"Le Indie di Genova" di Massimo Morasso

Giovanni Peli



In uscita con Lamantica Edizioni.

Eccoci giunti al terzo capitolo dell’ambizioso progetto di Massimo Morasso, Unus Mundus, una raccolta di cinque scritti in cui il nostro autore propone la sua automitobiografia, una rilettura di sé, della propria vita, attraverso la letteratura, o meglio attraverso la “lente” della letteratura e ciò che essa permette di vedere. Massimo attraversa in primo luogo la sua città, Genova, non come chi l’ha già cantata (da Campana a Caproni ai celebri cantautori, anche perché tale è l’eterno fascino di questa città che, possiamo dire, canta da sé) ma anzi, trattenendo il canto, e, semplicemente, passeggiando. Questi “attraversamenti” – un po’ come gli Attraversamenti di Seamus Heaney (il grande poeta irlandese che è anche uno dei firmatari della Carta per la Terra e per l’Uomo che Massimo compose nel 2001) – sono dunque fisici, e dal passo leggero, come il suo stile colto ma colloquiale; sono propri di una passeggiata walseriana, e non sono altro che la rappresentazione gestuale di un più ampio viaggio interiore, alla riscoperta di se stessi. Forse meglio dire alla ricomposizione, all’autoconferma di un Io che è sì solido, perché i suoi occhi sanno già dove cercare, ma è costantemente minato da una turbolenza (passeggera?), una nevrosi accanita che si stempera (verrebbe da dire: per fortuna) nell’ironia e nella meraviglia. Tale meraviglia si rinnova proprio nelle origini, nella città natia che va riamata e riscoperta, non per qualche languorosa malinconia confortante, ma perché ci si rinsaldi e nello spirito si guarisca: è un gesto che non finisce mai, ed è qui, in questo lavorio dolorosamente incessante, il rovescio della medaglia: l’angoscia. Angoscia toccata con mano nel secondo capitolo di questa opera-mondo pubblicato nel 2018, Kafkegaard, in cui i paesaggi genovesi servivano a staccare l’Io (bernhardianamente ossessionato dall’idea di scrivere un saggio sui due K., ossessione che per uno scrittore è capace di minare l’intera impalcatura dell’essere) dallo specchio deformante che rimanda i ritratti di Kirkegaard e Kafka, nella loro insaziabile voglia di amore, un amore per la vita non comunicabile e che mai la nevrosi lascia libero di adempiersi. E se nel primo capitolo del 2017, Fantasmata, Morasso aveva come obiettivo, giocosamente ma anche tragicamente – come in una danza macabra, già anticipazione del prossimo capitolo della pentalogia –, la dimostrazione dell’esistenza dei fantasmi (il fulminante incipit è: Io credo nei fantasmi), epurata da ogni ammiccamento pop e horror, ma straboccante di afflato romantico (la leggerezza e l’acume di Heine sono certo un riferimento), in questo terzo atto appena pubblicato, Le Indie di Genova, si intende attraversare i luoghi significativi della città (città duplice, a suo dire) per riconoscersi nell’Altro, l’Esotico, l’Incommensurabile, che gli si presenta sotto forma di uomini del passato, vette del pensiero, o note fischiettate per secoli, giunti fino a noi attraverso la letteratura e l’architettura e gli odori e i corpi, che, tutti insieme, attraversano ciò che sembra più ovvio per noi, il luogo da dove veniamo, in realtà mai conosciuto fino in fondo, come la nostra mente.

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www.lamantica.it








pubblicato da j.costantino nella rubrica libri il 10 giugno 2020