Due poesie

Mario Andrea Rigoni



Due poesie dalla raccolta inedita Colloqui col proprio demone.

Parla Giulio Cesare

Quando mi fu chiesto quale morte mi sarei augurato,
risposi: “Quella che giunge inaspettata”. Sono ancora
dello stesso parere, ma il mio voto, se fu dal destino
adempiuto, riuscì più esiziale che se avessi avuto
una morte naturale. Né potevo immaginare che
alla congiura, oh dei!, avrebbe partecipato anche Bruto,
il figlio che avevo adottato. Tra tutte fu sua la pugnalata
che mi inferse il dolore maggiore. Avrei dovuto ascoltare
i presagi di Calpurnia, che mi aveva pregato di non andare
quel giorno in Senato. Non ero un uomo senza coraggio,
ero anzi temerario, come si vide bene quando passai
il Rubicone. Ma c’è gloria senza sfida e presunzione?
È vero tuttavia che non bisogna tentare la sorte due
o più volte. Mi rattristo anche per Roma, che con la mia
morte aprì le porte ad una nuova guerra civile nella quale
Bruto stesso dovette rivolgere contro di sé la spada.
E i congiurati che a torto temevano volessi farmi re,
non sapevano, stolti!, che ne sarebbero seguite intere
generazioni di imperatori, non certo migliori di me,
che avevo assicurato a Roma potenza e ricchezza e spesso
ai miei nemici clemenza. Cerco di essere obiettivo,
impersonale, come sono stato anche da scrittore.
Gli uomini non sanno che le azioni che fanno hanno
impreviste conseguenze e i fini che perseguono con cieco
furore per lo più si ritorcono contro di loro.

Parla Ponzio Pilato

So di essere inviso ai più e solo da pochi
difeso o compreso. A differenza di quanto
racconta quello scrittore francese, arguto
ma non veritiero, ricordo bene, per la sua
stranezza, il caso del Nazareno che mi fu portato
dinanzi per essere giudicato, quando ero
procuratore di Roma in Giudea. È vero
che alla fine me ne sono lavato le mani,
pur trovando che era innocente, ma considerate:
avvenne dopo che più volte tentai
di sottrarlo alla furia rissosa di quella gente,
delle cui superstizioni non capivo niente.
Ho cercato, anche più del dovuto, di accordare
la giustizia e il diritto con le norme e le usanze
locali, che un procuratore straniero deve sempre
considerare e, quanto possibile, rispettare.
Non fosse stato per la mia presenza,
nessun dubbio, intralcio o ritardo nella condanna.
D’altra parte anche il giovane Nazareno nelle sue
risposte alle mie domande fu più che sibillino.
Soprattutto si vedeva che voleva morire. Potevo
fare di più? Considerate la cosa dall’interno:
non per questo merito l’inferno.








pubblicato da j.costantino nella rubrica poesia il 21 giugno 2020