Pascoli maledetto

di Francesca Irene Sensini



L’Italia sembra mancare di poètes maudits, un po’ come le mancarono le nebbie che diedero forma ai sogni (e agli incubi) del grande Romanticismo europeo. Luminosamente mediterranea, massivamente rurale, in ritardo sulla strada delle trasformazioni economiche e sociali iniziate in Europa nel tardo Settecento, l’Italia romantica e tardo-romantica, nella persona delle sue élites culturali essenzialmente borghesi, si concentra sulla sua storia passata e presente in vista della costruzione di un’epica nazionale, scritta (elemento non trascurabile) in una lingua nazionale, che diventi racconto e codice condiviso, e conseguente identità della sua gente.
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Sul finire del secolo Gabriele D’Annunzio eredita l’ambizione e la vocazione di vate nazionale del Carducci. Abilissimo artefice e manipolatore di parole alla moda, D’Annunzio costruisce con deliberazione spregiudicata il suo ruolo di interprete del presente e guida delle masse sul finire dell’Ottocento. È il primo artista italiano a fare seriamente self-branding e a darsi in pasto al pubblico di massa della fine secolo (ristretto, dato il tasso di analfabetismo che in Italia, fino alla Prima Guerra mondiale, riguarda circa la metà della popolazione).
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Certo, questa figura di intellettuale alla moda, amante di aristocratiche e dive, maschio alfa, poeta-soldato, non manca di suscitare curiosità e fascinazione nel pubblico di ogni tempo; la sua spregiudicatezza, il suo culto dell’arte per l’arte, sganciata da ogni preoccupazione etica e morale, contribuiscono a creare intorno a lui quell’aura controversa e anticonformista che lo avvicina ai poeti maledetti alla Verlaine. Si tratta tuttavia di una comunanza di superficie. D’Annunzio non è un artista antiborghese se non nelle pose esteriori. Di fatto egli incarna ed esprime la paura e il disgusto che la classe dominante prova di fronte all’ingresso delle grandi masse sul palcoscenico della Storia. Con la crisi del pensiero positivista e della certezza nella scienza e nella tecnologia come strumenti di progresso e di benessere infiniti, la borghesia fugge da una realtà che non riesce più né a dominare né a comprendere, rifugiandosi in miti consolatori e irrazionali, di cui il dannunzianesimo fa parte. Vincente – almeno per la parte di biografia che di lui si conosce meglio e su cui ci si sofferma più volentieri, perché avventurosa e trionfante – e interprete dello spirito del suo tempo, D’Annunzio non è il nostro poeta maledetto. Lo è il suo fratello “maggiore e minore”: Giovanni Pascoli.

A questo link un’intervista all’autrice di Simona Tarzia (giornalista di di Fivedabliu:
https://www.youtube.com/watch?v=zb_...








pubblicato da l.cristiano nella rubrica libri il 31 luglio 2020