Malastoria

Giovanni Giovannetti



Basta Pasolini

Nei suoi ultimi anni di vita Pier Paolo Pasolini riceve dossier su notabili democristiani, raccoglie informazioni su potenti manager dell’industria pubblica, va in giro «a fare domande che non dovrebbe fare» sulle infiltrazioni della criminalità, la più asservita, in gruppi eversivi dell’estrema destra e sinistra. Non è un curioso qualsiasi: scrive di politica e società sulla prima pagina del “Corriere della Sera”, il più letto e autorevole quotidiano della borghesia italiana; un giornale che, dall’agosto 1975 (poco prima che Pasolini venga ucciso) è in mano al presidente di Montedison Eugenio Cefis, elemosiniere occulto dei Rizzoli, che formalmente ne sono i proprietari. Pasolini è anche un affermato regista cinematografico, poeta, critico, romanziere e sta scrivendo Petrolio, un romanzo sul nuovo Potere (con la maiuscola) di cui Cefis, chiamato Troya, è uno dei principali protagonisti: il vicepresidente dell’Ente nazionale idrocarburi (Eni) coinvolto nell’uccisione del presidente Enrico Mattei. Quindi Pasolini sta inconsapevolmente raccogliendo notizie, foto e altri documenti su colui che nel frattempo è diventato un suo editore. Pasolini stesso è sotto la lente dei Servizi, almeno dal finire degli anni Cinquanta, da quando il Sifar (il Servizio informazioni forze armate, istituito nel marzo 1949 in stretta, anzi strettissima, collaborazione con la Cia, dall’allora ministro della Difesa Randolfo Pacciardi, ma senza alcun dibattito parlamentare) predispone una informativa sulla sua vita privata. Da quel momento diventa un comodo bersaglio politico e giudiziario, tanto da avere un rapporto quasi quotidiano con le aule dei tribunali, come se fosse dentro un unico grottesco infinito processo.

Cosa può aver percepito o saputo Pasolini su chi, in forma occulta e criminale, ha governato la drammatica stagione dello stragismo e la successiva stabilizzazione del potere con altri mezzi? Ciò che sa, Pasolini lo scrive in alcuni tra i suoi ultimi e più corrosivi articoli per il “Corriere”, e in particolare nell’ormai famoso articolo Che cos’è questo golpe?, quello che comincia con “Io so”. Pasolini scrive questo articolo nel novembre 1974, subito dopo l’arresto del capo dei Servizi segreti militari Vito Miceli e dei cospiratori del golpe Borghese, collegati allo stragismo. Passerà altro tempo prima che le tessere di un tale orribile mosaico trovino una loro collocazione giudiziaria; ma per farsi un’idea sia pure approssimativa della situazione, già allora poteva bastare la lettura di Pasolini. E si ricordi che l’incompiuto Petrolio (o Vas: l’autore non aveva ancora risolto il titolo) verte sì sul nuovo Potere, ma contiene anche il Romanzo delle stragi, il romanzo delle bombe atlantiche fatte deflagrare per mercanteggiare le libertà democratiche con la finta sicurezza, «Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile», scrive Pasolini.

Che cos’è allora questo golpe? Provano a dare scacco alla Repubblica parlamentare i militaristi teorici della strategia stragista della tensione, quelle brave persone «che, tra una Messa e l’altra», stanno alimentando con bombe e morti quel finto stato di necessità che renda accettabile e anzi ineludibile la temporanea sospensione delle garanzie costituzionali, così da ripristinare l’ordine a fronte del disordine da loro stessi procurato; poi ci sono i gruppi neofascisti, poche persone che, mestando nel torbido e calcando la mano, spingono per soluzioni golpiste come in Grecia nel 1967; infine ci sono i fautori del colpo di Stato incruento, efficentista e tecnocratico. Questi ultimi perseguono la nuova tattica degli opposti estremismi, un’efficace finzione prima anticomunista e poi “antifascista” (lo ha scritto anche Pasolini, nel suo Romanzo delle stragi sul “Corriere” e in Petrolio). Tre tattiche e un unico fine: stabilizzare in senso moderato e pilotato gli equilibri del Paese, mettendo fuori legge o quanto meno fuori dai giochi le forze di sinistra. In questa tripla e delinquenziale strategia della “confusione” – come l’ha definita l’autore dell’attentato di Peteano, il terrorista nero Vincenzo Vinciguerra (tre Carabinieri uccisi il 31 maggio 1972 da un’auto esplosiva; Vinciguerra è oggi tra i più acuti osservatori da dentro quegli anni) – il neofascismo stragista ha vestito i panni della rivoluzionaria forza anti-borghese, ma portando sul capo il fez degli ascari al servizio prezzolato di potenze straniere, dei Servizi segreti italiani e del grande capitale. Pasolini avvertitamente lo definisce un criminale artificio del potere «senza un’ideologia propria», separando comunque le responsabilità dei mandanti burattinai (alla guida di distinte catene di comando nazionali e internazionali, spesso in conflitto tra loro) da quelle dei loro esecutori materiali. Col tempo si capirà che molte delle stragi che hanno insanguinato l’Italia a partire dal 1969 appartengono a un’unica matrice organizzativa, che risponde a direttive ricevute da apparati inseriti nelle istituzioni, e per l’esattezza – come ha detto Vinciguerra – in una struttura parallela e segreta del ministero dell’Interno; e gli attentatori, scrive avvedutamente il magistrato milanese Guido Salvini, «non erano una scheggia impazzita. Freda e i suoi camerati godevano del complice appoggio del Sid. Gli uomini dei Servizi segreti seguivano le loro mosse, le sorvegliavano, le coprivano». Salvini guarda soprattutto a piazza Fontana, la “madre” di tutte le stragi, ma queste sue parole riguardano la stagione stragista nel suo insieme. Insomma, non fu un complotto ma una feroce scelta politica. I terroristi di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale sono teleguidati da uomini dello Stato, ovvero da coloro che avrebbero dovuto proteggerci dal terrorismo e invece hanno tradito, agendo in deliberato spregio del Codice penale e della stessa Costituzione. Molte tra le figure apicali di questo ambizioso programma eversivo (generali, politici, imprenditori, funzionari dello Stato) hanno condiviso l’appartenenza alla loggia massonica segreta Propaganda 2 (P2) di Licio Gelli.

E fino a dove Pasolini sarebbe potuto arrivare nell’incalzare i burattini e i burattinai di questo nuovo Potere così centrale nella sua riflessione, se non lo avessero fermato in quella notte buia all’Idroscalo di Ostia? Notte doppiamente buia: perché è senza luna e perché a ucciderlo – ormai si sa – non è un gracile ragazzetto minorenne, ma un vero e proprio commando di una decina di persone. Pasolini afferma di credere nella politica, nei princìpi formali della democrazia, nel Parlamento e nei partiti: tentenna sul compromesso storico tra la Dc morotea e il Pci (salva Aldo Moro, ma gli altri democristiani li vedrebbe volentieri a processo); è contro il «laicismo astratto» che derubrica l’aborto a un semplice diritto civile (Pasolini è però favorevole alla sua legalizzazione); lamenta la distruzione delle particolarità regionali (per lui erano il pluralismo fondativo della nazione) e l’affermarsi di un nuovo potere omologante, consumista e violento, basato sulla produzione e l’imposizione di beni effimeri e dunque superflui. Ne scrive sul maggiore quotidiano italiano, rivelandosi intuitivo giornalista d’inchiesta e valente sociologo e politologo, capace di cogliere le profondità. Parla anche delle bombe stragiste, attribuendole ad oltranzisti atlantici dentro lo Stato: come scrive nel 2001 il presidente della Commissione parlamentare sulle Stragi Giovanni Pellegrino, Pasolini intuì in tempo reale ciò che stava accadendo, e cioè il «carattere anticomunista degli attentati del ’69 e il carattere antifascista degli attentati del ’74; così chiaramente ponendo in rilievo come responsabilità istituzionali caratterizzassero sia i primi sia i secondi». Gli stessi argomenti, rielaborati narrativamente, entrano di prepotenza in Petrolio o Vas, un progetto apparentemente grandioso: il romanzo, né tradizionale né sperimentale, che sta scrivendo avvalendosi di materiali extra-letterari. Petrolio verrà pubblicato ben diciassette anni dopo la morte del suo autore, incompiuto e mutilo. Fino a dove sarebbe potuto arrivare allora? È tra i temi di questo libro: lavorando unicamente su fonti aperte (libri, articoli, pubblici documenti oggi più di allora accessibili a chiunque), tenteremo di rispondere a questa domanda, confrontando le ricerche in fieri di Pasolini – stillate da Petrolio e dai suoi scritti corsari e luterani sul “Corriere della Sera”, sul “Mondo” e sul “Tempo illustrato”– con quanto è poi emerso in sede storica e giudiziaria sulle responsabilità, istituzionali o meno, negli anni bui della prima Repubblica. Quella stessa Repubblica nata sghemba nel 1946, mantenendo quasi intatto l’apparato burocratico del ventennio. E sghembo è anche il suo atto fondativo morale: quella lotta di liberazione dal nazifascismo per nulla unitaria e invece tormentata da conflitti interni e tanta confusione, specie in Friuli. Non dovremo perciò ignorare altre tessere di questo composito mosaico, andando a rileggere gli anni trascorsi da Pasolini in quel Nordest attraversato dalle bande armate catto-nazionaliste poi confluite in Gladio, la struttura militare e paramilitare segreta voluta da Mi-6 (la supersegreta intelligence britannica), Cia e Sifar per combattere il comunismo interno e internazionale, fuori da ogni controllo parlamentare. E Gladio italiana è una struttura illecita anche perché il suo atto istitutivo è vergato da soggetti – la Cia e il Sifar – che non sono autorizzati a firmare trattati internazionali (il presidente della Commissione stragi Libero Gualtieri ha parlato di una «illegittimità costituzionale progressiva»). Peggio, a quel tempo la Cia è una sorta di organizzazione terroristica dedita ai colpi di Stato e all’omicidio politico, in concorso con i pistoleri nella criminalità organizzata; e il Sifar, il nostro Servizio segreto militare, risponde sottotraccia alla Cia, ovvero al Servizio segreto di una potenza straniera, disdegnando il Parlamento nazionale. Per costoro, più di un terzo dei deputati democraticamente eletti al Parlamento nazionale sono il nemico. Nel caso di Gladio e del Sifar, l’asservimento atlantico prevale dunque sulla Costituzione. Ma attenzione: per quanto estranea alla carta costituzionale, Gladio è pur sempre la rete segreta anticomunista più “presentabile”. Sappiamo infatti di altri livelli, ben più occulti di Gladio, come i Nuclei territoriali in difesa dello Stato o come le ventiquattro organizzazioni sotterranee consorziate nella cosiddetta Rosa dei venti. E quest’ultima è quella ramificata rete, organizzata e capillare che, secondo il giudice Salvini, «poteva essere usata in senso golpista quando la catena degli attentati avesse creato le condizioni per poter compiere un mutamento istituzionale». Vi aderivano civili e militari cementati dall’anticomunismo e con licenza di uccidere, uccidere anche cittadini inermi. Questa rete rispondeva a una catena di comando a compartimenti stagni che, passando per il tenente colonnello dell’Esercito Amos Spiazzi e per il colonnello dei Carabinieri Federico Marzollo (in forza ai Servizi segreti militari), ha avuto nei piani alti dello Stato la sua occulta cabina di regia politica, finanziata da alcuni noti industriali.

Chi allora induce Pasolini a lasciare il Friuli? Come documenteremo, già nei suoi anni friulani a Casarsa della Delizia, quando è segretario della sezione comunista di San Giovanni (un paese lì vicino), lo scrittore entra nel mirino di taluni precursori di Gladio. Dopo aver misurato il suo crescente carisma, la sua decisa capacità oratoria e la forza affabulatoria dei suoi manifesti murali – scritti a mano, prevalentemente in lingua friulana – questi proto-gladiatori attaccano Pasolini. Prima lo minacciano («che la smettesse di far politica e si ritirasse a vita privata»); poi, strumentalizzando a fini politici i cosiddetti “fatti di Ramuscello” (una masturbazione di gruppo con minorenni poco più giovani di lui) provano a delegittimarlo, inchiodandolo ai “sentito dire” spacciati per “prove”. Invece di difenderlo, il Partito comunista italiano, a trazione stalinista, ne approfitta per liberarsi di lui, cacciandolo. Del resto è troppo pericoloso, a destra come a sinistra, averlo tra i piedi lungo l’asse del Tagliamento, la virtuale “Maginot” del Nordest, a due passi dalla costruenda “cortina di ferro” che per decenni separerà l’impero “del bene” (atlantico) da quello “del male” (sovietico) e l’Europa occidentale dai Paesi comunisti dell’Est europeo. Archiviata la parentesi resistenziale, svanita la speranza di un radicale cambiamento (svanita anche la prospettiva di un Esercito davvero democratico, guidato da alcuni tra i più coraggiosi capi della Resistenza), gli alleati – come scrive ne L’altra Resistenza un osservatore privilegiato, quale è stato l’ex agente segreto americano Peter Tompkins – «ripristinarono immediatamente la struttura del vecchio regime: Polizia, Esercito, Magistratura, perfino la Polizia segreta. Lo Stato e la struttura amministrativa ereditati dal fascismo furono silenziosamente consolidati», e così «l’unica epurazione efficace fu contro i partigiani e gli antifascisti che erano entrati nell’amministrazione statale immediatamente dopo la Liberazione». L’epurazione è dunque praticata alla rovescia: mentre gli ex partigiani sono allontanati dai corpi di pubblica sicurezza e dall’Esercito (nell’Italia post-fascista l’anticomunismo – e non l’antifascismo – è il requisito fondamentale), a esperti anticomunisti e criminali di guerra come i generali Mario Roatta, Taddeo Orlando, Giuseppe Pièche e Paolo Berardi o come il questore di Lubiana Ettore Messana o il capo dell’Ovra (la polizia politica fascista) Guido Leto verranno riservati incarichi di rilievo nell’apparato civile e militare, sancendo anche in questo modo la frattura tra lo Stato repubblicano e la Resistenza, derubricata a sterile mito fondativo. Quanto a Pasolini, perso il posto di insegnante, è indotto a partire o forse scappare. Una sorte condivisa con molti ex combattenti comunisti della guerra di liberazione in Friuli: è la “meglio gioventù” dei militanti e dei lavoratori discriminati per motivi politici, giovani liberi solo di migrare, e forse tornare, ma da vecchi, al più domati: «par me votà / a è una peraula nova / e una reson / per vegnì a cjasa», per me votare è una parola nuova e una ragione per tornare a casa, recita il compianto poeta carnico Leonardo Zanier in Libers… di scugnî lâ, liberi di dover partire, appunto. Pasolini migra dunque nella Capitale. Pazienza, poiché il Friuli ormai gli va stretto e Roma sa di terra promessa.

E cosa trova nella Capitale? Nella «Capitale corrotta di una nazione infetta» – come ha scritto Manlio Cancogni nel 1955 in una celebre inchiesta sulle trame immobiliari all’ombra del Vaticano – lì per lì Pasolini, un borghese, fatica a trovar lavoro. Lo otterrà grazie a un fascista, una pagina della sua biografia che qui si racconta per la prima volta. Ma avvicina anche temi come lo scriteriato sviluppo urbanistico capitolino, ad opera di tanti palazzinari e di una società in particolare: la Società generale immobiliare (Sogene), controllata dalla Santa sede. Se ne coglie il riverbero in romanzi «che hanno spiato l’odio razzista italiano» come Ragazzi di vita o in alcune poesie de Le ceneri di Gramsci e de La religione del mio tempo; ma anche, senza andare per il sottile, in tre incisivi articoli, scritti per il settimanale progressista “Vie nuove” (Il fronte della città, I campi di concentramento, I tuguri), dedicati ai nuovi insediamenti popolari periferici e allo smembramento del paesaggio urbano in funzione del controllo sociale, spacciato per progresso.

E cosa sanno della più recente storia italiana i ragazzi di oggi e di ieri?  Cosa ricordiamo sui mandanti e gli esecutori materiali di piazza Fontana a Milano nel 1969 (17 morti e 88 feriti; è l’anno dello sbarco sulla Luna). Di piazza della Loggia a Brescia nel 1974 (8 morti e 102 feriti; è l’anno in cui Hiroo Onoda, l’ultimo combattente giapponese, si arrende nell’isola di Lubang, Filippine) e, lo stesso anno, del treno Italicus (12 morti e 48 feriti; è anche l’anno del referendum sul divorzio). Del Rapido 904 nel 1984 (16 morti e 267 feriti; è l’anno in cui la Apple lancia il Macintosh). Cosa sappiamo o ricordiamo della bomba alla stazione di Bologna nel 1980 (85 morti e 200 feriti). E che dire delle stragi mancate. Per citarne solo alcune, il 2 giugno 1969 (festa della Repubblica) a Padova in Prato della Valle, una devastante bomba collocata dall’ordinovista Gianni Casalini avrebbe dovuto falcidiare folla, autorità e militari in parata, mietendo più vittime che a piazza Fontana sei mesi dopo. L’attentato fallirà solo per un banale cortocircuito del temporizzatore. Al solito, l’intento era quello di far ricadere la colpa sulla sinistra e provocare la reazione degli ambienti militari; il 7 aprile 1973 un neonazista che si finge “rosso” rimane ferito mentre tenta di armare una bomba nella toilette del treno Torino- Genova-Roma; il 29 gennaio 1974 nei pressi di Silvi Marina lungo la linea ferroviaria Pescara-Ancona la bomba non esplode per un errore tecnico nella sua preparazione; il 21 aprile dello stesso anno su un viadotto ferroviario della Firenze-Bologna, tra Vernio e Vaiano saltano per aria i binari proprio mentre sta per arrivare il treno Palatino. Il segnale automatico di allarme eviterà una catastrofe di proporzioni inimmaginabili. Che dire infine del progetto, poi rientrato, di versare letali dosi di cianuro in un qualche acquedotto cittadino. Solo a pensarlo vengono i brividi, eppure gli ordinovisti padovani Franco Freda e Marco Pozzan sono stati a un passo dal farlo. Stando a un sondaggio Isec del 2006 tra mille studenti delle medie superiori milanesi, della strage di piazza Fontana solo il 58 per cento aveva sentito parlare, attribuendola alle Brigate rosse (il 42 per cento), alla Mafia (il 39), agli anarchici (il 22) ai fascisti (il 18,6), ai Servizi segreti (il 4,3). Del resto la scuola fatica a trasmettere loro una coscienza storica (come se conoscere il passato non servisse quanto meno a far tesoro degli errori un tempo commessi) e anzi assistiamo alla riduzione delle ore di insegnamento, al decremento delle cattedre universitarie, al disinteresse istituzionale per gli archivi e per le biblioteche, rinunciando così a tracciare un orizzonte di senso tra il passato e il presente. Anche a loro, ai ragazzi di oggi e di ieri e a qualche futuro studioso di Pasolini, questo libro vorrebbe rivolgersi, raccontando la provata matrice fascista di queste stragi e scandendo i nomi dei responsabili. Quella tragica stagione di terrore va progressivamente eclissandosi dalla memoria e dal senso comune, anche se la verità rimane scritta nell’opera di controinformazione svolta a ridosso degli eventi, in alcuni libri e nelle carte processuali di valenti magistrati che, a partire dalle singole stragi e nonostante i depistaggi, hanno saputo ipotizzare un unico disegno eversivo, collegando poi il livello operativo degli esecutori a quello organizzativo e strategico dei mandanti nelle istituzioni: i Servizi segreti nel loro insieme – desiderosi, lo si è detto, di alimentare il disordine per generare la domanda di ordine – e non singole “mele marce”. Per contro, abbiamo assistito e a volte ancora assistiamo (nelle aule dei tribunali, ma anche nell’analisi storica) al tentativo di deframmentare un coerente per quanto agghiacciante quadro d’insieme in una miriade di singoli indizi – separati cioè gli uni dagli altri, come è stata la norma in molte, troppe, sentenze di appello e di Cassazione dei processi per strage – in modo che «ciascun indizio, valutato singolarmente appaia insufficiente» e quindi inutilizzabile (sono parole del magistrato milanese Guido Salvini), contribuendo così all’impunità dei mandanti, degli esecutori materiali e di chi la verità sulle stragi ha inteso nascondere, o intossicare con fuorvianti mezze verità. Da subito, la Costituzione figlia della Resistenza ha dovuto misurarsi con norme e mentalità di segno opposto, con la rimodulazione fascista dello Statuto albertino, a sommarsi con il mantenimento nel dopoguerra delle disposizioni autoritarie e liberticide contenute nel Codice penale emendato da Alfredo Rocco nel 1930 e nel Testo unico di pubblica sicurezza (Tulps) del 1931: per quanto ripuliti, entrambi sono tuttora ampiamente in vigore. Seguirà il reimpiego nelle istituzioni civili e militari di quell’apparato tecnico e burocratico fascista, in pratica mai epurato (la “legge di clemenza” del 7 febbraio 1948, che li reintegra, porta la firma del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giulio Andreotti e del ministro di Grazia e Giustizia Giuseppe Grassi), narcotizzando in questo modo il processo di rigenerazione democratica. In un Paese in cui l’identificazione con il fascismo era uno stato d’animo profondo e di massa, de-fascistizzare è un problema. L’uniformazione tra la normativa e la realtà del Paese tarderà così a venire, dando fiato nel dopoguerra a «un sistema di dominio di classe in cui», per dirla con Claudio Pavone, «proprio gli apparati amministrativi tradizionalmente autoritari hanno parte rilevante nel garantire l’ambigua continuità con il fascismo culturalmente ai suoi antipodi. Negli anni caldi del “doppio Stato” dentro a un unico Stato e della “sovranità limitata”, dell’anticomunismo eversivo stragista, la punta avanzata della Magistratura italiana ha davvero dovuto remare controvento: in quel clima da caccia alle streghe, più d’una inchiesta sarà loro sottratta e insabbiata a Roma presso quel Palazzo di giustizia, garante degli impunibili, che a buon motivo verrà ribattezzato “il porto delle nebbie”. All’opposto, poteva bastare una sentenza favorevole a un lavoratore, mettiamo, in un banale contenzioso di lavoro, per subire censure, procedimenti disciplinari e impedimenti alla carriera. E per i giudici sinceramente democratici, latori di pubbliche critiche, il rischio era quello di ritrovarsi tra gli schedati in odore di comunismo (al generale dei Servizi segreti Gian Adelio Maletti nel 1980 verranno sequestrate le schede, aggiornate al 1974, di 77 magistrati). È lo stesso Maletti che, di fronte alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia, dovrà ammettere che, almeno fino al 1974, la finalità prioritaria dei Servizi non era quella di difendere la Costituzione, bensì di privilegiare la fedeltà atlantica e la lotta contro il pericolo comunista. Molti magistrati, vilipesi e persino inquisiti, dovranno loro stessi difendersi, dentro e fuori dai palazzi di giustizia. Ma, in fondo, a questi servitori dello Stato dalla “schiena dritta” è anche andata bene, poiché altri colleghi hanno dovuto pagare con la vita la loro fedeltà al dettato costituzionale. E scoprire che pezzi dello Stato hanno avuto rapporti e addirittura collegamenti diretti con la destra filo-nazista e bombarola, ha detto il giudice Libero Mancuso (ma vale un po’ per tutti loro) «è stata un’esperienza sconvolgente anche dal punto di vista emotivo». Davvero, a fronte di tutto questo, la sovranità appartiene al popolo, come recita l’articolo 1 della nostra Costituzione? Davvero tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, come vorrebbe l’articolo 3? Davvero tutti i partiti hanno sempre potuto concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, come leggiamo all’articolo 49? E l’ordinamento delle Forze armate? si è sempre informato allo spirito democratico della Repubblica, come vorrebbe l’articolo 52?

Davvero lo Stato repubblicano «veglia al mantenimento dell’ordine pubblico, alla sicurezza dei cittadini, alla loro incolumità», come recita il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza? Anni di doppia osservanza, di stragismo e di altre operazioni inconfessabili sembrano semmai affermare il contrario. Basti l’esempio del DC9 Itavia che, in volo da Bologna a Palermo, il 27 giugno 1980 viene abbattuto con modalità terroristiche, tra Ponza e Ustica, da aerei militari appartenenti a nazioni nostre alleate: delle 81 persone a bordo (77 passeggeri e 4 membri dell’equipaggio) nessuno sopravvive. Parliamone. In Ustica & Bologna Paolo Cucchiarelli scrive che quell’aereo recava a bordo un carico clandestino di trenta grammi di uranio arricchito destinati alla Libia (per questo motivo, il DC9 civile era scortato da un Mig libico) oltre a undici barre di uranio da destinare, in Pakistan, via Tripoli, alla costruzione della bomba atomica panislamica, finanziata dalla Libia e dall’Arabia Saudita. Gli Stati uniti sanno del programma nucleare islamico, ma al momento il Pakistan rappresenta un argine all’espansionismo sovietico in Oriente (nel 1979 l’Unione sovietica ha occupato l’Afghanistan) e lasciano fare. Aggiungeremo che a quel tempo la Libia è decisivo partner della famiglia Agnelli nel cda della Fiat (il leader libico Mu’ammar Gheddafi detiene il 13 per cento del suo pacchetto azionario) e fornisce all’Italia quasi il 50 per cento del suo fabbisogno energetico. Sempre in quegli anni – e sono anni di accordi sottobanco tra il governo italiano e alcuni movimenti armati palestinesi –, Tripoli coltiva il progetto di un missile capace di colpire molti dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo e in particolare Israele. Come si capisce, la «contraddittoria se non schizofrenica» politica estera italiana di allora (sono parole dell’ex vice capo del Sisde Vincenzo Parisi) non può che irritare Israele e i suoi alleati, nonché ampi settori del governo degli Stati uniti e della Francia (due Paesi che, non meno dell’Italia, intrecciano temerari rapporti commerciali sottobanco con Tripoli). Stati uniti, Francia e Israele: si è mai seriamente fatto pressione sui governi di questi Paesi per agguantare la verità su Ustica? Sulla corresponsabilità di Israele, in The Other Site of Descripton (1994, inedito in Italia), Victor Ostrovsky – un ex ufficiale del Mossad, il servizio segreto israeliano – scrive che i Servizi israeliani «hanno avuto parte nell’abbattimento di un aereo solo quando era in gioco la sicurezza dello Stato di Israele»; e fa proprio l’esempio «dell’aereo italiano (che si pensava trasportasse uranio) nel 1980, che ha causato la morte di ottantuno persone». Di conseguenza, il DC9 Itavia sarebbe stato deliberatamente abbattuto da aerei stranieri in territorio italiano a mo’ di avvertimento (alla componente filo-libica e filo-palestinese della pubblica amministrazione italiana) con una complessa e criminale azione militare e terroristica affidata alle “strutture parallele”. Americani, francesi e israeliani avrebbero dunque architettato un attacco non ortodosso, condotto in modo tale che fosse poi malagevole risalire ai veri responsabili, come in effetti è avvenuto. I militari italiani e in particolare i vertici dell’Aeronautica lo sanno (capo di stato maggiore della difesa è l’ammiraglio Giovanni Torrisi, P2) ma per molto tempo fingono di non sapere, accreditando verità politiche di comodo. Il messaggio politico lanciato a Ustica cadrà nel vuoto; stando a Parisi, viene allora ripetuto con la bomba fatta esplodere un mese dopo alla stazione di Bologna (e un terzo attentato pare fosse nelle intenzioni in Abruzzo, al laboratorio nucleare fisico sotto il Gran Sasso). Una fosca presenza sembra infatti accomunare l’abbattimento dell’aereo di Ustica alla bomba bolognese del 2 agosto 1980: è la sagoma in controluce del Secret Team, una Cia nella Cia, la sua componente più oltranzista. Per Ustica, il Secret Team – affiancato dal Service d’action civique (Sic) francese e dal Mossad israeliano – avrebbe assoldato piloti mercenari a bordo di Mig 21 sotto falsa bandiera; per Bologna avrebbe pagato i neofascisti italiani dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar). I quattrini, passando per una banca svizzera, arrivano al capo della P2 Licio Gelli e da lì, parrebbe, a Gilberto Cavallini, Nar, poi condannato in primo grado all’ergastolo per la strage di Bologna. Come vedremo, qualcosa di simile (soldi Cia o comunque americani ai Nar, via P2) emerge nella filigrana delle ultime indagini che la Procura generale di Bologna ha condotto sulla strage in stazione dell’agosto 1980. A fronte di tanto cinismo e omertà rimangono quelle 166 vite bruciate in poco più di un mese tra Ustica e Bologna. E se la morte di questi nostri concittadini rimane tuttora senza verità sui reali mandanti, e dunque senza giustizia, lo si deve in gran parte alle compromissioni, ai depistaggi e ai silenzi di uno Stato italiano che, invece di proteggerli, come sarebbe stato suo dovere, ha semmai inteso proteggere gli stranieri assassini, in virtù di superiori quanto inconfessabili mercanteggiamenti internazionali. Sono logiche dure a morire: in anni recenti, valga qui ricordare la rinuncia dello Stato italiano a pretendere verità e giustizia sull’assassinio, in Egitto, di Giulio Regeni. Ma se uno Stato si mostra incapace di affermare il rispetto della sua sovranità nazionale, se rinuncia a dare protezione ai suoi cittadini e cittadinanza al principio di verità e di giustizia, è la credibilità dello Stato stesso, il suo prestigio e autorità ad arretrare, rendendo l’Italia sempre meno “rilevante” sul piano internazionale. E tutto questo, si diceva, rimane in parte attuale, poiché la cinica stagione dello stragismo, quei lutti e complicità e mandanti istituzionali, pesa tuttora come tenebra oscura a fronte di un potere e una politica indifferenti all’etica, rinchiusi in partiti-chiesa invasivi al punto da essersi nel tempo sostituiti alle persone – unico soggetto razionale e morale, direbbe Roberta De Monticelli – allontanandosi sempre più dal dettato costituzionale. Sì, poiché se il bene ultimo di ogni democrazia è la libertà individuale, la necessaria disciplina dei diritti e dei doveri non può che trovare nella Costituzione le sue regole; Costituzione che va difesa applicandola – e non solo con letture alla moda sulle pubbliche piazze – in opposizione a chi la vorrebbe riscrivere con intenti autoritari e con accenti reazionari, come già era nelle intenzioni della P2. La penna che verga il Piano di Rinascita democratica di questa loggia massonica segreta anticomunista e stragista è da cercare nelle tasche di Francesco Cosentino, dal 1946 al 1947 giovane segretario particolare del presidente della Repubblica Enrico De Nicola, poi nominato segretario generale della Camera dei deputati. Per il banchiere e finanziere piduista Roberto Calvi, questo alto funzionario dello Stato era il numero due della loggia P2: subito dopo Giulio Andreotti (il principale referente politico), prima di Umberto Ortolani e Licio Gelli. Cosentino lo si riconosce nelle fotografie scattate a Palazzo Giustiniani il 27 dicembre 1947: è quel giovane tra Alcide De Gasperi, Enrico De Nicola, Giuseppe Grassi e Umberto Terracini alla solenne firma di quella Costituzione che il piduista Piano di Rinascita avrebbe voluto riscrivere. Quasi a dire, ha scritto Sandra Bonsanti, «che la Repubblica italiana nacque già insidiata dall’interno, da subito». Superata la stagione stragista, le masse andavano comunque imbrigliate. A fronte della gravosa ristrutturazione industriale degli anni Settanta e Ottanta – costata innumerevoli posti di lavoro – largo spazio hanno avuto i teorici del disimpegno, dell’edonismo e della “Milano da bere”: con fare da imbonitori costoro hanno indorato la pillola promettendo più tempo liberato, la redistribuzione delle ricchezze e tanto tanto benessere. Hanno invece trascinato gli italiani verso lavori precari e sottopagati, in un sistema senza più ascensore sociale né concrete prospettive, a coltivare ansie e rancori. Così che le nostre principali preoccupazioni sono ora la disoccupazione e la stagnazione economica. Ma quale etica pubblica e politica possiamo permetterci al giorno d’oggi? Quella di chi è allegramente keynesiano con le banche e i bancarottieri e tristemente liberista con i lavoratori? Quella di una società ormai priva di mobilità sociale che vede sempre più dilatarsi la forbice delle diseguaglianze? Quella della società di ceto – cioè basata su ceti immobili – che si sta palesando all’orizzonte? Tra le conseguenze, c’è la distruzione della società salariale e dello stato sociale, mentre si affermano le aggressive economie delle transazioni finanziarie. Le retribuzioni italiane sono tornate di gran lunga inferiori alla media europea (nell’anno 2000 erano di oltre 4 punti percentuali sopra). Con la precarizzazione del lavoro cresce il senso di insicurezza, la sfiducia nel futuro e nella possibilità di mantenere il proprio benessere. Negli ultimi vent’anni l’8 per cento del Prodotto interno lordo è passato dai salari ai profitti, 5.200 euro in media all’anno a lavoratore, 7.000 euro se escludiamo i lavoratori autonomi. Contemporaneamente, il potere d’acquisto delle pensioni è drammaticamente sceso del 33 per cento e tra i più giovani un minorenne su tre è a rischio povertà. Una montagna di denaro sottratta all’economia produttiva e ricollocata in un ambito finanziario ormai al collasso: crisi annunciata, poiché da tempo in incubazione. La casta politico-economica ha pensato di spalmarla sui lavoratori, sui pensionati e sulla piccola e media borghesia impoverita, spostando su comodi capri espiatori (gli zingari, gli immigrati) l’«eccesso di paura» e la frustrazione di chi è povero o si vede scivolare lungo la china della povertà. È quel disagio generalizzato della cittadinanza che sul “Manifesto” del 25 aprile 2019 Alessandro Portelli ha amaramente definito degli “ammazzanani”: invece di prendersela con le élite al potere, vecchi e nuovi poveri danno addosso a chi è ancora più povero – zingari, immigrati, marginali – derubricati a non-cittadini. Il vuoto politico e l’incapacità di incontrare chi è più toccato dalla crisi sembrano minare lo stesso principio di democrazia. Finita l’era dei partiti-chiesa, invocare l’“uomo forte” ormai non pare un tabù, e qualcuno già si dispone a occupare quello spazio. La fuga a destra del Partito democratico in un Paese dai già ridotti ammortizzatori sociali ha reso ancora più esplicita l’incapacità di rappresentare chi sta facendo fatica. La forbice si allarga: aumentano i profitti per mafie e affaristi e, specularmente, calano quelli delle famiglie, dei pensionati e dei precari, sempre più numerosi. Il vero conflitto è tra i poveri senza speranza di emancipazione e questo “nuovo Potere” cattivo, aggressivo e autoreferenziale: mero prolungamento nel sociale delle lobbies economico-finanziarie; da qualche anno la politica ha nuovamente chiamato l’Esercito nelle strade delle principali città a tastare il polso agli italiani militarizzando l’ordine pubblico. A questo capitalismo armato, già negli anni Settanta del Novecento Eugenio Cefis guardava come alla nuova “patria”. L’attuale radicalizzazione del conflitto sociale sembra richiamare quelle misure, degne di uno Stato autoritario, volte a impedire con ogni mezzo la saldatura tra il sempre più tangibile e frammentato arcipelago senza rappresentanza dei precari a vita (mantenuti in concorrenza fra loro), il ceto medio in difficoltà e i pensionati con la minima. Andiamo ormai verso la sospensione di alcune garanzie fondamentali, siamo alle prove generali di regime, in cammino verso un nuovo “ordine” volto a soffocare ogni forma di dissenso e a sostituire la democrazia e la legalità con la democrazia apparente e la legalità apparente. Un passo indietro di mezzo secolo e risuona l’eco dell’Italia repubblicana descritta da Pasolini in romanzi, film, articoli, poesie. Un altro passo ancora ed ecco l’Italia precapitalistica descritta da Leopardi nel suo Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani (1824), l’eco dell’individualismo popolare e dell’arretratezza di una classe dirigente miope e benestante, attenta al suo tornaconto e chiusa ermeticamente alle novità socioculturali che attraversavano l’Europa. Sembra oggi.

Cosa resta allora del pensiero corsaro e luterano di Pasolini in questo nostro tempo della complessità e dell’incertezza? Quelli di Pasolini non sono i tempi di Facebook e di Twitter; lui usa una vecchia macchina da scrivere Olivetti “Lettera 22” e i giornali sono ancora stampati con tecnologie più vicine a Gutenberg (l’inventore della stampa a caratteri mobili) che a Steve Jobs. Ma sono giornali autorevoli, che incidono profondamente sulla cultura politica e sulla formazione del consenso. Oggi la carta stampata ha perso quell’aura; anche l’informazione televisiva va progressivamente regredendo, surclassata dai social network, che stanno radicalmente cambiando il modo in cui la gente s’informa, legge, guarda un film o ascolta della musica. Come un Giano bifronte sospeso tra il passato e il futuro, la rete induce a forme semplificate di comunicazione tali da svalutare tutto ciò che può sembrare complesso. E vale anche per il linguaggio della politica, sempre più scremato dei contenuti, sempre più simile a una informazione pubblicitaria. Ma non per questo si è dissolto l’impegno critico ed eretico, che anzi oggi trova inedito fondamento nel caleidoscopico accalcarsi delle voci, anche indipendenti, anche estranee ad ogni complicità con il potere, che dal basso si fanno largo proprio grazie ai nuovi linguaggi e ai nuovi media. Insomma, c’è un po’di Pasolini anche in coloro che, slegati da consorterie e obbedienze di partito, localmente prendono di petto (qualche volta a caro prezzo) mafie, cricche e malaffare. Anche per questo motivo Pasolini non smette di essere attuale. Lui, lo scrittore polemista che non rinuncia a sondare il contesto politico, economico e sociale con gli strumenti dell’intellettuale umanista dalle indubbie capacità stilistiche e argomentative. Questo libro comincia dalla fine, e la fine è Petrolio, il romanzo al quale Pasolini sta lavorando quando l’ammazzano. E forse l’ammazzano proprio perché ci sta lavorando, dipingendo poi l’omicidio come una “storia tra frosci” e ritagliando un unico responsabile: il finto “reo confesso” Giuseppe Pelosi (la verità giudiziaria) anche se più d’uno ha concorso al massacro (la verità storica), come è ormai risaputo. E Pelosi fu solo un’esca. Strano a dirsi, ma su questa morte gli stessi parenti e amici di Pasolini hanno concorso ad occultare alcune parti significative di verità, forse per paura. Molti di loro infatti sapevano che lo scrittore e Pelosi si frequentavano ormai da mesi. Ma al processo passa la bugia che i due si erano visti per la prima volta e quasi per caso poco prima dell’agguato, senza che né Nico Naldini, né Ninetto Davoli né altri abbiano sentito il bisogno, se non il dovere, di rettificare la menzogna (stando a Dario Bellezza, Pelosi viene presentato a Pasolini proprio dal cugino Nico). Fuorvianti menzogne si registrano anche su Petrolio, che vedrà la luce solo nel 1992: incompiuto, mutilo, depotenziato. Per oltre dieci anni dalla pubblicazione, cioè almeno sino al 2003, l’incompiuto romanzo, con poche eccezioni, verrà confinato nel palinsesto erotico e citazionista, oppure verrà derubricato a non- romanzo senza dignità artistica (Giuseppe Bonura su “Avvenire” arriva a definirlo «l’ipotesi di una ipotesi di libro, una mastodontica nuvola di inchiostro stesa sopra una voragine di congetture priva di fondo e fondamento»), così da occultarne o quanto meno depotenziarne la caratura sperimentale, la sua portata politica e civile e le informate verità storiche in esso contenute. Basti qui ricordare, ad ulteriore triste esempio, quanto ha scritto Nello Ajello su “Repubblica” il 27 ottobre 1992 senza aver letto Petrolio, se non i quattro Appunti anticipati dall’“Espresso” il giorno prima: «si tratta di un immenso repertorio di sconcezze d’autore, di un’enciclopedia di episodi ero-pornosadomaso, di una galleria di situazioni omo ed eterosessuali, come soltanto dall’autore di Salò o Le centoventi giornate di Sodoma ci si può aspettare». Insomma, il giornalista Ajello si comporta nel 1992 con Petrolio esattamente come lo psichiatra e criminologo Aldo Semerari (autore di una vergognosa perizia a distanza) con Pasolini nel 1962. Come vedremo, la nota di Semerari viene divulgata ai giornali da una fantomatica agenzia informazioni “Stampa internazionale medica” pochi giorni prima che Pasolini venisse processato a Latina, incredibilmente accusato di “rapina” a mano armata da una pistola, caricata con pallottole d’oro, puntata a un benzinaio: uno dei tanti processi – ben 33 – subiti dallo scrittore dal 1949 fino al 1977, due anni dopo la morte. Dopo varie sentenze e ricorsi, quello di Latina si concluderà con l’assoluzione di Pasolini «per insufficienza di prove». Anche Petrolio è dunque liquidato come se fosse una storia di frosci, eludendo la reale portata prefigurativa di questo libro, scrive Carla Benedetti, sul «passaggio da un potere di stampo clerico-fascista a un nuovo potere, multinazionale, falsamente laico, falsamente tollerante e criminale-mafioso: una sorta di “mutazione antropologica” anche della classe dirigente, oltre che del popolo», quel potere esemplificabile in taluni aggressivi e spregiudicati manager pubblici, dediti più che altro al loro tornaconto e socialmente farabutti: sono i fautori dello sviluppo per lo sviluppo, mai foriero di reale progresso; e tuttavia capaci di orientare gusti, consumi e altro: «Non si torna indietro? Stupida verita. / […] L’hanno costruita i signori: cioè / i nemici di classe. Adesso hanno delle difficoltà. / Noi dovremmo dargli una mano? Certo se fosse / loro il futuro, ciò sarebbe realistico… / Ma non saremo stati troppo lucidi / (la lucidità del piacere di morire) / a credere che quella loro realtà / fosse quella di tutto il futuro?» È la traduzione dal friulano di alcuni versi corsari di Pasolini da Significato del rimpianto, pubblicati ne La nuova gioventù. E sono un manifesto per la decrescita felice trent’anni prima di Serge Latouche. Pasolini ha sedimentato tutto questo in Petrolio come nessun altro autore ha mai fatto in nessun altro romanzo, dalla Resistenza al nazifascismo, a noi.

Malastoria riprende e dilata per gemmazione ciò che in Frocio e basta, scritto con Carla Benedetti, era ancora in fieri, provando cioè a immergere la vita e l’opera di Pasolini nelle profondità della penombra storica e antropologica del Paese: negli eventi che l’hanno personalmente toccato (come, ad esempio, l’omicidio del fratello Guido a Porzûs del febbraio 1945) e in quelli che hanno poi catturato la sua attenzione di cittadino e di intellettuale (temi come, ad esempio, quel capitalismo globalizzato, foriero del consumismo e dell’edonismo, che tanta incidenza avrà sulla mutazione antropologica degli italiani), poiché, lo ha scritto Franco Fortini, la sua vita e la sua opera sono da mettere in relazione alle «stagioni della sua attività». Ma Pasolini è anche la scheggia impazzita di un sistema che del principio di verità si è fatta ipocritamente vanto ben sapendo di non potersela permettere. Pasolini, si diceva, è quel tale che va in giro a fare domande che è meglio non fare, intercettando pericolose verità su bombe, stragi e potere reale, per poi trasferire «ogni esperienza sociale e pubblica nel linguaggio della espressione letteraria» (Fortini). Qualche domanda Pasolini sembra porla anche a sé stesso là dove – negli Scritti corsari, in Petrolio e in film come Salò/Sade – l’autore non manca di interrogarsi sulla storia dell’Italia repubblicana, fintamente o strumentalmente antifascista, e sulla violenza che il potere esercita per suo tornaconto. E poiché, per dirla con Umberto Eco, i libri parlano di libri, questa Malastoria si nutre anche delle tante fonti aperte via via citate. Sono più che altro fonti saggistiche, studiosi che hanno saputo raccontare una storia “altra” di questo Paese. In fondo quello di addentrarsi con disincanto nel magma storico-politico e nel divenire antropologico del Paese, dalla Resistenza al nazifascismo in poi, parrebbe anche uno degli intendimenti di Pier Paolo in romanzi come Petrolio: una specie di summa, ha detto, «di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie». Addentriamoci allora in questa Malastoria di un Paese, l’Italia, che tende a rimuovere le proprie memorie storiche; un Paese civilmente fragile, in cui il passato sembra non passare mai.

Un’ultima annotazione. In un primo momento si era pensato di pubblicare la versione integrale dei documenti via via ripresi in appendice a Malastoria. Ma si tratta di una mole rilevante di materiale, tale da raddoppiare il numero, già elevato, delle pagine. Si è quindi optato per la loro pubblicazione in rete, in un sito, https://malastoria.wordpress.com / . Allo stesso modo si potranno ascoltare le canzoni qua e là citate – a mo’ di accompagnamento sonoro alla lettura di questo libro – e altri documenti sonori e visivi.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica democrazia il 1 settembre 2020