A Mattarella non far sapere...

Giovanni Giovannetti



...un pozzo artificiale profondo 256 metri scavato ai primi del Novecento in cerca di carbone. Basovizza viene ritenuta la tomba di tremila italiani e per questo motivo è stata dichiarata monumento nazionale. Ma a farne una fossa comune arrivano primi i nazifascisti che vi gettano ostaggi e partigiani. E buona seconda arriva la famigerata banda del vice questore Gaetano Collotti (articolazione dell’Ispettorato speciale di pubblica sicurezza retto dal doppiamente famigerato questore di Trieste Giuseppe Gueli): sono 35 fascistissimi torturatori che, pervasi da estrema crudeltà, erano soliti “infoibare” le vittime di queste loro criminali imprese. Passato qualche anno, dopo la dura battaglia di Basovizza del 30 aprile 1945, gli jugoslavi vittoriosi, temendo epidemie, lì dentro getteranno centinaia di militari tedeschi morti combattendo, assieme a carcasse di cavalli, abbondante materiale militare e forse qualche italiano: il 3 maggio diversi «questurini» della banda Collotti sono infatti portati a Basovizza. Stando al ricordo di don Virgil Šček, «alla sera li fucilarono e li gettarono nelle cavità». Non è dato sapere in quale cavità. Finita la guerra, nell’estate 1945 da quella fossa gli angloamericani esumeranno diversi resti umani (vengono estratte anche otto salme intere, appartenenti a sette soldati tedeschi e un civile). Insomma, dei millantati infoibamenti di massa a Basovizza non pare esserci traccia. E non a Monrupino, altro “monumento d’interesse nazionale”, la tomba comune di 560 tedeschi caduti nella battaglia di Opicina dell’aprile-maggio 1945 (queste salme furono recuperate già nell’estate del 1945, inumate al cimitero di Sant’Anna e successivamente traslate al cimitero militare di Costermano presso Verona). E nemmeno a Gropada (da quest’ultima foiba verranno esumati “solo” cinque cadaveri, quattro uomini e una donna uccisi nel maggio 1945 per vendetta personale). In sintesi, se v’è chi accredita la morte di migliaia di persone a scopo di pulizia etnica nella sola fossa di Basovizza, molti studiosi, avvertitamente, la ritengono un clamoroso falso storico e, cifre alla mano, indicano in poco più di mille il numero complessivo degli scomparsi (in gran parte morti nei campi di prigionia jugoslavi) e degli infoibati nel maggio-giugno 1945. A sommarsi con le circa 400 vittime in Istria nel settembre 1943 (204 gli infoibati, fra cui venti tedeschi). Dunque, per quanto numerose e odiose siano state queste morti, non è stato genocidio. Nel caos dopo l’armistizio, fra il 15 settembre e il 4 ottobre l’Istria interna è infatti percorsa da improvvisati plotoni di ribelli armati, fermati solo più tardi – non senza fatica – dal movimento partigiano: al più si tratta di bande di contadini s’ciavi furiosi per gli indubbi torti subiti e in cerca di malcapitati “nemici del popolo”. Praticando su di loro la violenza (fisica, economica, culturale), il Fascismo ha educato questi Sloveni e Croati d’Italia alla violenza e nelle ore del settembre 1943 il conto lo pagano un po’ tutti: lo paga chi porta una uniforme (gerarchi, militari, guardie comunali, guardie carcerarie, ecc.) e lo paga qualche civile (pubblici funzionari, ufficiali giudiziari, esattori delle imposte, ex squadristi, confidenti dell’Ovra, collaborazionisti, proprietari terrieri, ecc.) a torto o a ragione ritenuto filofascista.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica il mito dell’europa il 12 luglio 2020