Il Bloomsday

Sergio Nelli



Ogni anno il 16 giugno si ricorda il Bloomsday, il giorno dell’Ulisse di Joyce. Lo scrittore dublinese ambientò il suo Ulisse in un unico giorno, il 16 giugno del 1904, che era stata la giornata in cui aveva avuto luogo il suo incontro con la futura moglie Nora che lo aveva fatto “diventare uomo”. Il “maledettissimo romanzaccione”, come lo definì in italiano il suo autore, uscì a Parigi nel 1922.

La traduzione italiana più accreditata è ancor oggi quella del fiorentino Giulio de Angelis, che dal 2000 non c’è più. De Angelis fu un traduttore eccezionale e licenziò tra le altre cose Zanzare e Mentre morivo di Faulkner, Gli anni e Le onde di Virginia Woolf. Dopo la fatica dell’Ulisse, che uscì per Mondadori nel 1960 e si avvalse della collaborazione di illustri anglisti, a cinquantadue anni di distanza, nel 2012, ce n’è stata un’altra di Enrico Terrinoni (con il contributo di Carlo Bigazzi), uscita per i tipi della Newton Compton. Nel frattempo, era uscita un’inaspettata traduzione a cura di una misteriosa Bona Flecchia, pubblicata nel 1995 dall’editore fiorentino Shakespeare and Company e ritirata qualche giorno dopo per una questione di diritti. Il libro pirata è ancor oggi oggetto di interesse di bibliofili e di appassionati joyciani. Quanto alla allora venticinquenne Bona si può leggere un’intervista che le fece Mirella Appiotti sulla Stampa del 3.6.1995, intitolata Avrà la lingua di una ventenne. La penultima traduzione è quella Einaudi di Gianni Celati, scrittore e traduttore di rango. A proposito delle tre traduzioni ’ufficiali’, scriveva Flavio Santi: “l’impressione complessiva è che ognuna delle tre traduzioni sia fondamentale in quanto fornisce un proprio tassello interpretativo, diventando così parte di una sorta di iper-lettura, la più varia e completa possibile. Perché anche questo è la traduzione: una lettura potenziata, elevata all’ennesima potenza. Ancor più necessaria se l’opera in questione è un caposaldo della letteratura mondiale. Un’opera da far tremare le vene e i polsi”. L’ultimissima, neonata, e quindi tutta da valutare, è uscita in questi giorni per La Nave di Teseo dalla penna dello scrittore Mario Biondi, comasco, classe 1939.

Mentre si consumano energie per conoscere e diffondere sempre di più l’opera di Joyce, e nel mondo si celebra in diversi modi (prevalentemente con letture pubbliche) il Bloomsday, non è mai cessata la giaculatoria di chi disdegna l’Ulisse, lo minimizza o lo sconsiglia. Inutile fare i nomi ma sono tanti e talvolta importanti. D’altronde se si considera che Voltaire diceva di non apprezzare Shakespeare non c’è da meravigliarsi. Come non c’è da meravigliarsi, se si entra nel ronzio dello sciame digitale, che vi si alternino valutazioni puerili insieme a pensosi omaggi. Per parte mia, nell’avvicinare e frequentare l’Ulisse, mi sono ripetuto sempre il consiglio che dette Faulkner di leggerlo “con fede”.








pubblicato da s.nelli nella rubrica annunci il 15 giugno 2020