Le visage d’Elle

Jonny Costantino



A seguire un estratto da American Evil. Il Cinema Ritrovato 2020 pubblicato oggi sul CUBo e fruibile nella sua integralità cliccando qui.

Guardando il neonato Isabelle Huppert, message personnel – il documentario di William Karel su questa magnifica attrice, probabilmente la più vicina oggi al modello Bette Davis – ho compreso o, meglio, ho avuto l’ennesima conferma di qualcosa che sapevo: un viso come il suo non te lo dà Madre Natura né il chirurgo plastico, un viso così si crea attraverso un costante lavorio d’incisione spirituale.

Siete scettici? Confrontate il volto della paffuta diciassettenne che esordisce con I primi turbamenti (Faustine et le bel été, 1971, di Nina Companéez) e quello della splendida ultra60enne diretta da Paul Verhoeven in Elle (2016). Chabrol Sautet Berry Robbe-Grillet Blier Tavernier Preminger Téchiné Godard Bolognini Pialat Jacquot Cimino Losey Ferreri Wajda Schroeter Hartley Kiarostami Taviani Assayas Ruiz Haneke Ozon Honoré Chéreau De Bernardi Denis Bellocchio Mendoza Sang-soo Breillat Verhoeven: i cineasti con cui ha lavorato – i bravi e i grandi – sono stati scalpelli abbandonandosi ai quali Isabelle s’è scolpita una delle fisionomie più taglienti del secondo secolo di cinema.

A orientare il proprio auto-affilamento – e con esso la precisazione della propria caratura attoriale – c’è stata una precoce presa di coscienza: la cinepresa è più ricettiva all’infelicità che alla felicità che il suo volto è in grado di esprimere. Un rilievo, questo, che da solo ci dice qualcosa di essenziale del suo sodalizio con Michael Haneke, l’intransigente maestro austriaco per cui raccontare la felicità significa oltraggiare chiunque soffra.

Still: Isabelle Huppert in È simpatico, ma gli romperei il muso (1972) di Claude Sautet e in Elle (2016) di Paul Verhoeven.








pubblicato da j.costantino nella rubrica cinema il 9 settembre 2020