Sei frammenti di separazione

Chiara Donnini



10 marzo 2020

Voi, sciagurati, che ora siete chiusi in gabbia come i vostri canarini, che ne potete sapere voi della mia imminente primavera? canta l’usignolo sull’albero di fronte.

17 marzo 2020

Sono in cucina e ascolto il ticchettio dell’orologio sulla parete, sono rapita. Siamo al giorno numero? non ricordo i giorni di quarantena, non li conto, e non so perché proprio ora mi concedo una tregua. Perché è chiaro che mi sto concedendo una tregua, altrimenti non potrei scrivere. Il mio corpo reagisce allo stress con l’iperattività, la mia mente risolvendo problemi. Se non posso convogliare la tensione in questi binari, la rabbia scoppia, la rabbia che deriva dalla realizzazione dell’impotenza. A dire il vero sono sempre più abile nel gestire l’ansia che deriva dall’ineluttabile, o meglio, sempre più brava nel prendere atto che l’ineluttabile esiste. Anche ora che lo sto scrivendo, la mia mente segretamente si ribella a questo pensiero: non c’è nulla di ineluttabile, non c’è nulla di ineluttabile, urla. L’unico lenimento per l’ineluttabile invece è il silenzio, il silenzio e l’immobilità, non l’azione. Nell’assenza di suono e di moto si produce il pensiero puro e il pensiero puro è l’unica azione-potenza che è pienamente concessa all’uomo. Quando poi dal silenzio si produce un suono minimo, il canto degli uccelli, l’acqua che scorre, le campane che segnano l’ora, mi riconcilio con la vita che contiene così dolorosamente l’ineluttabile.

19 marzo 2020

Ti ho sognato, andavamo in Scozia. Era primavera come ora. La brughiera ricordo, e un albergo in bilico sulla scogliera. C’era il mare in tempesta e noi lo guardavamo dalla finestra della camera.

29 marzo 2020

Sono contenta di non andare ogni mattina in metropolitana, schiacciata in mezzo a corpi estranei che mi disgustano con la loro decadenza progressiva di odori di rumori (comprese le parole) e di bruttezza; dentro a quel tubo che stride e ti strattona, che ti ferisce con il giallo osceno dei sedili e il grigio mortifero delle pareti.

Sono contenta di sedermi alla finestrella della mansarda e guardare le gatte camminare sul tetto - quello che vorrei fare anche io - mentre io invece faccio colazione. Stamattina c’è odore di legna bruciata e di resina, pare quasi di essere al bosco. Loro ora hanno superato il colmo del tetto e sono uscite dalla mia visuale, l’esplorazione si è fatta interessante e mollano gli ormeggi (il fondale che sono io le lascia andare con gioia).

Sono contenta di sedermi al tavolo con i bambini, ascoltiamo le lezioni di scuola, esercitando la curiosità e il nostro spirito critico e poi ci impegniamo a fare il meglio e ci godiamo le soddisfazioni.

Sono contenta di scrivere poche righe e tracciare qualche segno sul taccuino, ogni santo giorno, come il fiume che deposita nel Delta un sasso per volta e crea la laguna.

Sono contenta che il rumore non esista quasi più e le maglie del filtro siano sempre più strette, cosicché anche il più piccolo suono che passa diventa udibile per dieci per cento per mille.

01 aprile 2020

Invocazione di un ragazzo di dodici anni.

Donami ancora lo spazio per correre, il rumore delle ruote della cartella sull’asfalto del marciapiede e l’aria del mattino che mi accarezza la faccia, quando cerco di raggiungere l’autobus e penso che sono in ritardo e mangio i biscotti che mi ha dato la mamma sulla porta e mi ha detto mangiali, ché se no non riesci a pensare.

Portami ancora le risate dei miei compagni, il loro sguardo pieno di stelline, quando mi alzo a caso e la prof mi richiama e io mi accorgo che mi sono alzato di istinto e allora rido anche io di me stesso. Portami il suono benefico della campanella proprio mentre il Dito sta scorrendo di nuovo il registro e io ho la paura che mi martella nello stomaco come un branco di rinoceronti impazziti.

Seguimi ancora quando filo dietro alla palla nel cortile della scuola e in corpo trattengo il calcio che ci farà vincere la partita e sogno l’ammirazione della mia squadra e del mio capitano.

Portaci ancora la possibilità di scorrazzare, noi ragazzi, per strada come i cani, che seguono gli odori e con essi si orientano - la fisicità delle persone – e con l’odore ritrovano la fiducia e la casa.

Il bulbo della speranza sta già bucando la terra e presto ci arriverà di nuovo il suo profumo di giacinto azzurro nell’aria della sera.

06 aprile 2020

Carlo è un amico virtuale dei ragazzini. Si sono conosciuti giocando a Fortnite da amici di amici. Carlo in questo periodo di reclusione chiama duecento volte al giorno al cellulare di Riccardo perché vuole giocare. Ha una determinazione ammirevole, che se guardo dal lato mio è commuovente (oggettivamente è insopportabile). A detta dei ragazzini gioca da “cancro bot” (bot è l’abbreviazione di robot), ovvero vince utilizzando escamotage che sono al limite dell’illecito. Carlo si becca le ingiurie di tutta la squadra con un aplomb degno del Mahatma Gandhi e ride con il suo vocione sgraziato da preadolescente che sento attraverso la Nintendo Switch. Carlo viene bannato venticinque volte al giorno ma puntualmente invia messaggini del tipo “oh raga, ci siete? giocate?”. Carlo, ressami! Carlo, spamma! Carlo, ti rendi conto? Carlo, porcodemonio! Carlo è diventato il mio idolo. Voglio bene a Carlo.

10 aprile 2020

Cammino per strada come in un sogno, non ho nessuna autogiustificazione, ho solo voglia di camminare e di mettermi le mani in bocca e di annusare l’odore del pane e del sapone di Marsiglia, di ascoltare le risate da una finestra e il pallone nel cortile e i cani che ansimano la loro foga e tin tin le stoviglie e crac crac la ghiaia sotto i piedi e siete bravi bravi a stare in casa mentre io dopo mesi mi porto a pisciare senza mascherina.

13 aprile 2020

Ancora i tuoi quattro assi, bada bene di un colore solo, si mescolano nella cesta appesa alla trave del tetto piena di erbe aromatiche, il timo, la maggiorana, e rosmarino e origano. La gazza ladra e la capinera ciaccolano da un comignolo all’altro, sbeffeggiando le gatte: si potrebbe andare tutti quanti al mare, oggi è sicuro che luccica e si increspa a colpi di levantino. Si potrebbe, ma io fremo in questa immobilità e mi si apre una voragine di immaginario sopra alla testa: fendo l’aria intorno a me come un incrociatore. Si potrebbe conciliare il passo e il pensiero del passo, gettando una manciata di parole nel calderone, oppure farli rimanere buoni amici come noi.

18 aprile 2020

Pensando alla distanza ho scritto questo racconto: per far sbocciare l’erotismo è necessaria la distanza, ma non una distanza eccessiva: la giusta distanza.

Racconto.

È notte. Lei cammina avanti e indietro nel salone di casa sua. Misura a larghi passi la distanza che separa la porta d’ingresso dalla cucina. Ha paura. Il buio e il silenzio la calmano in parte, ma la paura rimane e con lei, in misura uguale e contraria, la vita le giace pericolosamente nello stomaco, un’onda pronta a riversarsi fuori. Lui le ha scritto di nuovo, insiste. Sta attuando un copione già messo in scena chissà quante volte: la vuole sedurre facendole credere di essere sedotto. Lei lo ha capito e basterebbe mandarlo al diavolo. Ma, c’è un ma. Lui è intelligente e dietro a tutto quel teatro c’è Lui. Lei è incuriosita da Lui, quello che sta dietro all’altro Lui. Incuriosita, non sedotta, né seducibile. Non più. E tanto meno seduttrice. Ci ha giocato davvero solo un paio di volte a quello, ma dopo poco voleva già altro, altro che l’altro non era disposto a dare. Quella era tutta la sua esperienza in materia e le era bastata. Lei voleva toccare Lui ed esserne toccata, ma (sempre ma) la paura li separava come un vetro infrangibile a cui ogni tanto tiravano invano una sassata. Immaginare era così rassicurante, dopotutto. Nessun errore, nessun imbarazzo. Niente odori fastidiosi, niente calzini bucati, niente mutande ridicole, niente occhiali da togliere, gesti istintivi da nascondere, niente ansia da prestazione o vestiti da raccogliere e saluti da inventare. Ognuno nel suo letto, tante belle parole, nero su bianco, un lavoro pulito, elegante, bon ton. Si viene già con la carta igienica in mano per non macchiare le lenzuola. Che bravi bambini! Lei cammina avanti e indietro. Domani, lo giura, va in stazione e si mette sul primo treno e lo va a guardare in faccia il suo Lui.

Il mostro Lui si diverte così: guarda foto di corpi di donna e immagina il loro sapore, la loro consistenza; immagina Lei, la luce che in un certo momento potrebbe cadere in un certo modo a illuminare un certo rilievo, una depressione, un’onda generata dal piacere e rifratta dai minuscoli peli biondi della pancia di Lei. Immagina l’odore di mutandine che non toccherà mai, di gambe che non aprirà mai, di umori che non sfregherà tra le sue dita. Lui ha capito che gli piace cambiare, gli piace scoprire sempre nuove terre. Lui dopo poco si annoia. Non delle persone, si annoia dei corpi. Non che non riesca ad amare, anzi. Ha tanto amato una donna dolce, discreta, intelligente, giovane nel senso più bello, nel senso di occhi limpidi e sinceri, nel senso di fiducia e abbandono. L’ha amata e la ama ancora, ma poi quella dannata voglia di scoprire nuovi mondi l’ha spinto a distruggere e questa cosa qui lo ha distrutto di rimbalzo, le schegge di quella innocenza infranta gli si sono conficcate nella carne e proprio non se ne vogliono andare. Lui allora ci ha rinunciato ad amare. Lui guarda e immagina. Lui non tocca e non si fa toccare, così non potrà distruggere mai più, pensa. Guardare e non toccare è una cosa da imparare. E Lui l’ha imparata questa lezioncina che però fa tanto male. Lui ora è contento, la sua mente può godere e venire senza sentirsi in colpa, tanto glielo dice al corpo che guarda. Glielo ha detto a Lei: mia Lei, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi, io ti guardo solo, lo giuro, e mi trastullo con i pezzi del tuo corpo, un piede, una spalla, la schiena, una chiappa.

26 aprile2020

Non sappiamo languire. Lasciati al vuoto, annaspiamo. Lui mi dice di scrivere di continuo, non sopporta di vivere e basta. Camminiamo sull’acqua, il cielo rovesciato. Io mi lambicco il cervello nel divenire incessante, distillo il meglio, o così credo. Abbiamo la percezione precisa del tempo che passa, quello piccolo, il minuto, ma il tempo lungo ci appare immobile. Dovrei metter mano al taccuino, allineare, dare forma, eppure sospiro, le parole mi colano fuori.

Immagine: Les dessins de Hans Bellmer.

Il diario del 29 marzo è uscito anche all’interno della raccolta di racconti e brani di diario “L’ultimo sesso al tempo della peste” a cura di Filippo Tuena, NEO. Edizioni.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 4 settembre 2020