L’era delle disuguaglianze

Paolo Ferloni



Con l’arrivo dell’autunno, martedì 22 Settembre 2020, i giornali italiani più attenti hanno dato notizia della pubblicazione da parte dell’Istituto per l’Ambiente di Stoccolma (S.E.I.) e di Oxfam di un rapporto dal titolo The Carbon Inequality Era, che in Italiano si può rendere ‟Il tempo delle disuguaglienze da Carbonio”, in cui Sivan Kartha ed altri quattro Autori propongono una valutazione della distribuzione nel mondo dei consumi e delle emissioni di Carbonio nei ventotto anni tra il 1990 e il 2015, avanzando anche previsioni per tutto il XXI secolo (si trova il testo in https://www.sei.org/publications/th...). Il rapporto è uscito alla vigilia dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA) che si sta ora svolgendo a New York, ed ha in programma, tra l’altro, il cosiddetto Summit dei Capi di Stato e di Governo in cui si affronterà ‟la perdita di biodiversità senza precedenti” sul nostro pianeta, sfida globale assieme alla crisi climatica. L’Istituto di Stoccolma è un ente di ricerca indipendente specializzato in studi sui cambiamenti climatici e sostenibilità, mentre Oxfam (Oxford Committee for Famine Relief) è una confederazione internazionale di 18 Organizzazioni di Paesi diversi che si dedicano alla riduzione della povertà globale, attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo e collaborano con quasi 3.000 partner locali in oltre 90 nazioni per individuare soluzioni durature alla povertà e all’ingiustizia. Dalla collaborazione tra i due gruppi di autori emerge un quadro che illustra le emissioni di anidride carbonica (CO2) per aree geografiche, politiche ed economiche e per fasce di reddito delle varie popolazioni. Emerge con chiarezza il dato più significativo, cioè che 63 milioni di super-ricchi della Terra hanno prodotto e rilasciato nel periodo 1990-2015 il 15% di CO2, mentre 3,1 miliardi di persone, la metà più povera del pianeta, solo il 7%. Tutto ciò dà una idea delle contraddizioni in cui si dibatte l’umanità e della impotenza o inutilità della politica nei singoli Stati e a maggior ragione della schizofrenia che alimenta e rallegra, per così dire, le Organizzazioni internazionali, irresponsabili per definizione. Insomma, nei 25 anni in esame -le emissioni annuali sono aumentate del 60%: il 5% della popolazione più ricca ha determinato oltre un terzo (37%) di questo aumento. Inoltre l’1% più ricco è responsabile del 15%, più di quanto non abbiano contribuito tutti i cittadini dell’UE e il doppio della quantità prodotta dalla metà più povera del Pianeta; ha aumentato la propria quota di emissioni 3 volte di più rispetto al 50% più povero della popolazione; il 10’% più ricco ha prodotto oltre la metà (52%) della CO2 emessa in atmosfera. Per brevità si è accennato qui soltanto ad alcuni dei dati più impressionanti del rapporto, denso di tabelle e grafici. Il confronto serrato delle disuguaglianze si ricava da un altro breve documento parallelo, dal chiaro titolo ‟Confronting Carbon Inequality”, in cui l’autore, Tim Gore di Oxfam, analizza in modo accurato i dati del documento sopra citato, e dà qualche suggerimento per le strategie che l’umanità – cioè qualche governo o autorità dei Paesi più ricchi – potrebbe prendere in considerazione per proporre di ridurre le disuguaglianze in generale, quella delle emissioni di CO2, in particolare, e per avviare alcuni interventi per adattare il mondo ai cambiamenti climatici o per mitigarne qualche conseguenza. (si veda il sito, in inglese: https://www.oxfam.org/en/research/c...)








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica emergenza di specie il 25 settembre 2020