L’ultimo grande pezzo dei Cure

Silvio Bernelli



Niente è più doloroso che rimpiangere un’amicizia. Lo sa bene Robert Smith che sul tema ha scritto una delle canzoni più toccanti dei Cure: Cut here (anagramma del nome della band). Uscì come singolo trainante del Greatest hits che nell’ottobre del 2001 rovesciò nuovamente sul mercato una raffica di canzoni memorabili. Tra queste spiccano Boys dont’ cry e A forest della fase 1979-80, le gemme pop successive In between days e Close to me (1985), Just like heaven (1987) e Friday I’m in love (1992).

A questa stagione d’oro però, a partire dal nuovo millennio, segue una fase involutiva. Prova ne sono i pezzi contenuti negli ultimi due album in studio The Cure (2004) e 4:13 dream (2008), dei quali forse solo Takin’ off è degno dei fasti passati. Cut here invece conquista fin dall’attacco vocale, un’anomalia per un gruppo noto per le lunghe introduzioni strumentali di molte canzoni, e poi ancora nello svolgimento. La parte del leone la fanno non le più abituali chitarre, ma le tastiere, alle quali viene delegato il compito di intessere un accattivante arrangiamento melodico.

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L’elemento più importante del pezzo è comunque il testo. E qui si torna al rimpianto per un’amicizia perduta e indietro nel tempo fino al 1979.

I Cure non sono che una delle molte band appartenenti al gigantesco calderone denominato new wave, ma hanno siglato un accordo con una casa discografica importante, la Fiction Records, sussidiaria della potente Polydor inglese. Il loro primo, eccitante singolo Killing an arab, ispirato dal romanzo Lo straniero di A. Camus, ha lasciato il segno. Nel maggio del 1979 il gruppo proveniente dai sobborghi meridionali di Londra pubblica il primo album Three imaginary boys. Una certa concitazione ritmica e i suoni scarnificati ne fanno un disco unico, nel quale spiccano Grinding halt e Another day. Faranno da modello per due interi filoni di canzoni dei Cure; le più frizzanti la prima, le ballate la seconda. Per promuovere Three imaginary boys la Fiction Records organizza un tour inglese con i Cure e altre due band sotto contratto: i Passions (che meriterebbero di essere strappati all’oblio anche solo per I’m in love with a german film star) e gli Associates. Si tratta di un duo scozzese formato dal polistrumentista Allan Rankine e dal cantante Billy Mackenzie. Il loro disco The affectionate punch targato 1980 è unanimemente considerato un capolavoro della new wave britannica. Purtroppo però si rivelerà incapace di incontrare il pubblico meritato.

Fin dall’inizio, i rapporti tra Cure e Associates sono stretti. Oltre all’etichetta le due band condividono un certo talento nel mischiare istanze pop e d’avanguardia, nonché un approccio romantico/espressionista che emerge particolarmente nel cantato di Smith e Mackenzie, nonostante il primo sia assai meno dotato del secondo. La stima tra i due front-man si rinsalda dando vita a una vera amicizia. Entrambi creativi e psicologicamente fragili, condividono un lato oscuro da tenere a bada. A sancire il legame tra le band ci pensa poi il bassista Michael Dempsey passando dai Cure agli Associates, che intorno al duo originario Rankine-Mackenzie hanno intanto costruito un gruppo vero e proprio. Gli anni successivi vedono le due band impegnate a costruire le rispettive carriere. I Cure cominciano ad abbandonare il rock nevrotico degli esordi per avvicinarsi a un suono più dark, del quale diverranno veri sciamani. Sono gli anni di Seventeen seconds e Faith. In quest’ultimo album basta ascoltare The funeral party e All cats are grey per comprenderlo. Più solare è invece il singolo estratto dall’album Primary, che diventa il primo successo della band, ottenendo un lusinghiero 14° posto nelle classifiche inglesi. Assai più forte è però l’impatto di Sulk, secondo album di inediti firmato Associates, che nel 1982 finisce dritto nella top ten. Medesimo destino arride al singolo Party fears two. Niente di troppo sorprendente, intendiamoci. Pur mantenendo un approccio d’avanguardia, Sulk è meno spiazzante di The affectionate punch e alcune composizioni risuonano perfettamente nelle orecchie dell’epoca. Il magazine Melody Maker incorona Sulk album dell’anno. È il synth-pop, bellezza. Ma quando l’interesse per il fenomeno scema, le cose cambiano. Rankine litiga con Mackenzie a causa dei sempre più incontrollabili eccessi di quest’ultimo, le cronache parlano di fughe improvvise e abuso di droghe, e se ne va. Gli Associates pubblicano una manciata di album insoddisfacenti e si sciolgono.

Nel frattempo, i Cure, sopravvissuti in qualche modo alle crisi esistenziali del leader Robert Smith, hanno compiuto una svolta più decisamente pop con i singoli Lets’ go to bed, Lovecats e The walk. Il loro percorso si compie con The head and the door a metà anni ’80. L’album diventa disco d’oro in Gran Bretagna e negli Stati Uniti e apre la strada per l’affermazione mondiale del lavoro successivo. Kiss me kiss me kiss me si guadagna il disco di platino negli Stati Uniti nel 1987. I Cure sono le rock star di livello planetario che conosciamo oggi.

Alla fine del 1996 i vecchi amici Robert Smith e Billy Mackenzie si reincontrano. L’occasione è un concerto degli acclamati Cure dopo il quale Mackenzie, che sta faticosamente cercando di rimettere insieme uno straccio di carriera solista dopo anni molto difficili, va nei camerini a salutare Smith. L’incontro tra i due è breve. Smith, preso da mille incombenze, congeda Mackenzie in modo frettoloso. Non ci sarà occasione per rimediare. Billy Mackenzie si arrende ai suoi demoni. Muore suicida il 22 gennaio 1997.

Quattro anni dopo Robert Smith pubblica Cut here in memoria dell’amico scomparso.

(...)

Dai, beviamo qualcosa assieme Siediti e parliamo un po’ Oh, vorrei poterlo fare e lo farò Ma ora non ho tempo E alle mie spalle, mentre vado via Vedo il tuo sguardo d’addio Vedo ancora quello sguardo nei tuoi occhi

(...)

Ma freddo Signor Esitante, troppo di corsa per parlare con Billy Tutte le confusionarie, frizzanti cose da fare Tra un secondo, aspetta un attimo, a suo tempo Non passerà molto finché la prossima volta...

Mi sarei dovuto fermare a pensare, avrei dovuto trovare il tempo Avrei potuto bere qualcosa, avrei potuto chiacchierare Avrei voluto fare la cosa giusta, avrei voluto che fossimo andati avanti Ma non l’ho fatto, ora è troppo tardi

È finita e te nei sei andato Mi manchi, mi manchi, mi manchi Mi manchi, mi manchi, mi manchi così tanto

(...)

Robert Smith scrisse la canzone subito dopo la morte di Mackenzie, ma decise di pubblicarla solo qualche anno più tardi. Le vendite di Cut here furono modeste. Secondo setlist.fm il pezzo oggi si assesta al 171° posto tra le canzoni dei Cure più suonate in concerto, con soltanto 7 esecuzioni. Per fare un paragone, A forest è stata eseguita dal vivo 1096 volte e Boys don’t cry 942. Forse Robert Smith sa che Cut here, nella sua urgente autenticità, affronta un argomento troppo letterario per le odierne platee dei Cure, ben più scanzonate di quelle che si erano innamorate di Three imaginary boys alla fine degli anni ’70. O forse Robert Smith ha voluto prendere le distanze dalla sua canzone per Billy Mackenzie. In fondo, l’unico modo per sfuggire al rimpianto di un’amicizia perduta malamente è dimenticarla, voltare pagina, andare avanti.








pubblicato da s.bernelli nella rubrica musica il 6 ottobre 2020