Sancho

Stefano Foglia



Doveva avere la segatura nel cervello a chiamarti Sancho, sì, doveva proprio avere la segatura nella testa tua madre.
Ti ha chiamato Sancho, mica un Sancho qualunque, Sancho Panza.
Per quello sei incazzato, con un nome così chi ti avrebbe mai rispettato.
Questo è quello che pensa spesso Sancho, come unico ricordo di sua madre, una flebile immagine del passato. Quanto a suo padre, non lo hai mai conosciuto ma lo detesta da sempre per quel cognome inutile che gli ha dato, Panza.
Con questi pensieri Sancho si è indurito, cresciuto su una terra arida, venuto fuori come un cactus, in un delirio di elementi di sofferenza, dolore e spazio onirico, degni di un quadro di Frida Kahlo.
Che poi, chi sia Frida Kahlo, Sancho neanche lo sa, non gli interessa dell’arte, della cultura, di studiare.
Nel mondo dove è nato e cresciuto queste menate artistiche servono solo per prendere delle mazzate, peggio ancora leggere libri.
Le mazzate, le umiliazioni che rifugge da una vita, il cui pensiero ha definito ciò che è o che vorrebbe essere, un duro.
Di cognome fa Panza, ma non accetta che gli altri possano vederlo debole o sfotterlo, quindi da quando ha cinque anni pensa solo ai suoi addominali, a non metterla su quella panza, a non dare a nessuno uno spunto per prenderlo in giro: pompare i muscoli come rimedio catartico per quel cognome di merda.
L’ossessione per l’aspetto fisico gli fa ripetere a se stesso: Sancho devi fare paura, devi sembrare forte, devono temerti: muscoloso e cattivo.
Cresce con la convinzione che siano muscoli e forza la sua chiave di affermazione nella società. Studiare per lui non serve a nulla, non gli interessa sapere, sa già che la vita è difficile e non c’è spazio per i deboli, le mammolette intellettuali, cos’altro dovrebbe sapere!
E allora vuole sembrare ancora più duro e l’idea di dipingere il suo corpo con dei tatuaggi gli piace.
Sancho immagina qualcosa di cattivo, che possa spaventare, insieme ai suoi muscoli, chi lo vede. Disegna lui stesso quei tatuaggi che si fa imprimere sul corpo, che mette in mostra sul suo fisico scolpito, quasi fossero il suo marchio di fabbrica nel mondo. L’aspetto da duro richiede poi un lavoro da duro, arrivato dopo mille espedienti: parcheggiatore abusivo, lavaggista, pugile, riscossore crediti, tutto sempre borderline. Adesso fa security nei locali, lavora la notte, in fondo non gli dispiace, così di giorno può allenarsi. Ogni tanto col lavoro becca anche qualche figa attratta dalla sua tartaruga e dai suoi bicipiti, ma per Sancho le donne non valgono neanche il tempo di farsi la tacca sulla cintura. Sono solo strumenti per compiacere il suo ego e per sentirsi desiderato per qualche minuto, nulla di più.
È una sera come tante altre, Sancho lavora in un pub che lo chiama spesso e dove sfoga la sua violenza sugli ubriachi molesti, sentendosi così qualcuno.
La serata è tranquilla, poca gente, sarà perché è un lunedì.
All’improvviso, fuori dal contesto dei soliti avventori, nota un uomo sulla cinquantina con gli occhiali, vestito da pinguino, giacca nera, camicia bianca e cravatta nera, che lo osserva fissandolo da un po’. Sancho cambia posizione più volte, si sposta dentro il locale, e il Pinguino continua a fissarlo, dritto negli occhi.
Per lui ormai è il Pinguino e Sancho, è pronto a dirgli uno dei suoi cavalli di battaglia: “Cazzo ti guardi, cerchi rogne?". Ma l’uomo lo precede.
“Pensi davvero di farlo per tutta la vita?”, dice con uno strano accento, come se fosse straniero. Lo invita a sedere, Sancho è pronto a dimostrargli che è un duro, ma lui lo stupisce di nuovo. Gli dice: "Si vede che sei un duro, anzi che fai il duro, ma se lo sei davvero ho un lavoro da proporti”.
Il Pinguino lo sfida, ma in modo diverso dal solito, non con la forza, ma quella sfida incuriosisce Sancho che per un secondo è tentato di dirgli “levati dal cazzo, straniero” ma resiste, non lo fa.
Chiede alla barista la solita birra scura, si mette a cavalcioni sulla sedia di fronte al Pinguino, lo guarda dritto negli occhi.
Lo sfida con lo sguardo alcuni secondi e poi quasi svogliato gli dice: “Dimmi, e rapido, non ho tempo da perdere!”. Il Pinguino sa di aver intrappolato Sancho nella sua rete, ma resta impassibile. “C’è un vecchio, ha bisogno di una guardia del corpo, ha tanti soldi e mille grilli per la testa. La paga è ottima, ti farà girare il mondo e vedere bei posti, farai la sua vita. Questo è il suo biglietto, prendilo se ti interessa.” Lo lascia sul tavolo, alza i tacchi e va via veloce come un siluro. Ti ha sorpreso di nuovo, questo il pensiero di Sancho che ripone il biglietto nella tasca e torna a fare il duro alla porta. La serata passa come tutte le altre, Sancho torna a casa come se nulla fosse, nella sua solita routine. All’improvviso sente il bisogno di fare una doccia.
Stasera le gocce d’acqua sembrano colpire il suo corpo come dei proiettili, gli fanno male, sembrano cadere dall’altezza di un grattacielo, sembrano incazzate con lui, vogliono comunicargli qualcosa.
Esce di fretta dalla doccia, senza ammirare con dovizia di particolari la sua tartaruga addominale, dimentica la sua routine.
D’improvviso quelle gocce che gli piombano addosso gli ricordano di quel biglietto da visita. Se ne era completamente dimenticato, lo ha messo in tasca senza neanche guardarlo. Adesso lo fissa quasi come se potesse mordere, con attenzione, se non con paura.
Don Chisciotte, questo il nome scritto sul biglietto.
Non un ruolo, una qualifica, un numero di telefono, c’è scritto solo il nome e l’indirizzo.
Pensa: Che cazzo di nome è Don Chisciotte, perché Don? Sarà un mafioso, o peggio un prete, cazzo, l’unico senza cellulare.
Il Pinguino però non lo ha descritto così, ha detto che è molto ricco, magari è solo un ricco fighetto, o un nobile, chissà, però minchia è dall’altra parte della Città.
E cosa intendeva per “Ti farà fare la sua vita”, sarà mica un finocchio?
Con queste riflessioni, stordito anche dalla stanchezza, Sancho si addormenta in un sogno profondo come la morte, come se fosse arrivata la sua ora.
L’indomani si sveglia alle 7, solita serie di flessioni, di addominali, solito allenamento, ma non fa neanche colazione, asciuga il sudore con un telo e decide di accettare la sfida del Pinguino.
Va dall’altra parte della città a incontrare Don Chisciotte.
Non era mai stato in questa parte della città, è passato dal grigio dei palazzoni popolari dove vive, nei suoi venti metri quadri, ai “quartieri alti”, pieni di verde e ville in stili antichi, che lui non solo non conosce, non ha mai visto prima, ma non pensava neanche esistessero delle case così.
Sancho, dopo aver strabuzzato gli occhi per tutta quella bellezza lì intorno, arriva all’indirizzo del Don. Suona il campanello e aspetta che qualcuno apra in fretta la porta, ma non vi è nessuna reazione. Allora suona nuovamente e con più insistenza, si sentono passi rapidi come se qualcuno stesse arrivando correndo.
Si apre la porta e compare un esile e canuto uomo, con uno strano cappello in testa che continua a correre e urla: “Andiamo ragazzo, non abbiamo mica tutto il giorno, sei in ritardo”.
Sancho sbigottito risponde: “Ehi vecchio, forse aspettavi qualcun altro...”. Don Chisciotte lo interrompe bruscamente: “Non sei tu la guardia del corpo, ragazzo?”.
Sancho a sua volta: “Sì, ma come fai a saperlo?". “È ovvio”, dice il vecchio ridendo, “corrispondi perfettamente alla descrizione del Pinguino”.
Un sorriso di Sancho, anche lui lo chiama Pinguino, magari il vecchio non è malaccio, quanto meno è di spirito. Sempre mentre stanno camminando velocemente, quasi stessero correndo, Sancho vaga col pensiero sulla paga, non andrebbe mai in giro con questo strano personaggio se non per i soldi. Il Don anticipa qualsiasi domanda: “La paga è di tremila euro al mese, quando torneremo dal viaggio il pinguino avrà già compilato e predisposto tutte le scartoffie, un regolare contratto direbbe lui e ovviamente per la nostra collaborazione dovrai sempre seguirmi nei viaggi che farò, mentre quando saremo in città vivrai nella mia magione”.
Sancho, che non sa neanche cosa sia una magione, capisce comunque che potrebbe iniziare una vita diversa, potrebbe essere la sua occasione per fare dei soldi, ma ancora guardingo e titubante, replica: “Ed esattamente dove dovremmo andare, ancora non lavoro per te Don, sono libero e senza padrone”.
"Non essere sciocco, tu sei la mia guardia del corpo, il mio scudiero, ma non sono certo il tuo padrone, io sono per la libertà ed il libero arbitrio. E hai fatto bene a darmi subito del tu, non mi piacciono i formalismi. Vivremo insieme tante avventure ed il tuo cinismo e la tua inesperienza ci saranno di grande aiuto”. Questa la risposta secca di Don Chisciotte che continua: “Adesso stiamo andando a prendere un aereo, quattro ore di volo poi andremo in barca a raggiungere quei maledetti che fanno la caccia alla balena, ma il programma dei prossimi mesi è molto fitto, andiamo su, il volo ci aspetta, dobbiamo fare in fretta”.
Sancho non aveva mai viaggiato, mai preso un aereo, mai preso una barca, anni di allenamento fisico non erano serviti a nulla. La sfida di quel giorno era muoversi in altri contesti, provare a fare cose mai fatte e che Sancho mai pensava potesse fare, doveva uscire dalla sua confort zone, dalla sua routine.
Non conosceva quali e quante fossero le avventure, non gli interessavano.
Sancho in quel momento pensava a guadagnare un pacco di soldi, senza avere più spese, e per questo strinse la mano al vecchio e gli disse; “Ok, Don, accetto!”.
Questo l’inizio della prima delle loro strabilianti e stravaganti avventure, tutte mosse dall’estrosità di spirito di Don Chisciotte, tutte sfide ignote a Sancho, che prima di quel momento non aveva mai sentito nominare, oppure se ne era sempre strafottuto.
Battaglie ambientaliste, occupazioni per protestare contro l’ignoranza, o per affermare il valore dell’arte, simposi per dare l’educazione a chi non la aveva ricevuta, mostre d’arte, eventi musicali, comizi politici, cene di raccolte fondi per questo o per quello. Tutte occasioni in cui l’arido e ignorante Sancho assorbiva come una spugna, con lentezza e in modo inconsapevole elevava il suo spirito, in stile kaizen. Don Chisciotte chiedeva spesso a Sancho pareri su questioni molto complesse, sue opinioni, a volte per smentirle, a volte per capire il punto di vista del ragazzo, molto spesso per farlo riflettere e per metterlo davanti ai suoi limiti ed alla sua ignoranza. Lo testava e lo stimolava, spesso nuove avventure avevano origine proprio dalle défaillances di Sancho, in un certo senso era lui l’ispirazione dei viaggi decisi da Chisciotte.
Qualche anno dopo la prima avventura Sancho sta accompagnando il Don ad una festa in un paese sperduto, una tappa di passaggio dei loro lunghi viaggi. La sosta avviene durante la festa del paese, Sancho stanco e annoiato, vorrebbe solo andare a letto. Vede centinaia di tavoli imbanditi di ogni bontà, ma quei banchetti, dove un tempo sarebbe stato seduto a mangiare e bere, ormai hanno per lui perso interesse. Ci sono migliaia di persone e un grande palco, sente in lontananza una musica, che è lì come se lo chiamasse. Sancho vi si avvicina, incuriosito dalla voce che sentiva in sottofondo e curioso di guardare chi sta cantando.
La ascolta, la vede e si infiamma.
Per la prima volta non ha fiato, tutti quegli anni di allenamenti e si sente come uno sfigato ciccione che non riesce a muovere un passo senza sudare.
Una voce elegante, profonda e potente, che arriva a Sancho come se fosse dentro di lui.
La ragazza appariva sul palco radiosa, si muoveva in modo suadente, sorridente, cantava con semplicità, con una potenza vocale e una armoniosità che rapì l’animo di Sancho.
Sancho, colpito da quella armonia, nota che intorno a sé vi sono stuoli di persone incuranti di quel soave spettacolo, distratti e intenti solo a mangiare qualsiasi cosa gli si parasse davanti, a urlare tra loro, a bere. Era come se soltanto lui sentisse quella voce, anzi fosse solo lui in grado di sentirla, la musica, la raffinatezza di quella voce pareva non essere percepibile da quell’esercito di grezzi.
Non riusciva a capire come facessero quei beoni a perdersi uno spettacolo di così rara bellezza, non capiva più quello che fino a qualche anno prima era il suo modo di essere.
La cantante si accorge di Sancho, gli sorride quasi a lanciargli un subliminale messaggio, continua a esibirsi guardandolo sempre dritto negli occhi. Canta un brano che Sancho già conosce ma che gli pare di sentire per la prima volta: nulla gli è mai sembrato così bello.
Rabbia, nervosismo, dolore, sentirsi fuori da un mondo che prova ogni giorno a inghiottirti, tutte sensazioni del passato per Sancho, nel suo corpo si sviluppa una sensazione diffusa di benessere che da dietro la nuca si irradia ovunque, sente il tempo fermarsi.
Osserva e ascolta tutto il concerto come se fosse eterno, il tempo scorre come un mare in tempesta, ma di colpo, con l’ultimo applauso ed i fuochi d’artificio, tutto finisce.
Sancho vorrebbe avvicinarsi al palco, guarda verso Chisciotte forse con la speranza che sia lui a chiamarlo a sé impedendogli di andare da lei. Cerca il coraggio dentro di sé, ma sente due dita premere sulla spalla sinistra e si volta: “Ciao mi chiamo Luce, ma il mio nome d’arte è Dulcinea”. Rimane senza fiato, in un attimo capisce cosa è l’Amore.
“Belli i tuoi tatuaggi” dice lei, e Sancho farfuglia le prime parole che gli vengono in mente “Sono miei disegni, da ragazzo mi sembravano una buona idea”. Dulcinea sorride qualche istante, guardandolo fisso negli occhi, scavando nell’anima di Sancho. Lei schiude le labbra che Sancho non ha mai smesso di guardare e dice: “Non ho mai conosciuto un pittore”. Sancho risponde: “Lo vedi quel vecchio? Io sono la sua guardia del corpo, la paga è buona, di arte si muore di fame, ma grazie, mentre il vecchio dorme, e capita spesso, dipingere o fare degli schizzi mi tiene compagnia, complimenti per il tuo show, sei molto brava a cantare”.
Chisciotte che nel frattempo stava cercando Sancho, lo trova e intuisce perfettamente la situazione, notando anche l’imbarazzo di Sancho rimasto ormai senza argomenti. Il Don si avvicina ai due giovani portandogli da bere e prende sottobraccio Dulcinea, allontanandosi con lei, parlando di mille cose, come al suo solito, si conoscevano da tempo loro due.
Sancho non si era mai reso conto, prima delle parole di Dulcinea, di quanto la pittura e i disegni fossero importanti per lui. Sono di fatto la sua forma di catarsi, il modo in cui prova a espiare la sua colpa di essere venuto al mondo, o di essere nato in quel mondo, molto diverso da quello di Chisciotte. Ha prodotto e raccolto, tenendoli chiusi in una cantina della magione, centinaia tra quadri, disegni al carboncino, acquarelli, tele dipinte con bombolette spray. Non ci aveva mai pensato. Il Don, con il suo proverbiale e cinico tempismo, interrompe anche questo pensiero: “Ho concordato tutto ragazzo, ha ragione Dulcinea, non ha senso tenere delle opere in una cantina, bisogna che tu faccia il tuo esordio in società, occorre uscire fuori dal guscio. Ho organizzato tutto, quando torneremo dal viaggio ci sarà una tua mostra, e stai tranquillo ci sarà anche lei. Ti ho visto timido e senza parole, abbiamo questi mesi per prepararti all’amore, ho giusto i libri che ti servono nei miei bagagli”.
Sancho risponde: “Ma che dici Don, quale mostra, quali libri, appena torniamo nella magione butto via tutto, quale arte, sono solo dei passatempi”. “Certo che sei strano ragazzo”, replica il Don, “ti creo il gancio per poterti giocare la tua chance con quella meraviglia di fanciulla e tu te la fai sotto come una mammoletta?”.
Le parole soavi di Dulcinea si scontravano con le parole crude e di sprone di Chisciotte.
Sancho pensò a quanto accaduto per tutta la notte, evidentemente non era destino dormire in quella fresca serata d’estate.
Armatosi del coraggio, grazie alle parole di Dulcinea, e allo stimolo delle prese in giro del Don, si convinse a esporre i disegni, gli schizzi e quelli che fino a qualche anno prima erano solo le trame per nuovi tatuaggi.
Tornati dal loro viaggio arriva il giorno della mostra, sala piena di quadri, disegni e di tutto quello che per Sancho rappresentava un mero diletto. Diverse persone chic chiamate da Chisciotte presenti in sala, personaggi di cultura, ricchi mecenati, fotografi che lo inondano di flash.
Sancho è spaesato, barcollante e senza riflessi, come se fosse ubriaco.
Gli si avvicina un uomo con penna e taccuino che ha scattato prima numerose foto: “Salve, Michele Servante, scrivo di arte sul Post, è lei l’artista che ha dipinto queste opere?”.
Sancho rimane alcuni secondi in silenzio, lo ha definito artista e gli suona strano. Mai avrebbe pensato di esserlo almeno fino all’inizio delle avventure con Don Chisciotte, anzi gli sembrava impossibile solo immaginarlo. Adesso il giornalista ha definito i suoi schizzi delle opere.
Destatosi dalla sua riflessione risponde: “Sì, sono io, piacere Sancho, Sancho De la Mancia”.
La vita di un nuovo Sancho era così iniziata.

Colonna sonora

Metallica, Enter Sandman - Intro
Pearl Jam, Alive - La vita di Sancho
Tom Petty, Learning to Fly - Il Don
Guns N’ Roses, Don’t Cry - Dulcinea e la festa
Scorpions, Wind of Change - La mostra

Still: Don Quixote et Sancho Panza (1866-68) di Honoré Daumier








pubblicato da j.costantino nella rubrica racconti il 11 settembre 2020