Il male in corpo

Marisa Fasanella



Venerdì, 27 maggio. Il seme bambino

L’attesa lo aveva curvato come un legno storto, doveva averla vegliata a lungo, si portava dietro le braccia slegate come un ingombro e la barba di almeno tre giorni. La annusò come un cane: la pelle ambrata delle ginocchia, la leggera peluria che vestiva le gambe, le cosce, il ventre, sul suo sesso pianse. Non c’era desiderio in quel naso, in quelle mani, in quella bocca, solo il pianto del bambino mai nato. Aveva gli occhi aperti o chiusi, il bambino? Aveva bucato la membrana con una forbice, ma non era riuscito a sfrattarlo: era fuggito più su, nella parte alta del nido, ed era annegato con lei. Il suono del flauto aveva coperto il suo grido, il musicista suonava sul ponte, quella notte. Lui suonava sul ponte. Il sangue scorreva e si raccoglieva in una pozza e gocciolò nella stiva, da qualche parte gli uomini urlavano. L’acqua l’aveva risvegliata, era fredda e odorava di stelle marine e se la portava giù e non c’era luogo altro dove desiderava morire. Se il musicista non fosse venuto a strapparla ai fondali, se non l’avesse riportata su e il respiro non le fosse corso incontro, le sue braccia non avrebbero falciato acqua e il bambino avrebbe avuto la sua tomba di stelle marine, ma era venuto e la vita aveva avuto il sopravvento. Il Guaritore si era portato via quel che restava del suo bambino in un catino di zinco.

Mairim sentì l’altra lingua, ma veniva da fuori, dal mare. La donna guerriera parlava. Se lo strappò di dosso come un cancro, Cordò cadde. «Zorba!» chiamò, quando cercò un punto fermo a cui aggrapparsi e il suo profilo alare si stagliò nella luce della finestra e il vento si incuneò nel cucchiaio del ventre e ci camminò sopra. La lingua della madre che l’aveva strappata alla terra, alla casa, ai fratelli le venne incontro.

Aveva deciso chi doveva restare e chi doveva andare, la madre. La radice gliel’aveva cucita nella lana dello scapolare, gliela aveva infilata dalla testa, per metà sul cuore, per metà sulla spalla. Doveva portarla con sé, nell’altra terra, le aveva detto, nella lingua risuscitata. Il barcone gli uomini le donne i bambini il mare aperto, tutto aveva scelto la madre. Poteva vederla ora, chiara nella luce del primo mattino. Qual era il nome?

La madre lo aveva mai pronunciato il suo nome? Sul documento che le aveva dato c’era una sua fotografia, ma il nome vergato in nero era troppo lungo per la madre, doveva averlo scritto lo scafista.

Cordò le si avvicinò. Non si volse, ma neanche lo scacciò. Guardarono l’alba crescere sul mare.

Marisa Fasanella, Il male in corpo, Castelvecchi, 2019, p. 289.

***

Oscure trame di profitto aziendale hanno segnato con sversamenti chimici un territorio e reso inospitale un vecchio borgo. Qualcuno ha un passato compromesso, qualcuno forse si era opposto e ora si è chiuso in un arreso silenzio, qualcuna a suo tempo è misteriosamente scomparsa, qualcuno che stava indagando è morto, qualcun altro è consapevolmente responsabile. Due giovani donne, dai nomi speculari sono al centro di una personale inchiesta: Miriam è la figlia di Mimì Ferraro, l’ormai anziano dirigente che non parla più; mentre Mairim, la restituita, che si aggira protetta da un inseparabile lupo-cane, è giunta dal mare e ignora il proprio passato.

Su questo fondale torbido che non manca di azione, thrilling e accelerazioni violente si occulta una vicenda di dolori individuali e di ricerche private. La storia prende le mosse dall’omicidio di Michele ma l’indagine e i fatti del presente si confondono con le ragioni remote dell’agire attuale e con la memoria o l’oblio che cova su ogni episodio. Per di più il giallo esplode in una pluralità di inchieste e di inquirenti, in cui numerosi personaggi reclamano un proprio protagonismo, una psicologia, un trauma, un destino.

Il lettore è costretto a decifrare la reale natura e responsabilità di ciascuno degli attori, mentre ognuno lotta per difendere una propria identità e magari riscattare il passato e le proprie colpe o per nascondere ancora una volta la verità.

Tutto è raccontato con uno stile inusuale che collabora all’impressione complessiva di una storia da risolvere. Una scrittura nitida, veloce, che procede per accumulo e insieme ellittica e reticente che non descrive mai in modo rotondo e chiuso, ma semina tracce, aggiunge dettagli. Ogni figura, ogni situazione e ogni evento si compongono in progress man mano che il lettore mette insieme i vari tasselli , grazie a indizi sempre più rivelatori. Ne viene fuori una trama evocativa e un mondo di mali, di misteri, di colpe vissuti, rielaborati, ostinatamente ricercati o rimossi. Giuseppe Locastro

Marisa Fasanella è nata a Cassano all’Ionio. Tra i suoi romanz e racconti: Maschere e lenzuola del Vicolo Santacroce, con cui ha esordito nel 1994; Gineceo. Undici crudeli racconti (1996), L’ombra lunga dei moroni (2002), Rimorsi (2010) e Nina (2014).








pubblicato da c.benedetti nella rubrica terrestri il 8 agosto 2020