Ma che gelida manina...

Giovanni Giovannetti



«Noi perdoniamo e chiediamo perdono». È l’appello controcorrente che, nel 1966, la Chiesa polacca rivolge a quella tedesca. E chiede perdono nel 1970 il cancelliere tedesco Willy Brandt, inginocchiandosi nel ghetto di Varsavia. Perdonano e chiedono perdono nel 1984 il presidente della Repubblica francese François Mitterrand e il cancelliere tedesco Helmuth Kohl, tenendosi per mano al sacrario di Douaumont in Francia, là dove sono sepolti i resti non identificati di 130mila francesi e tedeschi morti combattendosi a Verdun nel 1916. Chiede perdono nel 1990 il presidente della Repubblica Ceca Václav Havel, per la drammatica espulsione, nel 1945, di 3,5 milioni di cittadini di lingua e cultura tedesca dai Sudeti e da altri territori cecoslovacchi. Anche il leader di Polska Partia Socjalistyczna (il partito socialista polacco) Jan Józef Lipski ammetterà che il suo Paese ha «contribuito a derubare milioni di tedeschi». Sono passi di elevato valore simbolico. E tale sarebbe potuto anche essere l’incontro tra Mattarella e il presidente sloveno Borut Pahor oggi a Basovizza. Ma per i crimini commessi dall’Esercito italiano nei Balcani nessuna alta autorità della Repubblica ha mai sentito l’urgenza istituzionale di ammettere pubblicamente la propria parte di responsabilità politica e civile. Anzi, nei primi commenti odierni dei leader politici (non solo quelli di area postfascista), continua la rimozione e la manipolazione.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica il mito dell’europa il 13 luglio 2020