Europa, anno zero

Giovanni Giovannetti



L’estate 1980 comincia col botto. Una bomba. Italia, 2 agosto, scoppia la stazione di Bologna: 85 morti, 200 feriti e mutilati. Bomba fascista? Bomba di Stato? Forse l’anteprima di un golpe, forse solo la minaccia a fini politici, per il riequilibrio del potere: «Ah, se solo avessimo avuto quattro mesi ancora», lamenterà anni dopo l’ex venerabile della loggia massonica Propaganda 2 (P2) Licio Gelli, «c’era da fare soltanto un trasferimento di ufficiali delle Forze armate. Sarebbe stato un colpo di Stato senza colpo ferire, non ci sarebbero stati combattimenti. Soltanto sarebbero state eliminate persone che già sapevamo, prese nelle loro case e da Ciampino trasferite in Sardegna». Per questo gravissimo attentato il Tribunale di Bologna ha condannato all’ergastolo i neofascisti dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar) Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Gilberto Cavallini (quest’ultimo in primo grado, sentenza del 9 gennaio 2020) nonché a trent’anni di carcere l’allora minorenne Luigi Ciavardini. L’elenco prosegue con la condanna a otto anni del generale del Sismi (i servizi segreti militari) Pietro Musumeci, del suo braccio destro colonnello Giuseppe Belmonte (sette anni e undici mesi), del capo della P2 Licio Gelli (dieci anni, poi ridotti a cinque da trascorrere ai domiciliari nella sua comoda dimora di villa Wanda presso Arezzo) e del faccendiere e uomo dei Servizi Francesco Pazienza (dieci anni, di cui tre condonati). Insomma, sulla strage di Bologna, la P2 e i Servizi segreti dello Stato italiano di nuovo mestano nel torbido, e di nuovo vergano informative false e depistanti (come dimenticare il ruolo da loro avuto in altre stragi, dalla bomba di piazza Fontana a Milano nell’inverno 1969 a quella sul treno Italicus nell’estate 1974). Di più. Quarant’anni dopo la strage bolognese del 1980, l’11 febbraio 2020 la Procura generale di Bologna ha concluso la sua indagine sui presunti mandanti e finanziatori di questa pagina nera, indicandoli in Licio Gelli e nei suoi adepti: Umberto Ortolani, l’ex responsabile del Servizio segreto civile Federico Umberto D’Amato e l’ex senatore e direttore del settimanale filofascista “il Borghese” Mario Tedeschi.Tutti piduisti, tutti deceduti.

A quel tempo avevo casa alla Croce di Casalecchio, poco fuori Bologna, e il 6 agosto ero come tanti in piazza Maggiore per i solenni funerali delle vittime di questa orrenda strage. Sui giornali, le cronache della tragedia bolognese hanno intanto sottratto spazio a un’altra tragedia: quella dell’abbattimento di un aereo civile il 27 giugno 1980 nei cieli di Ustica (77 passeggeri e 4 membri dell’equipaggio: tutti morti) da parte di un aereo militare appartenente al “blocco atlantico”, forse francese, forse americano, mandato a intercettare tra le isole di Ustica e Ponza l’aereo con cui il leader libico Mu’ammar Gheddafi si stava recando a Warszawa in Polonia (Gheddafi farà un repentino dietrofront, scampando all’aggressione). Anche su Ustica la verità tarderà a farsi largo e per circa un decennio la caduta di quel Dc-9 Itavia verrà fintamente attribuita prima a un cedimento strutturale (e per questo motivo Itavia dovrà chiudere i battenti); poi a una bomba esplosa a scopo terroristico all’interno dell’aereo. A ben vedere, tuttora non è chiaro se la strage del 2 agosto a Bologna mirasse a giustificare un colpo di Stato incruento o se invece vada letta come una manovra di distrazione di massa dopo l’“accidentale” abbattimento dell’aereo civile.

Di fronte a uno scenario tanto agghiacciante, al momento arretrano altre clamorose notizie: oltrecortina, in molte fabbriche polacche da più di un mese sono infatti in corso scioperi e rivendicazioni: il 1° luglio alle officine meccaniche Ursus, presso Warszawa, alcuni reparti del secondo turno di lavoro sono entrati in sciopero contro l’aumento del prezzo della carne che si vende negli spacci all’interno della fabbrica (aumento che tocca il 70 per cento). Attraverso commissioni operaie elette per l’occasione, i lavoratori chiedono l’annullamento degli aumenti e l’applicazione della scala mobile ai salari. Il giorno dopo, lo sciopero si estende alla fabbrica Polmo di Tczew. La richiesta più importante è ancora un aumento di salario proporzionale a quello dei prezzi. Scioperano anche gli operai della fabbrica di elicotteri Wsk di Swidnik, delle industrie siderurgiche di Warszawa, dell’impresa di costruzioni di Rzeszów, degli stabilimenti per la lavorazione della carne di Grudziadz e operai di varie imprese di Żyrardów, Poznań, Tarnów. Dove c’è stata protesta operaia le autorità concedono aumenti salariali; l’aumento dei prezzi, in un primo tempo, rientra solo in alcune regioni, fino a che progressivamente sarà annullato dovunque. Ma non basta agli operai: dagli stabilimenti tessili Itt di Żyrardów parte la richiesta di introdurre un premio di anzianità e di migliorare l’approvvigionamento dei generi alimentari; agli stabilimenti Buczek di Lublin il Comitato di sciopero presenta un pacchetto di richieste dove si chiede anche di equiparare gli assegni famigliari operai a quelli corrispondenti della polizia. Giovedì 10 luglio entrano in sciopero i 20mila dipendenti della Fso Zeran, presso Warszawa, che produce auto su licenza Fiat. In agitazione anche la filiale di Łódź e (15 luglio) i ferrovieri di Lublin: si chiede il sabato libero, l’anticipo a 55 anni dell’età di pensionamento per i macchinisti, garanzie scritte di incolumità per gli scioperanti e altro ancora. Gli aumenti di salario concessi toccano quasi ovunque i mille złoty. Molte agitazioni sono sospese. Al 16 luglio sono in sciopero a Lublin circa 80mila lavoratori, la maggioranza delle aziende del voivodato. Ai ferrovieri del reparto locomozione si unisce tutto il compartimento ferroviario; al Mercato centrale gli operai si rifiutano di caricare la carne sui vagoni diretti in Unione sovietica. L’Ufficio politico del Pzpr, o Poup (Partito operaio unificato polacco), in un comunicato, parla delle «sospensioni del lavoro» in corso e lancia un appello per il ritorno alla normalità. Il comunicato appare soltanto sui giornali di Lublin. Il 23 luglio anche la stampa parla, per la prima volta, di «arresti del lavoro». A Lublin arriva una commissione governativa presieduta dal vice primo ministro Miecisław Jagielski, il futuro negoziatore di Gdańsk, che è stato eletto deputato in quella regione. La calma torna a Lublin. Ma il comitato di sciopero dei ferrovieri non si scioglie e si costituisce in Consiglio sindacale permanente, in alternativa ai sindacati ufficiali. Le agitazioni avvengono sulla base di rivendicazioni salariali che ben presto diverranno politiche. Dopo Lublin entrano in sciopero i netturbini di Warszawa. Si sciopera anche a Poznań, Wrocław, Tarnów, Łódź. Arrivano notizie delle prime agitazioni sul Baltico: a Gdańsk, Gdynia e Sopot. L’11 agosto scioperano i trasporti a Warszawa. Sono oltre cento le imprese interessate da scioperi nel luglio. Non c’è ancora quel carattere politico che sarà la novità del movimento del Baltico. Ma gli operai si muovono già in modo diverso dal passato: nessun corteo esterno, gli scioperi si svolgono dentro le fabbriche; si rifiuta la mediazione del sindacato ufficiale e si organizzano i Mks (Miedzakladowy Komitet Strajkowy), i Comitati interaziendali di sciopero, autonomi rispetto al sindacato ufficiale. «Mi riconosci? Ho lavorato al cantiere per dieci anni e mi sento ancora un operaio navale, perché ho ancora la fiducia degli operai. Ormai sono quattro anni che non trovo lavoro. Adesso facciamo sciopero e occupiamo». Lech Wałęsa sta parlando a Klemens Gniech, il direttore, da una scavatrice posta sul piazzale del cantiere Lenin di Gdańsk tra gli operai che applaudono. È il 14 agosto e hanno subito inizio le trattative con la direzione.

Curioso. Nei Paesi dell’Occidente industrializzato la dicotomia classista viene sconfitta dall’innovazione tecnologica e dall’omologazione dei consumi, mentre il conflitto di classe ha campo aperto in Polonia: di qua la cristallizzazione di un potere destrutturato, non lontano da come lo dipinge Orwell nel suo romanzo La fattoria degli animali; di là un grandioso movimento operaio di stampo classico, dichiaratamente contrapposto ad una classe dirigente che predica eguaglianza e giustizia sociale ma è trincerata dentro ai suoi privilegi. «Così ai marxisti rivoluzionari più ostinati», scrive in quei giorni Adriano Sofri, «è toccato di trangugiare il boccone amarissimo di una “rivoluzione” operaia, ormai impensabile in Occidente, cresciuta nel grembo del blocco socialista”». Leggo Sofri, e tanto basta per dispormi a partire: vado a Danzica, o Gdańsk, a toccare con mano una classe che ora mette in gioco un forte desiderio di felicità e di emancipazione sociale, nonché questioni pratiche come la riduzione dei ritmi di lavoro e l’approvvigionamento alimentare (i lavoratori sono anche consumatori), trovando in Solidarność la loro unica pragmatica possibilità a fronte dell’onnipresente dispotismo dei funzionari e dei dirigenti del partito-Stato, e ben sapendo che il successo delle rivendicazioni sindacali non può che andare di pari passo con l’introduzione di qualche forma di pluralismo nella società polacca, il primo passo verso un più profondo rinnovamento etico. Insomma, come scrive Solidarność nella prima pagina del suo programma, non si è trattato «soltanto del pane, del burro e del salame, ma anche della giustizia, della libertà di opinione, della democrazia, della verità, della legalità, della dignità umana, del rinnovamento della Repubblica». Del resto – lo diceva Lenin – le rivoluzioni scoppiano quando le classi dominanti non sanno più governare e quelle oppresse non riescono più a sopportare. E in Polonia, recita Solidarność, «tutti i valori elementari sono stati troppo a lungo oltraggiati perché si potesse credere di poter migliorare qualcosa senza una loro rigenerazione. La protesta economica doveva essere allo stesso tempo una protesta sociale; e, a sua volta, la protesta sociale doveva essere una protesta morale». Nel movimento operaio polacco va maturando uno spirito rivoluzionario di matrice religiosa, millenaristica e “plebea”, avvicinabile alle aspirazioni revisioniste dei marxisti libertari e alla lettura del socialismo «come prosecuzione del lavoro spirituale del genere umano» ( Kołakowski); quell’eresia che il Polonia – abbandonata ogni velleità di riforma del partito – presto assume il carattere “rivoluzionario” di opposizione sociale di massa al deludente ingabbiamento sovietico, una tirannia ormai lontana dal prefigurare la liberazione umana in una terra promessa senza più classi, e che all’opposto – ha scritto nel 1972 un marxista “revisionista” come Leszek Kołakowski – da tempo «rappresenta uno dei più formidabili nuclei di repressione nazionale e sociale che ci siano mai stati al mondo». Per Kołakowski, una sinistra che non abbia dalla sua il discernimento, la sapienza, la tolleranza, la forza di persuasione altro non è che «un fascismo adornato con gli striscioni del socialismo». Insomma, dopo errori, fallimenti e bagni di sangue ora tocca a questa generazione operaia. Hanno al loro fianco i “padri” uccisi nei moti di Poznań del 1956 mentre gridano «pane e libertà» (più di cento i morti); li sorregge la memoria collettiva dei “fratelli” massacrati a Elbląg, Gdańsk, Gdynia e Szczecin del 1970 (almeno 42 operai uccisi); e loro stessi sono stati duramente repressi a Elbląg, Gdańsk ,Nowy Targ, Łodz, Płock, Starachowice, Szczecin, Warszawa nel 1976 dal braccio armato di una forza totalitaria e spaventata, più attenta all’ordine che alle domande di libertà civili e democrazia. Domande che vent’anni dopo loro stessi aggiornano in alcune delle testimonianze qui pubblicate.

L’aeroporto di Gdańsk è a una ventina di chilometri dal centro cittadino. Arrivo verso sera e non trovo né taxi né bus; sono in sciopero anche loro, e altro non resta che fare autostop. Mi raccatta un ragazzetto alla guida della sua Polski Fiat 126p rossa di fabbricazione polacca su licenzia Fiat: «Dove ti porto?», chiede in una sorta di esperanto anglo-polacco. «Lasciami davanti a qualche albergo nei pressi dei cantieri». Eccomi all’Hotel Victoria, in tempo per la cena. Da un palco nella sala, un’orchestrina intona motivi italiani. La mattina dopo sono ai cantieri di buonora. Ad alcuni operai col bracciale bianco e rosso mostro la mia tessera dell’Ordine: «ah, włoski dziennikarz», non capisco un accidente «Yes... Tak... Photographer...» Il lasciapassare del Międzyzakładowy Komitet Strajkowy lo conservo ancora. Eccomi dunque in quel «museo sociale vivente» dove più profonda è la crepa che separa quel socialismo dispotico e militarizzato da una classe operaia e contadina «che avrebbe dovuto essere la condizione del suo realizzarsi» (Sofri). Giornalisti italiani ne incontro pochi; in compenso ho la fortuna abbracciare Beppe De Simone e Falco Mercurio, due operai dell’Alfa Romeo di Arese che hanno deciso di spendere qui le loro ferie.

In questo libro ripercorro da testimone alcuni retroscena degli scioperi del Baltico nell’agosto 1980. Iniziata in sordina, via via la protesta operaia sfugge di mano un po’ a tutti: a Wałęsa, che spinge per un accordo sindacale e non politico; al partito, che ne ha sottovalutato la portata rivoluzionaria; ai politologi, convinti che liberi sindacati fossero impossibili in un sistema comunista; all’Unione sovietica che, specie dopo gli accordi di Helsinki del 1975 su sovranità nazionale e diritti umani, non può ricorrere a un’altra invasione senza il rischio di sanzioni gravose per la sua economia. Il successo operaio stupisce persino alcuni suoi fautori: «Noi sapevamo che sindacati indipendenti autogestiti erano impossibili in un sistema comunista, ma gli operai non lo sapevano e così è nata Solidarność», dirà Adam Michnik, uno dei principali esponenti del Kor/Kss, il Comitato di autodifesa sociale sorto nel 1976 per dare soccorso ai lavoratori perseguitati e alle loro famiglie, a cui si deve l’elaborazione della strategia politica vincente di quella lotta. Il declino comunista passa per Gdańsk: negli anni a seguire, con effetto a catena, a Ovest dei cantieri cade un muro, a Est cade un impero.

L’accordo di Helsinki del 1975 tra i Paesi europei (affiancati da Canada e Stati uniti) e il blocco comunista è al più ricordato per la parte relativa alla cristallizzazione dei confini europei concordata trent’anni prima a Jalta (rispetto dei diritti relativi alla sovranità; rinuncia alla minaccia o all’uso della forza; inviolabilità delle frontiere; integrità territoriale degli Stati; risoluzione pacifica delle controversie). Ma il sesto, il settimo e l’ottavo (non ingerenza negli affari interni; rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, inclusa la libertà di pensiero, coscienza, religione o credo; eguaglianza dei diritti ed autodeterminazione dei popoli) sono veri punti di “svolta”, poiché a Oriente infiammeranno l’azione dei gruppi dissidenti intellettuali e, specie in Polonia, operai. L’introduzione dello stato di guerra del 13 dicembre 1981 in Polonia negherà nei fatti il senso di quell’accordo. L’analisi minuta delle ingerenze negli affari interni di questo o quello Stato sovrano, a Oriente come a Occidente, gode già di una vasta bibliografia. Ma occorre qui ricordare almeno che il 1975 è l’anno della disfatta politica e militare americana in Vietnam e, altro esempio, l’anno della forte avanzata del Pci in Italia. Di un tale clima favorevole alle sinistre sembra voler approfittare l’Unione sovietica, convinta di volgere a proprio favore i rapporti di forza planetari con il blocco atlantico. Dal canto loro gli americani non staranno a guardare, e difatti la loro ingerenza in alcuni Stati europei – si comprenda la semplificazione – cambia metodo e caratura: non più golpe come in Grecia nel 1967 o in Cile nel 1973; non più, non solo bombe “stabilizzanti” e omicidi di Stato, ma infiltrazione economica e programmi occulti di distruzione e distrazione di massa, come l’operazione Blue Moon, un protocollo congiunto di Cia e Fbi che promuove il consumo di Lsd ed eroina come antidoto all’impegno politico, trasformando così l’opposizione in devianza. Ne riferisce Roberto Cavallaro il 7 gennaio 2010 al processo bresciano per la bomba in piazza della Loggia. L’ex squadrista nero, sindacalista Cisnal e uomo dei Servizi militari “paralleli” rivela di aver presenziato con altri italiani a un seminario formativo ad alto livello tenuto nell’autunno 1972 sulle montagne dei Vosgi in Francia; in quella sede viene illustrata proprio l’operazione Blue Moon e le relative modalità di introduzione, anche in Italia, di eroina e allucinogeni per marginalizzare i movimenti della nuova sinistra. La filosofia del mondo diviso in due blocchi inalienabili, induce a forme di collaborazione informale i Servizi segreti dell’Est e dell’Ovest: Cavallaro precisa infatti che a quella riunione «erano presenti più soggetti, sia dell’Europa occidentale sia, con nostra grande sorpresa, persone appartenenti all’area opposta del Patto di Warszawa», chiamati a confrontarsi su come annichilire gli avversari e qualunque forma di dissidenza. E dunque non per caso il programma di Solidarność – tesi 15, paragrafo 4 – sollecita il Governo a intraprendere misure volte alla «risocializzazione delle persone colpite dall’alcoolismo e dalla tossicodipendenza» (tra i Paesi del blocco orientale, con 35mila tossicodipendenti la Polonia era la più colpita dalla “narkomania”).

La storia del primo sindacato libero in un Paese dell’Est è qui scandita in tre tempi: la nascita dentro il movimento di scioperi, soprattutto del litorale baltico (agosto 1980); le lotte per una Polonia democratica stroncate dal colpo di Stato militare del dicembre 1981; e poi, crollati i muri, la difficile ricerca di un punto d’incontro intorno a cui rifondare un’etica comune condivisa. I cinquecento giorni di vita del sindacato sono segnati da un primo ciclo di lotte diffuse – operai, minatori, studenti, contadini, “terziario” e trasporti pubblici – fino al primo, inedito sciopero generale, il 3 ottobre 1980, in un Paese a regime comunista. L’elezione di Wojciech Jaruzelski a premier e poi a segretario del partito è l’inizio della svolta golpista. Peggiorano le condizioni dell’economia. L’affaire di Bydgoszcz riporta indietro ai tempi bui; nell’estate le donne scendono in piazza contro la scarsità dei generi di prima necessità; nel sindacato affiorano due linee che il prestigio personale dei suoi leader non riuscirà a conciliare. Col dicembre 1981 comincia la bufera. Ma questo movimento che non ha desiderato il potere, questa società che si è auto-organizzata nelle lotte della classe come classe generale, hanno tracciato un percorso di liberazione che gli emissari dell’Impero hanno soltanto provvisoriamente interrotto.

Vent’anni dopo sono tornato a Danzica per ascoltare il ricordo dei protagonisti di quello sciopero e il loro punto di vista sulla successiva transizione. Me lo dettano, fra gli altri, Anna Walentynowicz, la “pasionaria di Danzica”, l’ex saldatrice dal cui licenziamento prende il via la protesta operaia; l’assemblatore Marian Mocko, che fino alla morte prematura si è schierato al fianco dei lavoratori licenziati; Stanisław Dziedziul, saldatore ai cantieri che nel 1940, a nove anni, era stato deportato dalla nativa Vilnius in un gulag siberiano; Mieczysław Kalinowski, un ex operaio deluso dalla nuova classe dirigente e dall’economia di mercato. Nel frattempo Tadeusz Fiszbach, il dirigente comunista “dalla parte degli operai”, si è avvicinato a Dio, mentre il generale Jaruzelski difende ancora caparbiamente il suo operato di vent’anni prima. Bogdan Lis, un tempo leader di Solidarność, oggi traghetta a Est le ditte occidentali. Un altro dirigente, Zenon Kwoka, è invece disoccupato e gioca in borsa con alterne fortune. Dopo la chiusura dei cantieri nel 1997, Zbigniew Lis, progettista e responsabile del servizio d’ordine interno durante gli scioperi del 1980, ha scelto la libera professione. Con la successiva riapertura, l’elettricista Wojtek Tucholski è stato riassunto come impiegato. Un altro elettricista, Lech Wałęsa, nel 1990 è stato eletto Presidente della Repubblica.

Scrivo queste pagine a Torino nel chiuso di una stanza mentre fuori è silenzio, le strade sono deserte e se cambi isolato la polizia ti ferma. Nella città della Fiat come nel resto d’Italia vige il “coprifuoco”, reso necessario dall’incedere della pandemia del Coronavirus. Ma se la notizia di qualche calciatore positivo al tampone conquista le prime pagine di giornali e notiziari, nulla trapela su come siano messi gli operai che, nonostante l’emergenza, sono loro malgrado tenuti a lavorare. Né conosciamo il numero dei lavoratori costretti a letto dopo aver contratto il virus in fabbrica. In questo andare verso un futuro in cui nulla-sarà-più-come-prima, al momento si accalcano sentimenti contraddittori, sospesi tra il catastrofismo (simboleggiato dal laboratorio sociale da stato di polizia in corso) e l’opportunità di prefigurare nuovi e rigeneranti miti collettivi in un mondo di “fratelli” dove tutto è interconnesso e dove, nonostante tutto, mai arretra l’utopia della fratellanza universale. Solidarność vuol dire solidarietà, che è sinonimo di fratellanza. E se le avversità estreme come la carenza di alimenti o l’assenza di libertà democratiche nel 1980 hanno indotto a reazioni rigeneranti e prefigurative, è non di meno augurabile che qualcosa di analogo possa ripetersi oggi, a seguito di una invasiva pandemia.

Giovanni Giovannetti








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica libri il 1 luglio 2020