quanto più sono soggette alla forza di attrazione e quindi, volendo un po’ forzare e spostandoci su un piano che tuttavia non è meno fisico, i corpi sono tanto più pesanti quanto più è forte il desiderio che li tiene. E così insieme tormento e delizia s’iscrivono nella parola “peso”, che anche in altri significati presenta questa duplice natura; indica infatti il “carico” che opprime e schiaccia, ma anche l’“importanza” (l’aver peso) che solleva in alto conferendo autorità. Ma di sicuro fascino e interesse è la suggestione che ci viene dalla Torah. Nell’ebraico biblico la medesima radice Kaf-Beth-Daleth ha dato origine da un lato all’aggettivo kaved, che significa “essere pesante”, dall’altro al sostantivo kavod, il cui significato preciso è difficile da ricostruire, legato senza dubbio all’aver peso, ma che indica in ogni caso tradizionalmente la gloria di Dio (reso con doxa nella traduzione dei Settanta), vale a dire la modalità in cui la divinità si rivela e manifesta. E proprio la contemplazione della maestà di Dio costituiva l’apice dell’esperienza mistica, esperienza di cui come è noto è erede la poesia. Forti di queste considerazioni, oggi, nella parola “peso” è quindi possibile sentire e riconoscere tanto il fardello opaco del reale quanto paradossalmente la lievità del suo unico e luminoso manifestarsi. Ed è in questo duplice senso che Poesie di ieri si fanno carico del “peso delle cose”:

“Mi trascina verso il peso delle cose /
questa scimmia che ho sulla schiena.”

Ed è qui che troviamo Rilke con il peso che si fa spirito (David singt vor Saul: Konig, Konig, das Gewicht wird Geist o re, il peso si fa spirito (p. 12)

Contrappeso della mia solitudine
i miei incubi d’autostrada. (p. 27)

Quante pesano queste ore notturne/maledizione di me (p. 36)

Esaurirsi tra le labbra / il peso delle cose, / le labbra perdere sensibilità
baciando ogni momento del suo corpo
bagnato di sperma.

un altro grammo di possibile
nel tentativo di spiegarti. (p. 47)

I minuti dell’unica cosa che manca
alleviano il peso del mai abbastanza (p. 48)

Nel peso di tenebra dei ventitré anni
riflesso del visino di pianto
già ti sento mancare di dolcezza. (p. 50)

Penso costantemente al non averti avuta,
all’incomprensione d’ambra del tuo peso lieve, (p. 60)

***

oscenità pia (p.17)
Fammi venire senza toccarmi

Rumore:
Nell’eden-rumore della notte di Roma (p.26)
E non fa rumore la luce (p. 50)

Tempo
Le vibrisse del tempo
Sono un cerchio che si chiude. (p. 28)

Fuoco fatuo del tempo che passa […] Ma non ora, mai adesso / stringi a te la lista delle cose perdute (p.49)








pubblicato da j.costantino nella rubrica poesia il 10 ottobre 2020