Beirut, martedì 4 agosto, ore 18.07

Charif Majdalani [con una nota di Roberto Ferrucci]



Lo scorso maggio avrei dovuto partecipare a Beirut a una tavola rotonda sulle città di Venezia, Atene, Dubai e Beirut. L’aveva organizzata il direttore della Maison Internationale des Écrivains, lo scrittore Charif Majdalani. Per i motivi che conosciamo, quella tavola rotonda non si è mai svolta e io non ho avuto la possibilità di iniziare a conoscere una delle più belle, contraddittorie e travagliate città del Mediterraneo. Charif, invece, l’ho incontrato anni fa a Saint-Nazaire, al Meeting, il festival letterario diretto dallo scrittore Patrick Deville. La sera del 4 agosto scorso, dopo aver saputo della tremenda esplosione che ha devastato la sua città, ho scritto a Charif. Lui mi ha risposto il mattino dopo, rassicurandomi sulle sue condizioni e della sua famiglia e dicendomi che stava scrivendo questa tribune per il quotidiano francese Le Monde. Gli ho chiesto se sarebbe stato possibile tradurla in italiano. Eccola qui. Ringrazio Charif, e Irene Simoncini per la traduzione.

Roberto Ferrucci

Beirut, martedì ore 18.07

Sono sul mio terrazzo, mentre ascolto un messaggio vocale dopo aver appoggiato su un tavolino il piatto di frutta che ho finito di mangiare quando d’un tratto la terra inizia a muoversi, accompagnata da una sorta di terribile rombo. Sobbalzo, spaventato, sento il terrazzo andare e venire come una vecchia altalena e penso che si tratti evidentemente di un terremoto. La mente paralizzata, immobile in mezzo alla scossa, come se il minimo movimento possa aumentare l’impressione di generale perdita delle cose, non faccio che dirmi: «sta per finire, sta per finire» e penso anche «i ragazzi, i ragazzi», o ancora «il cemento è solido, reggerà, il cemento è solido, reggerà» mentre il mio occhio capta senza gestirle le informazioni sugli oggetti che cadono intorno a me e che s’infrangono al suolo. Poi, all’improvviso smette di rombare e di muoversi, sto per correre in casa a cercare mia moglie e i miei figli ma in quel momento mi trovo di nuovo inchiodato sul posto, sommerso dal fragore interminabile e mostruoso di un’enorme esplosione, e i miei occhi stavolta si posano su questo paesaggio familiare, gli alberi, gli edifici in lontananza, ogni cosa che ho costantemente di fronte a me e che sembra in questo istante come folgorato dalla spaventosa colonna sonora che si è abbattuta sulla città. Quando anche questo orrore è passato, mi precipito dentro, rendendomi conto di non capire ancora quello che è successo, «terremoto, d’accordo, ma perché questa esplosione» o anche «esplosione, d’accordo, ma allora perché un terremoto appena prima». E tutto questo di corsa perché ci sono cose più urgenti, ci sono i miei figli terrorizzati e mia moglie, tutti raccolti a fare scudo a non si sa cosa.

Ancora qualche minuto di sgomento, di gesti febbrili (per prendere soldi e carte d’identità nell’ipotesi di dover uscire e di non poter più tornare in caso di replica) e iniziano a giungerci le prime informazioni per messaggio o per telefono – perché le comunicazioni non sono state interrotte. Ma le nostre teste sono in questo momento come quegli innumerevoli filmati drammatici che, al momento della deflagrazione, si trasformano in un groviglio di suoni, inquadrano pezzi di muro o di soffitto a causa della caduta di chi stava riprendendo. È in questa grande confusione mentale che tentiamo di avere notizie dei nostri cari. A poco a poco, l’impensabile verità viene a galla, tutti coloro che riusciamo a chiamare, tutti quelli che già mettono dei post sui social o che lanciano appello ai soccorsi, tutti quanti da un capo all’altro della città sembrano aver vissuto gli stessi lunghi istanti d’incubo, anche se non allo stesso modo, ma secondo la minore o maggiore vicinanza alla zona portuale dove tutto è partito. Le sequenze non sembrano essersi succedute in maniera simile per tutti, la scossa che abbiamo sentito da noi, e che non era infatti che l’onda d’urto seguita dal rumore della deflagrazione, non è stata sentita ovunque. In alcuni punti hanno creduto di udire un boato simile a quello degli aerei. Altrove hanno distinto nettamente due esplosioni. Ed è ciò che va ad intensificare il lato irreale di quello che è appena avvenuto, e che non si attenuerà, se non molto lentamente.

In serata, devo accompagnare un’amica ferita in ospedale, consapevoli del caos che troveremo. Ma temiamo per il suo braccio e per l’uso delle dita. Nelle strade, è terribile. L’assenza di elettricità, risultato delle inefficienze dello Stato e del suo fallimento, rende lo spettacolo del tutto lugubre. Si ha la sensazione di guidare in una città bombardata. I fari delle auto che girano a passo d’uomo e i rari luoghi illuminati danno alle macerie un’aria spettrale. Il rumore di vetro infranto sotto gli pneumatici è costante, e sul bordo dei marciapiedi si direbbe di vedere le prime nevi d’autunno di una città del nord. Gli imbottigliamenti per l’ospedale sono interminabili perché certe vie sono bloccate dalle rovine e dagli edifici crollati, dai soccorsi e dalle ambulanze che urlano senza sosta.

Siamo a Beirut, martedì 4 agosto 2020, tra le 18.07 e le 23.

È raro che due date fatidiche si succedano così rapidamente nella storia di un paese. Bene, questo è appena successo in Libano. Fino a questo martedì a inizio serata, c’era il 17 ottobre, giorno dello scoppio dell’insurrezione contro la classe politica mafiosa che ha confiscato lo Stato e lo ha portato alla rovina, e la cui irresponsabilità e impunità hanno senza dubbio causato la tragedia che si è prodotta. Ora, c’è anche il 4 agosto. Fino ad oggi abbiamo creduto che dopo il 17 ottobre nulla sarebbe stato più come prima. Ora, si comincia a dire la stessa cosa a proposito del 4 agosto. Solo che il 17 ottobre avevamo l’impressione di un popolo eretto e combattivo. Il 4 agosto sera sembra invece di essere stati abbattuti da un avversario terrificante.

Ma la lotta non è finita.

Charif Majdalani (Traduzione di Irene Simoncini)


Charif Majdalani, scrittore, è nato a Beirut nel 1960. Ha studiato in Francia per poi tornare in Libano dove oggi è il responsabile del dipartimento di Lettres françaises all’Università Saint-Joseph. Romanziere e saggista, il suo romanzo La casa del giardino degli aranci è pubblicato in Italia da Giunti.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 11 agosto 2020