La notte di domani

Serena Penni



Cammino sotto la pioggia con in mano un ombrello rotto. Il vento gelido mi colpisce le guance, gli occhi. I mocassini di Gucci sono bucati e lasciano passare l’acqua: ho i piedi fradici. Guardo le luci intorno a me, che si riflettono nelle pozzanghere. Le lacrime mi rigano la faccia ma chi potrebbe vederle? E se anche qualcuno le vedesse, che gliene importerebbe? Forse è proprio questa la disperazione: piangere, e pensare che non esiste sulla terra nessuno a cui importi qualcosa delle tue lacrime. Mi tengo stretta sottobraccio la borsa sformata. La strada da fare è ancora molta.

Mi rivedo seduta accanto a mio padre, con indosso una camicia bianca, una gonnellina blu a pieghe, un paio di ballerine. I capelli lunghi, castani, raccolti in una treccia. Ci sono anche mia madre e le mie sorelle. Siamo felici. Bellissimi come i fiori variopinti sistemati con cura in un vaso al centro del tavolo. Io sono la piccola, quella che mio padre ama di più, e questo amore è già un coltello che porto conficcato nel cuore. Perché amore vuol dire invidia e crudeltà. Ma io questo ancora non lo so, adesso ho appena otto anni, e mi incanto a guardare i fiori, mi perdo nella pastasciutta ricca di sugo, nelle cotolette impanate, nella montagna di patate fritte che la cameriera ci serve col suo grembiulino e il suo sorriso gentile. Non lo sanno neppure mia madre, neppure le mie sorelle. Perse nella loro stessa immagine, che vedono riprodotta ovunque. Nel cucchiaio, nel vassoio d’argento stracolmo di frutta. Non lo vede mio padre che vede noi figlie già donne, mogli, madri, ma lui e la mamma uguali identici per sempre.

Passa un’automobile e mi schizza le gambe. Ha provato a rallentare quando mi ha visto ma non è servito. Sento l’acqua penetrare nei collant e scivolarmi dalle ginocchia fino alle caviglie. Pietro, mio marito, tirerà un sospiro di sollievo quando, rincasando, non mi troverà. Capirà tutto, ci metterà un attimo. Ha l’intuito di un felino. Eppure è così poco lungimirante. Quante volte me l’ha detto, di andarmene. Chissà perché ho deciso di assecondarlo proprio stasera, che diluvia. Ma in fondo cosa cambia? L’acqua che mi sarei risparmiata oggi l’avrei presa domani o un altro giorno. Ho chiuso dietro di me una porta che non si riaprirà. Sono uscita senza prendere niente: ho messo giusto due cose nella borsa e via. Sulle prime, mi sono sentita liberata. Come se, tirandomi la porta alle spalle, mi fossi scrollata di dosso un peso enorme, indescrivibile. Ho provato questa sensazione mentre scendevo le scale; ho assaporato il gusto accattivante della libertà. Poi ho aperto il portone, e insieme alla pioggia mi è caduta in testa tutta l’atroce concretezza della mia solitudine.

Ho fame, frugo nella borsa per cercare qualche spicciolo. Mi avvicino ad un baracchino sul ciglio della strada. L’ultima lettera dell’insegna azzurra, al neon, è rotta, quindi si legge “panin”: una nota di imperfezione che ai miei occhi rende meno squallido il modesto spaccio di cibo e bevande. Osservo i wurstel, le salsicce, il pane, le patate fritte, il ketchup, la maionese e le ciambelle dolci che sono in vendita. Per la prima volta in vita mia, ho il coraggio di confessarmi che quella roba mi piace. Compro un hot dog e una birra. L’uomo che mi serve ha grandi occhi neri e uno sguardo profondo e dolce: sembra leggermi dentro e provare pietà per me. Un tempo, ciò mi avrebbe messo a disagio, oggi non più. Mentre pago, ricambio il suo sorriso, lo ringrazio. Mi siedo su una sedia di plastica rossa, scolorita, per mangiare. Mi bagno ancora di più ma non mi importa. D’altra parte, le gambe non mi reggono, dovevo fermarmi. All’improvviso si sono fatte di burro. E dire che erano forti come tronchi d’albero, solo pochi minuti fa.

Deve essere stato perché, nel pensare a Pietro, alla porta che mi sono chiusa alle spalle, non ho potuto fare a meno di ricordare che un giorno, neppure troppo lontano, l’ho amato, oppure ho creduto di amarlo – ma che differenza fa? Al mio matrimonio ero contenta, abbiamo ballato stretti desiderando che la musica non finisse mai; mentre tagliavamo la torta abbiamo sorriso ai fotografi, pieni di fiducia in noi stessi e nel nostro futuro. Soprattutto, non ho potuto fare a meno di pensare al bambino. A mio figlio che, ora lo so, una forza oscura ha allontanato da me dopo i primi mesi di vita. Più sforzi facevo per fargli sentire il mio amore, più lui si ritraeva. Più lui si ritraeva, più io ne avevo paura.

Non saprei dire il motivo per cui, a un certo punto della mia vita, si è rotto qualcosa con mio figlio, con mio marito, con il mondo. Un giorno non diverso dagli altri mi sono svegliata e ho sentito che quelli che mi circondavano erano degli estranei, così in un attimo tutto si è chiuso. Le discussioni con mia suocera, la terapia di coppia, gli appuntamenti dal neuropsichiatra infantile. Ho smesso di combattere, di credere che una qualche forma di vittoria sarebbe stata possibile. Pietro ha scambiato la mia rassegnazione per aggressività, ha creduto di doversi difendere, mi ha annientata, inghiottita in un sol boccone. In realtà, so bene che non è certo accaduto tutto in un attimo; sono stati tanti momenti che si sono accavallati uno sull’altro, tutti apparentemente innocui, tutti piccoli come formichine. Ed io sono stata una vigliacca, ho lasciato che divenissero sempre più pericolosi senza trovare la forza o il coraggio di fare una sola mossa. Ormai ho smesso di pormi domande. Le risposte che non arrivano pesano come pietre. Io ho già abbastanza pesi addosso: le mie spalle non sono robuste a sufficienza.

E ora eccomi qui, accovacciata nella pancia della balena. Immobile, fradicia. Nella mia mente accendo un inutile fuoco che puzza di senape e di carne marcia. Non riesco proprio a non pensare al bambino. Ai pigiamini di ciniglia chiara, morbidi, di quando era neonato. Ai ciucci di gomma, ai biberon, alle tracce di vomito chiaro che al mattino trovavo sui cuscini. A quei tempi lui ancora mi amava come si ama una madre, io lo amavo come una madre ama un figlio. Era troppo piccolo perché potesse accadere qualcosa di diverso. Ma tutto questo era prima, prima di finire avviluppata nelle liane viscide e perfide di mio marito, dei suoi amici, della sua famiglia. Nei loro incomprensibili giochi di ruolo, nelle loro roulette russe, nella ruota della fortuna che non girava mai a mio favore. La verità mi è sempre sfuggita e ancora oggi mi sfugge. Eppure, se non ho visto, è perché non ho voluto vedere. So che avrei dovuto fermarli, avrei dovuto fermarmi. Avrei dovuto difendere quello che ero, il mio amore per il bambino, e forse anche il mio amore per mio marito. Ho smesso di fidarmi di lui ancora prima che lui mi deludesse. Ricordo un pomeriggio di fine estate, seduti ad un elegante caffè di Nizza. Pietro mi parlava dei suoi affari, ma io non lo seguivo. Guardavo smarrita i passanti, le automobili, il mio bicchiere di vino che non mi andava di bere. Lui mi prese la mano e mi chiese cosa avessi. Pensai che era troppo abbronzato, sembrava un arabo o un pescatore. Pensai anche che il suo accento romano era troppo spiccato e volgare. Pensai che qualunque cosa avessi detto, non mi avrebbe capita. Decisi di non amarlo più. Quella sera diedi la colpa della mia malinconia al solito mal di testa, Pietro continuò i suoi discorsi e la giornata finì senza lasciare alcun segno.

È arrivato il momento di lasciare anche questa sedia, bagnata e scolorita, questo baracchino di cibo da strada il cui proprietario continua a guardarmi con aria preoccupata, indeciso se chiedermi se ho bisogno di qualcosa. Non appena sono in grado di alzarmi, mi rimetto in marcia. Verso un futuro che non c’è. Verso il buco nero di un presente senza sogni, troppo pieno di realtà per lasciare ancora spazio alla speranza. Ripenso al funerale di mio padre, durante il quale non ho pianto. Guardavo la bara, i fiori, il prete che parlava. Sentivo le parole della maggiore delle mie sorelle che aveva deciso, all’ultimo momento (o forse ci pensava da una vita, chissà), di fare un discorso. Ma io ero chiusa in una bolla: le parole, le immagini mi arrivavano ovattate, mi riuscivano incomprensibili. A un tratto mi mancò il respiro e tutto si fece scuro. Mi risvegliai all’aria aperta, circondata da volti sorridenti. Per un attimo pensai di essere in paradiso: credetti che il funerale – già, c’era stato un funerale – che aveva appena avuto luogo fosse stato il mio. Poco dopo capii: purtroppo il posto in cui mi trovavo non era il paradiso, ma solo il giardino della chiesa dietro casa nostra. I volti sorridenti non erano angeli ma solo esseri fin troppo umani, che si erano sentiti in dovere di soccorrermi dopo che avevo avuto un malore. E, soprattutto, capii che mio padre era morto.

Ma tutto questo è accaduto tanto tempo fa. Ora, mentre cammino sotto la pioggia, di notte, verso una meta infima, con le scarpe piene d’acqua, ripenso a quel giorno e ormai posso dirmi a chiare lettere che è stato il più brutto della mia vita. E, tra l’altro, dopo sono stata di nuovo felice. Mi sono sposata, ho fatto un figlio e insomma ho sperato in qualcosa. Il dolore di oggi è meno intenso ma più assoluto, più sicuro. Ricordo il processo contro la mia famiglia. Buffa coincidenza, durante la prima udienza indossavo le stesse scarpe di stasera, ma allora erano nuove, lucide, senza macchie né buchi. Ricordo le aste giudiziarie, il tribunale, le mie sorelle e mia mamma sempre vestite di tutto punto, griffate dalla testa ai piedi, e io che facevo lo stesso per non apparire meno arrabbiata di loro, meno dignitosa di loro. Non ho mai capito nulla di quel brutto affare. Mia mamma mi accusava di non voler fare la fatica di informarmi, ma ogni volta che le chiedevo qualcosa lei mi rispondeva facendo riferimento a qualcos’altro, immancabilmente incomprensibile. Tuttavia, mia madre a suo modo aveva ragione: una parte di me non voleva sapere, non voleva accettare. Dicevano che mio padre si era messo nei guai, poi si era ammazzato e nei guai ci aveva lasciato noi. Supponevo, speravo che esagerassero: non ci era mai mancato niente, continuava a non mancarci niente e mi illudevo che così sarebbe stato per sempre.

Ho sposato un uomo ricco, che ha i soldi che gli escono dagli occhi. La rabbia sua e della sua famiglia nei miei confronti, lo so, è dovuta anche al fatto che sono convinti che io abbia taciuto loro volontariamente la tragica situazione economica in cui mi trovavo. Niente di più falso. Anche perché, se avessi saputo, se avessi capito, se avessi accettato, forse adesso non sarei qui, ma mi sarei messa in salvo come hanno fatto mia madre e le mie sorelle, che sono scappate senza portarmi con sé. Hanno avuto la loro vendetta personale, la loro rivincita. I conti tornano, alla fine. E chi sono io per pensare di oppormi al destino? Il pensiero rincorre invano ricordi che fuggono, si confondono, si aggrovigliano. Mentre muovo in maniera meccanica le mie gambe, guardo avanti. Guardare indietro non si può, non si deve fare. Sono quasi arrivata a destinazione. C’è un punto esatto in cui ho deciso di piazzarmi. Un paio di anni fa ci sono passata in macchina con mio marito e il bambino, e ho avuto una sorta di premonizione. Ho visto il viale, l’incrocio, il semaforo lampeggiante, e una parte di me ha previsto tutto. Poi, chiaro, ho dimenticato, perché si deve pur sopravvivere.

Una volta avevamo parlato e avevamo riso, io e Maria Chiara. Era un’altra vita, una vita in cui ancora le sere scivolavano via dolci tra gli aperitivi alla frutta, volteggiavano leggere sui tacchi alti come ballerine smemorate, per poi lasciare il posto a un sonno velato da un’inquietudine appena percepibile. Una vita in cui le mattine avevano il sapore rassicurante del caffè macchiato e spruzzato di cacao, e in cui i pomeriggi non finivano mai. L’ombra di ciò che incombeva si sarebbe potuta scorgere, ma solo se lo sguardo fosse stato attento, indagatore, anziché pronto a ingannarsi. –Quanto guadagnerà, secondo te, una prostituta? – aveva chiesto Maria Chiara. – Non una di quelle strafighe… Intendo una donna come noi, normale, tra i quaranta e i cinquanta. –Non ne ho la più pallida idea, non me lo sono mai chiesto. Che pazzie ti saltano in mente? – avevo risposto io, ed era la verità. Ma la conversazione con la mia amica mi aveva intrigato, così avevo aggiunto: –Sai, sarebbe buffo se una potesse andare in un’agenzia, farsi guardare, misurare, pesare, e farsi dire quanto si potrebbe guadagnare battendo il marciapiede! Come si fa quando si vuole mettere in vendita una casa… – e, per un attimo, mi era affiorata alla mente l’immagine dell’agente immobiliare che era venuto a valutare la villa di mia mamma e lo sguardo di lei, cupo, spaventato.

Forse tra poco avrò la risposta a quella domanda che ogni tanto, negli anni, mi è ronzata in testa. Sono in piedi sul ciglio del viale costeggiato da pochi alberi; poco distante scorre un fiume. Mentre penso che sono conciata troppo male dunque nessuno si fermerà, vedo una macchina scura accostarsi. Un tizio col viso tondo e i capelli bianchi apre il finestrino e mi fa cenno di avvicinarmi. Mi dice una mezza frase, ma non c’è bisogno di troppe parole, quello che vuole lo capisco al volo. E lo faccio. Solo un particolare mi paralizza. Quando vedo per terra, sul tappetino, dei fazzolettini appallottolati, che anche nel buio indovino sporchi, mi sale alla bocca dello stomaco un conato di vomito. Apro lo sportello della macchina, fuggo via in un baleno: il tizio mi maledice ma non fa nulla per trattenermi.

Scavalco senza difficoltà un muretto posto al bordo del viale; mi dirigo a passi rapidi verso il fiume. C’è un forte odore di umidità. Affondo i piedi nell’erba, scivolo sui sassi, sento qualcosa muoversi attorno a me. Non distinguo più il dentro dal fuori, la mia testa dal resto del mondo. Decido di entrare nel fiume: non voglio morire, non voglio nemmeno vivere, la cosa mi è indifferente. Voglio solo smettere di pensare. Metto le gambe nell’acqua: è più calda e più densa di quanto avessi immaginato. Muovo a fatica qualche passo. L’odore è divenuto più intenso e rassomiglia a quello di un cane bagnato. La corrente è leggera, appena percepibile. Ora l’acqua che la melma smossa ha reso lattiginosa mi arriva quasi al collo. L’ultima immagine che vedo con chiarezza è un lampione difettoso, color rosa pallido, che si si riflette sul fiume. Poi tutto si confonde. Luci sfuocate danzano come lucciole impazzite su uno sfondo nero di pece. Suoni metallici, stridenti si ripetono senza sosta. Rimbalzo su incerte nuvole di polistirolo. Precipito a tutta velocità attraverso un cielo senza stelle né luna. A un tratto mi giungono voci umane e si rifà strada in me la realtà delle cose. Qualcuno mi soccorre. Sono mani forti, braccia robuste, benevole. A fatica mi tirano fuori dall’acqua: il mio corpo si è fatto incredibilmente pesante, come se in sé portasse tutto ciò che sono stata fino ad oggi. Sono abbandonata, in balia di altri esseri umani. Li sento prendersi cura di me, coprirmi, sistemarmi su una barella. Attendono che il mio respiro, i miei battiti cardiaci, la mia pressione tornino normali; mi dicono di non preoccuparmi e che andrà tutto bene. Ho freddo, un freddo terribile ma non importa, passerà. Mi perdo per pochi istanti nella fantasia secondo cui da anni, da secoli, quelle creature mi stavano aspettando per salvarmi, con le loro tute arancioni e le loro infallibili apparecchiature. Riprendo conoscenza, o forse non l’ho mai persa. E finalmente, per la prima volta da quando sono nata, fradicia dalla testa ai piedi, senza più un padre, un marito, un figlio, una madre, una casa, senza più nemmeno un paio di scarpe, mi perdono.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 6 luglio 2020