Ivo è vivo Ivo è morto

Valentina Scelsa



Treno per Torino. Oggi ho la luna storta. Mi siedo accanto a una signora, il resto dello scompartimento è vuoto. Non ho voglia di parlare, mi immergo subito nella lettura del mio romanzo. Dopo qualche minuto dalla partenza sento singhiozzare. La signora sta piangendo. Sono seccata, ma alzo il viso. Le chiedo se vada tutto bene, domanda idiota di uso comune. “Posso fare qualcosa?” insisto. Insomma, le solite frasi.

Si scusa, non è da lei un comportamento del genere. È di Torino ma ogni anno, il 13 gennaio, viene a Roma. All’inizio in questi viaggi l’accompagnava il marito, ma ormai è il terzo anno che parte da sola, per andare al Policlinico Gemelli. È lì che sua figlia è morta. Poi il suo corpo è stato cremato e lei, persona che si definisce razionale, è una professoressa di matematica in pensione, ogni anno sente il richiamo, il bisogno di visitare quel luogo. Di pregare per sua figlia proprio lì.

La osservo meglio. È bella, nonostante l’età: grandi occhi verdi, lineamenti del volto delicati, piccole rughe agli angoli di una bocca non carnosa ma dalla linea sensuale, il naso piccolo e leggermente aquilino che le da un’aria un po’ snob. I capelli grigi e curati le donano. Indossa un cappotto vintage dal taglio elegante.

Sappiamo entrambe perché si sta confidando con me: non ci rivedremo mai più.

Sono una persona molto riservata, anzi direi ermeticamente chiusa, ma la signora mi è simpatica e decido di raccontarle un fatto che, apparentemente, non c’entra nulla con queste sue confessioni.

Circa tre mesi fa mi trovavo nella mia casetta di campagna, nella Tuscia. Mi ero rifugiata lì in cerca di silenzio, ma non avevo fatto i conti con i miei vicini, che abitano in una casa di fronte. Beceri urlanti di una volgarità notevole. Le loro grida violente non erano di litigio, ma di normale conversazione. Iniziavano prima del canto del gallo, facendomi da sveglia indesiderata. Si rivolgevano l’un l’altra chiamandosi ‘essa’ o ‘esso’: ‘esso’ ha mangiato, ‘essa’ ha dormito, ‘esso’ ha bevuto, e qui mi fermo con l’elenco dei loro bisogni fisiologici quotidiani, sempre presenti in quei discorsi, fatti di versi urlati, che usavano per comunicare tra loro, di non facile interpretazione per me, a causa di un dialetto burino e un uso improbabile della grammatica. Le parolacce e le bestemmie, però, erano chiarissime.

La famiglia era composta da due genitori anziani, una figlia di circa sessant’anni dall’aspetto e dalla voce mascolini, che portava una parrucca e che avevo soprannominato Tootsie, e dalla di lei figlia, una vigilessa che aveva risposto alle mie legittime lamentele circa il loro comportamento incivile con una sfilza di multe per divieti di sosta inventati ad personam: mio marito ed io eravamo gli unici a essere multati in tutto il paese. Noi eravamo ‘i forestieri’. La madre di Tootsie era malata da tempo, anche se questo non diminuiva la sua irruenza vocale, e anche il padre, meno rumoroso e più posato, non faceva che entrare e uscire dall’ospedale. Quando era in casa, però, stava sempre sul balcone, appollaiato su una sedia, a spiare tutto e tutti, con i suoi occhietti rapaci piantati come due bottoni grigi su un naso prominente a becco ricurvo, dalle grandi narici. Ogni volta che anche io uscivo sul mio balconcino, per godermi il verde della vallata sottostante, lui era sempre lì, a fissarmi come un falco. Mi infastidiva molto. Ho desiderato più volte, ferocemente, che scomparisse. Ho messo un paravento contro la ringhiera del balcone per proteggermi dalla sua invadenza, ma se per caso guardavo attraverso un piccolo spazio tra questo e il muro, potevo vederlo, lui e il suo sguardo impiccione che mi spiava, avido di qualsiasi novità. Si chiamava Ivo.

Quella mattina mi sono svegliata molto presto e avevo la luna di traverso. Sono uscita in terrazza a respirare e a godermi un po’ il silenzio prima del risveglio dei barbari, e invece eccotelo già lì: l’uccellaccio del malaugurio mi fissava attraverso lo spazio tra il muro e il paravento, con la faccia rivolta in su, dato che il mio balcone affaccia un piano più in alto. Sono rientrata in casa sbattendo la portafinestra, stizzita, e per il resto del giorno ho deciso di non mettere più il naso fuori.

Dopo aver pranzato con mio marito, ho iniziato a lamentarmi del recente e infelice acquisto di quella casetta, falsa oasi di pace, e in particolare di quel vicino, il più silenzioso di quella famiglia di disturbatori arroganti, ma a suo modo anche il più insopportabile.

“È morto il mese scorso” mi ha interrotta lui.

“Ma che cazzo dici, l’ho visto questa mattina!” gli ho risposto educatamente io.

Mio marito aveva letto l’annuncio mortuario affisso su un muro, nella piazza principale del paese, un giorno in cui era dovuto andare in comune per contestare una multa. Con superficialità tutta maschile si era dimenticato di dirmelo.

Sono andata subito in piazza a controllare. In effetti il manifesto funebre era lì: l’amatissimo signor Ivo era morto esattamente un mese prima, ne davano il triste annuncio la moglie, la figlia e la nipote. Nella fotografia indossava lo stesso maglione a scacchi neri, grigi e azzurri con cui l’avevo visto poche ore prima.

A pensarci bene, l’unica cosa insolita in quella visione mattutina, era stato il fatto che il signor Ivo si era posizionato con la sua sedia trespolo vicino al muro sinistro del suo balcone, mentre di solito stazionava a destra.

L’annuncio dell’arrivo a Torino giunge con la fine del mio racconto. I treni di oggi possono essere veloci. Scendiamo entrambe, la signora ed io, siamo arrivate. Al momento di salutarci lei mi bacia sulle guance e mi dice “grazie”. Non ci siamo neanche presentate. La osservo, mentre si allontana: la vedo camminare con le spalle aperte e il passo leggero.


Valentina Scelsa è nata e vive a Roma, ma ha abitato anche a Dublino, Reykjavik, Milano, Trieste e nella Tuscia per un totale di 23 traslochi negli ultimi 10 anni. È laureata in filosofia. Terminato il liceo classico ha lavorato in una libreria al centro di Roma. Quindi è stata un’informatica, in Islanda era tecnico di camera iperbarica e ha lavorato anche nel sociale. Attualmente gestisce un centro di agopuntura.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 6 giugno 2020