Police Snuff Movie: The Killing of George Floyd

Jonny Costantino



snuff movie ‹snḁf mùuvi› locuz. ingl. [propr. «film con uccisione», comp. di (to) snuff «spegnere (una candela)», «uccidere» e movie «film»] (pl. snuff movies ‹... mùuvi∫›), usata in ital. come s. m. – Filmato pornografico amatoriale, che si propone come ripresa di fatti realmente accaduti, contenente scene di violenza che possono contemplare anche la morte dei protagonisti.

"Dirty Derek I" (2020, paper shadow) di Rita Deiola

Il secolo della morte on demand

Se il 20esimo secolo è stato il secolo della morte di massa e dei serial killer, il 21esimo è il secolo della morte on demand e sarà sempre più quello degli internet killer. Passando dalla società di massa alla società dei media, ci siamo assuefatti allo spettacolo della morte filmata. Da un pezzo la vista di un omicidio non fa più scandalo.

Ne abbiamo viste. Abbiamo visto saltare mezza faccia di John Fitzgerald Kennedy, abbiamo visto schizzare il cervello del presidente accanto alla first lady in preda al panico: lo abbiamo visto grazie al filmato in 8mm girato il 22 novembre 1963 da un sarto ebreo newyorkese di origine ucraina, Abraham Zapruder, abbiamo visto così tanto questi 26 secondi che sono diventati un pilastro del nostro immaginario. Abbiamo visto Luka Rocco Magnotta, un giovane escort canadese, mitomane e aspirante attore, pugnalare a morte un 35enne cinese, ispirandosi a Basic Instinct (1992) e sotto il poster di Casablanca (1942), per poi fare a pezzi l’occasionale amante ed esibirsi in prodezze necrofile, come giocare nella vasca da bagno con la testa mozzata della vittima: abbiamo visto questo tripudio gore in uno snuff movie dal titolo 1 Lunatic 1 Ice Pick (1 Lunatico 1 Punteruolo da ghiaccio), girato dal protagonista il 24 maggio 2012 e postato l’indomani su uno shock site canadese, lo abbiamo visto nel breve arco di tempo in cui il video fu virale, prima che sparisse dal clear web, lo abbiamo visto 6 anni prima che Netflix dedicasse all’adesso ergastolano Magnotta una delle sue serie più affilate, la miniserie Don’t F**k with Cats: Hunting an Internet Killer, titolo non casuale, poiché la specialità di Luka a video libero, oltre a spezzettare fuck friends, era seviziare gattini. Ne abbiamo viste di cotte e di crude.

Abbiamo visto riprese di omicidi perpetrati da soldati e narcos, da terroristi e poliziotti. In particolare, «Sbirri bianchi che ammazzano afroamericani soli e inermi» rappresenta un fortunato sottogenere di un genere evergreen: «Cops Kill». Il troppo che abbiamo visto è però niente rispetto a ciò che non abbiamo visto, che non vediamo, che non vedremo. Basti dire che nel solo 2018 la polizia Usa ha ucciso 1.810 persone e − considerato che nel corso dell’anno ci sono state 25 esecuzioni capitali nella Confederazione − possiamo dire che la polizia della cosiddetta Land of the Free tende a generare 72 volte più cadaveri della pena di morte.

A ogni modo, abbiamo fatto il callo sull’occhio per le morti cruente che vediamo senza tregua. Quello che però è accaduto 10 giorni fa ancora non l’avevamo visto. E quello che abbiamo visto è adesso nostro dovere sviscerare e comprendere. Nostro dovere: se vogliamo che esso entri a fare parte con forza germinativa della nostra coscienza e cultura visiva.

The Killing of George Floyd o Death for 20 bucks

Veniamo al fatto. Lunedì 25 maggio un uomo è sta stato ucciso dalla polizia. La location è Minneapolis, florida città dello stato del Minnesota bagnata dal Mississippi e qualche secolo fa abitata esclusivamente da Sioux Dakota. Verso le 8 di sera, ora locale, due agenti della Minneapolis Police Department (MPD) fermano un sospettato. I poliziotti si chiamano J. Alexander Kueng e Thomas Lane. Il sospettato è un afroamericano identificato come George Floyd. Sospettato di cosa?

La chiamata è arrivata dal minimarket Cup Foods, che fa angolo tra Chicago Avenue South e la 38esima Strada. A quanto pare, George Floyd ha impiegato una banconota da 20 dollari falsa per comprare un pacchetto di sigarette. Dopo l’acquisto però George non se n’è andato via sgommando. È rimasto al posto di guida del suo SUV, parcheggiato per giunta davanti al luogo del presunto reato. Con lui in auto c’erano due amici, un uomo e una donna.

Alle 7:57 p.m. due impiegati del negozio si erano avvicinanti all’automobile per contestare a George la banconota e chiedere indietro il maltolto, ma tornano indietro a mani vuote e allora chiamano la polizia, definendo George «terribilmente ubriaco» e «fuori controllo». Ma George nemmeno allora se la fila, cosa che farebbe chiunque si sentisse scoperto. Pochi minuti dopo, alle 8:08 p.m., la volante della polizia è lì e tutto si svolge molto rapidamente. Dalla chiamata passano 17 minuti e George giace a terra privo di sensi.

L’ufficiale Lane si dirige verso la vettura, mettendo mano alla pistola. Tira George fuori dall’abitacolo, lo ammanetta, lo preme contro il muro, lo fa sedere per terra, lo identifica. Kueng intanto si occupa dell’identificazione degli due in auto con lui. Alle 8:14 p.m., Lane e Kueng stanno scortando Floyd sulla Chicago Avenue South, la strada che fa angolo, a pochi metri di distanza da dove il fermo è avvenuto. In prossimità di una volante, Floyd inciampa tra marciapiede e asfalto e cade per terra. È evidente che non sta bene. Alle 8:17 p.m. arrivano altri due agenti, Derek Chauvin e Tou Thao.

I poliziotti provano a ficcare di forza Floyd nell’abitacolo di dietro della volante mentre l’uomo obietta di essere claustrofobico. In men che non si dica, Floyd è steso sull’asfalto a pancia in giù e ha tre uomini addosso: Lane sulle gambe, Kueng sul torso, Chauvin sul collo, mentre il quarto, Thao, monitora la situazione. Gli agenti si accorgono che Floyd perde sangue dalla bocca e chiamano l’ambulanza, due volte: prima chiamano per un codice 2 (chiamata non d’emergenza) ma a stretto giro rettificano con un codice 3 (chiamata d’emergenza).

8 minuti e 46 secondi dura la pressione del ginocchio di Chauvin contro il collo di George Floyd, stando alla quantificazione dell’accusa. 8 minuti e 46 secondi. Nonostante il codice 3 e un uomo che supplica e grida. Nonostante il manuale del MPD legittimi questo tipo di bloccaggio soltanto se il fermato sta «opponendo una resistenza attiva», cosa che George è lontano dal fare. Per ben due volte Lane ha chiesto a Chauvin si spostare l’uomo sul marciapiede e per ben due volte Chauvin ha detto no.

L’ambulanza arriva alle 8:27 p.m. Sono circa due minuti e mezzo che George non reagisce e per quasi un altro minuto, il tempo di controllare il battito e preparare la barella, Chauvin non molla la presa. Floyd è già in arresto cardiaco. Verrà dichiarato morto in ospedale alle 9:25 p.m.

Per altre informazioni e dettagli rimando alla ricostruzione del «New York Times» datata domenica 31 maggio 2020, una ricostruzione che a oggi, mercoledì 3 giugno, risulta la più attendibile, ammesso che non mi sia sfuggito qualcosa. Il servizio è visionabile cliccando qui.

Big Floyd

George Floyd era originario di Houston. Aveva 46 anni, due figlie a una nipotina. Aveva precedenti penali: una condanna a 4 anni per rapina a mano armata nel 2009. Aveva pure un passato musicale di tutto rispetto: considerato un virtuoso dell’elettronica e della trap, era stato membro del collettivo hip hop di Houston The Screwed Up Click, guidato da DJ Screw, influente anticipatore del genere morto nel 2000 per un’overdose di codeina. Chissà se George aveva ancora qualcosa da dire come artista.

La corporatura di George Floyd era quella di uomo che mia nonna avrebbe definito un marcantonio. Big Floyd era il suo nome d’arte, così è accreditato su un mixtape di DJ Screw. E così lo chiamavano gli amici. In Minnesota s’era trasferito nel 2014 per rifarsi una vita. Per 5 anni ha filato dritto lavorando come addetto alla sicurezza del ristorante Conga Latin Bistro. Nell’ultimo periodo era a spasso a causa del lockdown imposto dal Covid-19.

Condanna a parte, tutto ciò che sta emergendo sul conto di George ci parla di un lavoratore serio, capace di tenersi un lavoro per 5 anni, e di un uomo benvoluto, un gentle giant. Sicuramente emergeranno in corso d’indagine magagne che ne incrineranno l’immagine. Ci sarà chi proverà a mostrificarlo per contrastarne il suo divenire martire e simbolo di una protesta. Si frugherà negli angolini di una vita in cerca di sporcizia. È la routine nel trattamento giornalistico di casi di cronaca di tale risonanza mediatica.

Ciò che in questa sede c’interessa non ha nulla a che fare con la storia personale di George Floyd. Quel che c’interessa è che George Floyd era un uomo inerme che è morto ammanettato e immobilizzato. E ancora prima: George Floyd era un uomo.

Agenti di morte

I quattro agenti del Minneapolis Police Department che hanno arrestato George Floyd sono stati subito identificati e licenziati. In un secondo tempo incriminati e arrestati. Li abbiamo già nominati. Se Lane e Kueng sono stati assunti dal MPD rispettivamente nel febbraio 2019 e nel dicembre 2017, Thao e Chauvin sono veterani, in servizio rispettivamente dal 12 e da 19 anni.

Né l’uno né l’altro sono stinchi di santo. Da 12 anni in servizio, Tou Thao ha accumulato 6 denunce, ma senza senza conseguenze disciplinari. Nel 2017 è stato accusato di condotta brutale nell’esercizio delle sue funzione e la faccenda l’ha risolta in via stragiudiziale sborsando 25 mila dollari alla vittima dell’abuso. Di denunce Derek Chauvin tre volte tanto, ben 18, ed è stato coinvolto in tre sparatorie, in una delle quali c’è scappato il morto.

È uno dalla percossa lesta e dalla pistola facile, Derek Chauvin. La violazione dei diritti costituzionali di chi gli finisce sotto sembra essere una sua specialità. Fino a oggi, per le sue robuste interpretazioni del manuale, aveva ricevuto rimproveri orali e un paio scritti, ma tutto s’era risolto internamente. Non solo: Derek può attaccarsi al petto due medaglie al valore assegnate dal maggiore dipartimento di polizia del Minnesota e il secondo più antico dello Stato, dopo quello della capitale, il Saint Paul Police Department (SPPD).

Da ieri, mercoledì 3 giugno, Thao, Lane e Kueng sono accusati per concorso in omicidio. Chauvin rischia molto di più. Da venerdì 29 maggio è in carcere. Il procuratore generale di Minneapolis lo ha incriminato dapprima per omicidio colposo di terzo grado, e nello stato del Minnesota omicidio di terzo grado significa omicidio «per perversa indifferenza alla vita», punibile con un massimo di 25 anni di carcere. Da ieri l’accusa è mutata: omicidio volontario non premeditato, la cui condanna arriva a 40 anni.

Omicidio premeditato?

L’avvocato della famiglia Floyd insiste con un’accusa più pesante: omicidio premeditato, punibile con l’ergastolo e imprescrittibile. Proprio così, premeditato: entrambi per arrotondare avevano lavorato come buttafuori a turni alternati nella discoteca El Nuevo Rodeo Club, Derek per 17 anni, George per una dozzina di eventi. Si conoscevano? Avevano avuto screzi? S’è trattato di una ritorsione? Una vendetta personale sotto la protezione della divisa? È una pista che gli inquirenti stanno seguendo.

Benzina sul fuoco

Tre fatti, in particolare, hanno svolto il classico effetto della benzina sul fuoco, alimentando e incrudelendo la rivolta in corso. Primo fatto: lo stato fisico di George aveva necessitato una chiamata d’emergenza. Secondo fatto: la polizia a caldo s’è giustificata affermando che George ha opposto resistenza. Terzo fatto: «Non ci sono elementi fisici che supportano una diagnosi di asfissia traumatica o di strangolamento», dichiara il rapporto preliminare del coroner, il quale ha avuto il barbaro coraggio di sostenere che la causa della morte di George sia stata l’interazione tra una sostanza intossicante e patologie pregresse, come ipertensione arteriosa e problemi coronarici, tentando di liquidare l’accaduto come «incidente medico».

1) Non ci vuole Madre Teresa per capire che non devi fare a un uomo in difficoltà quello che Derek Chauvin e i suoi colleghi gli hanno fatto, tanto più se il sottomesso non fa altro che lamentarsi, strepitare per il dolore, chiedere aiuto.

2) Menzogna: non è vero che George Floyd ha opposto resistenza. Il momento dell’arresto tout court è stato integralmente filmato da una videocamera a circuito chiuso di un vicino ristorante. Ciò che George ha opposto non è stata resistenza, bensì disappunto prima, smarrimento poi, disperazione infine. Il filmato è visionabile cliccando qui.

3) Altra gigantesca menzogna: lunedì primo giugno è arrivato il risultato dell’autopsia che smentisce il rapporto preliminare: «George Floyd è stato asfissiato per compressione del collo». La manovra di Chauvin ha ostruito il flusso del sangue diretto al cervello. George Floyd è stato ammazzato.

Rage (not only) in Usa

Da lunedì 25 si è scatenata l’apocalisse. Dapprima a Minneapolis, dove Trump il Giustiziere manda a caldo 500 soldati della Guardia Nazionale: assalti al commissariato, distruzioni a random, scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, incendi. Atmosfericamente, la protesta è divampata in tutto il paese. 5 persone, oltre a George Floyd, sono già morte negli scontri. Gli arresti viaggiano sui 1.400 e 25 città, da Los Angeles ad Atlanta, sono sotto coprifuoco. Le unità della Guardia Nazionale impiegate a sedare la rivolta sono arrivate a 4.800 ma Trump minaccia di portarle a 10.800 e di sguinzagliare, se necessario, l’esercito: 1.600 soldati sono già pronti e scalpitanti.

Ci sono stati assalti all’abitazione di Derek Chauvin. A Jacksonville (Florida) un poliziotto è stato pugnalato al collo. A Ferguson (Missouri) il dipartimento di polizia è stato danneggiato ed evacuato. A Nashville (Tennessee) il tribunale incendiato. Durante le manifestazioni sono stati colpiti e arrestati giornalisti di Fox News, CNN, Huffington Post, in violazione del primo emendamento, che protegge la libertà di stampa. Il malcontento è arrivato a Washington: ci sono roghi che bruciano davanti alla Casa Bianca. Le proteste non si sono fermate agli States, si stanno diffondendo a macchia d’olio in tutto il mondo. Migliaia di manifestanti scendono in piazza nella capitali, a partire da Toronto Londra Berlino Amsterdam Dublino…

Le notizie e le immagini proliferano. Quello che sto scrivendo invecchia mentre lo scrivo. A ogni check online emergono nuove informazioni, retroscena, dichiarazioni, filmati da angolazioni alternative, effettuate prima, durante, dopo l’assassinio. Esiste una pagina Wikipedia, «Killing o George Floyd», che in principio era «Death of George Floyd» e che viene modificata di continuo. La corrispettiva pagina italiana, «Morte di George Floyd», creata martedì 26 maggio, è stata cancellata venerdì 29 maggio, alle 8:20 del mattino, per essere ripristinata un paio di giorni dopo. Sulla pagina Wiki italiana di Minneapolis c’è da qualche giorno un paragrafo dal titolo «Omicidio di George Floyd». Tutto è in progress.

Poiché non si sta dietro agli eventi, lasciamo correre le notizie e concentriamoci su quello che abbiamo visto accadere, adottando un punto di vista in particolare: il punto di vista di Darnella Frazier.

Il pianosequenza

Darnella Frazier è il nome della 17enne afroamericana di Minneapolis che ha filmato l’omicidio di George Floyd, realizzando un pianosequenza divenuto subito virale. Il video, postato da Darnella su Facebook, è stato subito condiviso da Madonna sulla sua pagina Instagram, cosa che ha contribuito a una rapida diffusione planetaria.

In rete viaggiano altri filmati dell’accaduto, ma la ripresa di Darnella è «la» ripresa: l’unica ripresa al contempo integrale e frontale. Darnella ha filmato per intero l’uccisione stoppando la registrazione quando tutto è finito. Ci vuole presenza di spirito e polso della situazione per una ripresa così. Quanto ha generato è un documento la cui efficacia, non solo probatoria, è devastante.

Circolano online frammenti e versioni ridotte. La versione più estesa su YouTube dura 10 minuti e 9 secondi. È quella cui farò riferimento ed è visionabile cliccando qui.

Quando Darnella pigia rec sullo smartphone, George Floyd è già nella morsa di Derek Chauvin e ci rimane per altri 8 minuti. Vediamo George morire senza tagli e senza ellissi. Senza cioè il sospetto che qualcosa sia andato perduto nello spazio tra due cut, nella saldatura tra 2 inquadratura, nel vuoto d’immagine. Senza il sospetto che sia accaduto qualcosa che ignoriamo, qualcosa di strumentalizzabile, magari come attenuante: come attenuante per attenuare la responsabilità degli agenti; come attenuante per attenuare la percezione della mostruosità di quanto abbiamo visto compiersi.

Come la continuità del flusso visivo non viene spezzata, nemmeno la frontalità del pianosequenza viene derogata: Floyd, Chauvin, Thao ci danno la faccia e noi abbiamo la chance − la chance psico-socio-criminologica e, a monte, umana − di scrutare la vittima, il carnefice e il guardiano suo complice, simultaneamente, in corso di delitto.

Vediamo quasi tutto nel filmato di Darnella. Quello che non vediamo sono gli agenti Lane e Kueng rispettivamente sulle gambe e sul torso di George, come invece vediamo in un’altra ripresa, in un ideale «scavalcamento di campo». Essi, se non sono nascosti dalla volante che funge da quinta, vengono tagliati fuori dal quadro quando Darnella zooma, per cui si dice (con due formule filmologiche) che sono «fuorivista» nel primo caso e «fuoricampo» nel secondo.

Darnella filma incappucciata nel suo felpone. Un paio di giorni dopo l’accaduto, vediamo anche lei in faccia. Sta piangendo in strada, rievocando quei momenti tremendi, a sua volta circondata da persone che la filmano. È evidentemente traumatizzata e mi sento di aggiungere: come poteva essere altrimenti? Non è però evidente quanto sia consapevole della portata della sua ripresa, e non solo come prova processuale.

Detto senza mezzi termini, la portata della ripresa di Darnella Frazier è epocale. Così epocale da far lievitare in tempo record un caso di malapolizia + tolleranza sottozero + discriminazione razziale in una rivolta globale.

Il 3 marzo 1991, un videoamatore di nome George Holliday filmò a distanza e di nascosto, con una camera VHS, alcuni agenti del Los Angeles Police Department (LAPD) mentre nottetempo, in uno spiazzo stradale, pestavano a sangue il tassista Rodney King. L’assoluzione dei 4 massacratori scatenò, tra l’aprile e maggio dell’anno successivo, «La rivolta di Los Angeles», nota anche come «Rodney King Uprising», una sommossa cruenta che mise a ferro e fuoco LA provocando 12.000 arresti, 2.383 feriti, 63 morti. Quello che è principiato a Minneapolis 10 giorni or sono temo abbia tutti i requisiti per superare la portata drammatica delle sanguinose giornate californiane, se non verrà fatta giustizia.

Non voglio fare l’uccellaccio del malaugurio. Mi limito a condividere un brutto presentimento, auspicando che gli eventi mi smentiscano. Siamo ancora nella fase in cui la rivolta potrebbe assumere dimensioni spaventosamente inedite o sgonfiarsi come se nulla fosse. La recente incriminazione di Thao, Lane e Kueng esprime una volontà politica di placare gli animi ed evitare incrudelimenti della protesta.

Mama

«I can’t breathe» è la frase che George ripete a oltranza sotto il ginocchio di Derek Chauvin. «I can’t breathe» è diventato in tempo record uno slogan pop. Lebron James, cestista dei Lakers, star dell’NBA, due giorni dopo l’omicidio sfoggiava una maglietta con la scritta «I can’t breathe». Ma dice anche altro, George: «My stomach hurts, my neck hurts, everything hurts», «Please», «I’m about to die», «Don’t kill me», «Mama»…

Parole che in questo momento, in tutto il tutto il mondo, vengono recitate come avemarie. Parole che restano incastrate nelle orecchie di chiunque ne sia stato investito. Come si fa a dimenticare quest’omaccione morente che chiama la mamma? A un certo punto, George ha persino l’impudenza di chiedere dell’acqua. Ma gli sarebbe bastato molto meno per non morire: una diminuzione della pressione del ginocchio sul collo.

Per favore… non riesco a respirare… mi fa male lo stomaco, mi fa male il collo, mi fa male tutto… qualcuno mi aiuti… mi chiedete di entrare in macchina ma come faccio se mi avete bloccato, se mi tenete in tre… basta… mi stanno uccidendo… la mia faccia… mi state uccidendo… sono finito… non uccidermi… ti prego… mamma…

La morte negli occhi

Progressivamente George ammutolisce. Ci accorgiamo che si è pisciato addosso perché, da sotto la volante che copre il resto del suo corpo schiacciato sull’asfalto, un rivolo di urina si allunga verso Darnella. No, non si tratta semplicemente di farsela addosso dalla paura. Quando si muore gli sfinteri si rilassano, cedono.

Verso i 3 minuti e 20 secondi del video, George strabuzza gli occhi. Pare che i bulbi oculari gli stiano schizzando fuori dalle orbite. Da allora non parla più, ammutolisce. Cerca ancora di divincolarsi, ma sempre più debolmente. Rantola. Chauvin intanto lo fissa. Chauvin lo fissa mentre viene meno. Chauvin lo fissa sentendo che la resistenza sotto il suo ginocchio si affievolisce. Poi guarda verso di noi, Chauvin, e noi sentiamo la nostra pelle che si accappona.

Nemmeno un minuto dopo, verso i 4 minuti e 15 secondi, George c’è ancora ma la vita lo ha lasciato. Udiamo gli astanti in un crescendo parossistico: «Did he fucking kill him?», «Whattefuck», «Just Really Killed». Nessuno dei testimoni in loco ha dubbi su quello che sta accadendo, che è appena accaduto. E nemmeno noi.

Arriva l’ambulanza. Dopo un rapido controllo del polso carotideo, il corpo viene trascinato sulla barella raschiando sul duro manto stradale. George sparisce dentro l’ambulanza. Ci accorgiamo che la sua testa premuta a morte ha lasciato una sindone di sudore sull’asfalto.

Il colosso non si rimetterà in piedi sulle proprie gambe, non si riavrà dal coma premorte dove l’abbiamo visto spedire. La sua vita s’è dileguata come un pugnetto d’argilla nel Mississippi. E noi, se non abbiamo serrato le palpebre, abbiamo visto. E ora che l’occhio ha visto, se la mente non rimuove, il cuore non può smettere dolere.

Bro’

I testimoni interagiscono, ci provano, con i carnefici. «Lasciatelo stare». «Fatelo respirare». «Non riesce a respirare». «Non sta reagendo». «Sta morendo». I testimoni provano a sensibilizzare come meglio possono i carnefici. Invano.

Come non ha occhi per la vita alla sua mercé, Chauvin non ha orecchie per coloro che lo pregano di risparmiarla. Il suo unico moto comunicativo è la minaccia: verso i 4 minuti e 30 secondi, con George già esanime, Derek sfodera contro Darnella e gli altri un dissuasore, che li per lì viene scambiato per uno spray irritante. «He got mace», sentiamo dire proprio a Darnella.

Il dissuasore però potrebbe non essere un mace bensì un taser, ovvero una torcia elettrica che produce scariche immobilizzanti e colpisce fino a sette metri di distanza, come ritiene un esperto di armi cui ho chiesto lumi. A ogni modo, è questo il massimo di apertura che Chauvin concede a coloro che ha il compito istituzionale di proteggere: la minaccia di una spruzzata accecante o di una scossa elettrificante.

Con Tou Thao sembra invece instaurarsi uno straccio di dialogo e il dialogo alimenta la speranza. C’è uno spiraglio dunque! A un tratto pare persino che si possa ragionare con lui, quando commenta riferendosi a George: «Parla, sta bene». Peccato che subito dopo cotanto slancio ammutolisca, che non degni di risposta alcuna le pervicaci repliche: «No, non sta bene per niente, guardalo, non reagisce». Una ragazza fa notare che George sta perdendo sangue dal naso. Un ragazzo afroamericano, il più insistente tra i testimoni, si rivolge ripetutamente a Thao chiamandolo «Bro’», l’abbreviativo di brother.

Fratello, ti prego, intervieni, tu puoi fare qualcosa, tu puoi impedire questo incubo a occhi aperti… Il tuo compare lo sta ammazzando e ci sta pure godendo… Fra’, controlla il battito, senti il polso, non lo vedi che non si muove, che sta crepando… Bro’, please, fa’ qualcosa, tu che puoi…

Thao però non capisce la lingua della fraternità. Thao guarda ma non vede, sente ma non ascolta. Thao è cieco e sordo a quegli spasmodici tentativi d’intercessione. E non solo non interviene, impedisce che qualcun altro intervenga, che si avvicini, che faccia qualcosa per interrompere l’esecuzione.

Thao è l’usciere armato che impedisce di oltrepassare la porta della Giustizia. Thao è la soglia superata la quale ognuno dei testimoni può trasformarsi in arrestato per finire soffocato. Thao segna col proprio sferico corpo il limite tra platea e palcoscenico. Thao è la stolida sentinella che tiene a distanza gli intrusi affinché il rito di morte si compia.

La cecaggine (e la sordità) del potere (poliziesco)

Sarebbe bastato poco a Tou Thao. Gli sarebbe bastato prestare un minimo di orecchio alle preghiere divenute mantra dei presenti. Equidistante dagli spettatori e dalla scena (criminis), egli ha una prospettiva ravvicinata sull’evento, dunque privilegiata, è nella posizione perfetta per intervenire. Tanto più che non è una recluta in stato soggezione psicologica verso il superiore: Thao è uno scafato picchiatore che ha una dozzina d’anni di strada sul groppone e Chauvin è il suo compagno di merende, il suo buddy! Dovrebbe sapere, Thao, come e quanto una situazione del genere può degenerare. Davvero poco gli sarebbe bastato. E non solo per salvare una vita umana: anche per salvare il proprio culo e quello dei colleghi.

Allenta il bloccaggio, Derek… smettila di fare Hulk Hogan… forse non te ne stai rendendo conto, ma lo stai ammazzando davvero… solleva il ginocchio dal collo di questo stronzo… sollevalo un po’ alla volta, come fosse una tua iniziativa, così non sembra che ti sto riprendendo… però fallo, cazzo, se non vuoi che ci ritroviamo tutti in un mare di merda…

Se Thao si fosse avvicinato a Chauvin per sussurrargli all’orecchio qualcosa del genere, se lo avesse fatto a modo suo, con le sue parole, nel loro gergo, se solo ci avesse provato, è probabile che la faccenda si sarebbe conclusa senza un morto e quattro incriminati. Thao avrebbe ancora la sua vita e Trump non si troverebbe con questa gatta da pelare. Ma Thao non è stato l’eroe del giorno. Per un happy end dovremo aspettare che qualche cineasta visionario riscriva la storia come Quentin Tarantino ha riscritto l’eccidio di Cielo Drive.

L’incomunicabilità non è una fissa di Michelangelo Antonioni e del cinema d’essai degli anni Sessanta. Il pianosequenza di Darnella Frazier ha registrato un disastroso fallimento di comunicazione, oltre che di umanità: un’impotentia comunicandi sui minimi termini dell’umano. L’impotenza dei testimoni intervenuti e nostra, testimoni che non potevamo intervenire. Un’impotenza figlia della sciagura. La sciagura espressa nel versetto 10:5 del Qohélet, che propongo nella traduzione di Guido Ceronetti: «Sciagura io ho veduto sotto il sole / la cecaggine del potere».

Il blocco di umanità

In Derek Chauvin percepiamo qualcosa di disumano, nel senso di tenacemente bestiale, pitonesco. Chauvin è un homo constrictor: la sua è la tenaglia stritolante del predatore che si allenta solo quando la preda è morta. Thao invece, seppure con quella faccia da bamboccio inespressivo, sembra più umano, ma non è così: ci sta fregando come ha fregato le persone che hanno pensato di smuovere la sua parte sensibile. Thao sembra più umano per due motivi. Uno è ovvio: non lo vediamo compiere atti efferati come il compare. L’altro è allarmante: la sua disumanità c’è più familiare.

Conosciamo fin troppo bene la disumanità espressa da Thao, la esperiamo quotidianamente, in forme diverse. In Thao c’è la viltà della bestia addomesticata e c’è l’ottusità di ogni esecutore acritico di comandi. In Thao c’è il male antropizzato nel suo sembiante più ordinario, dozzinale. Thao è l’ometto che, se il protocollo lo richiede, è disposto a praticare una punturina dormitiva, se non letale, sulla propria coscienza.

Derek Chauvin è un manifesto avvilitore della persona. È evidente che la nuda vita che gli ansima sotto Derek non la considera appartenente a un suo simile. Non la tratta nemmeno come se fosse vita. Per lui è spazzatura: black trash. Tou Thao non ci dà una simile prova di mostruosità, eppure sentiamo che il suo lasciar fare esprime una prepotenza non meno preoccupante e socialmente velenosa: la prepotenza che patiamo interagendo con coloro cui una divisa o un distintivo conferisce potere sulla nostra persona. Thao è lo scagnozzo dell’ordine costituito che per schiacciarti non ha bisogno della forza bruta: ti annienta con la sua indifferenza. Thao è l’uomo monodimensionale, il servizievole uomo a servizio, il funzionario allo sportello che non alza lo sguardo, lo zelante allievo di Stanley Milgram.

Teniamo sott’occhio il Tou Thao in acquatto in ognuno di noi, non meno del Derek Chauvin. Teniamoli ambedue sott’occhio perché non ci sarebbero i Chauvin se non ci fossero i Thao a coprirli e sostenerli, a fare uno sporco gioco comune a discapito della collettività che dovrebbero salvaguardare. Chauvin e Thao sono fatti della stessa lega. Sono le due facce del medesimo blocco di umanità. Un blocco di cui il bloccaggio subìto da George Floyd è una mortifera manifestazione.

Death Look

Nel suo snuff movie 1 Lunatic 1 Ice Pick, Luka Rocco Magnotta si riprende di spalle mentre uccide gattini e fa a pezzi un uomo. In questo caso, l’agente di morte è anche il regista e la figura linguistica predominante è la semi-soggettiva. Questa modalità di ripresa stabilisce una parziale condivisione di campo visuale tra spettatore e personaggio, dando a chi guarda l’impressione di stare alle spalle di chi agisce sullo schermo. «Era come essere dietro all’assassino, guardandolo mentre compie il suo assassinio», sostiene il detective Claudette Hamlin, sergente della polizia di Montréal, Sezione Omicidi, a proposito del video che dovette visionare mentre indagava sull’allora latitante Magnotta.

La sovrapposizione di sguardo fornita dalla semi-soggettiva è un espediente squisitamente cinematografico. Al contrario, il pianosequenza di Minneapolis possiede caratteristiche d’ascendenza teatrale. Teatrale è il canone narrativo, visto che la “tragedia” rispetta le tre unità aristoteliche: tempo, luogo, azione. Teatrale è il punto di vista: frontale.

A più riprese, come a suo tempo Magnotta, Chauvin e Thao infrangono un divieto aureo del cinema classico: il divieto di guardare in macchina. I camera look di Derek risultano particolarmente sbalestranti e non solo per l’ostilità che si raggruma negli occhi del poliziotto. I suoi camera look ci sbalestrano perché ci coinvolgono nell’azione che sta compiendo ancora di più di quanto già siamo coinvolti in qualità di voyeur. In gergo cinematografico, quando un attore guarda in macchina si dice che ci sta interpellando. Ebbene, Derek Chauvin ci sta interpellando.

Ma non gli basta interpellarci: vuole farci paura, vuole farci sentire fisicamente esposti alla sua furia, in pericolo. Sortisce l’effetto estraendo, come abbiamo visto, un dissuasore contro colei che lo sta filmando. Colta alla sprovvista, comprensibilmente spaventata, Darnella ha un sussulto che le fa perdere l’inquadratura, subito però ricomposta. Lo strattone visivo ci scuote: il nostro occhio trema con la sua mano. Sembra di essere dentro un videogame di ultima generazione. La differenza è che Derek e Tou, Darnella e George non sono fatti di pixel.

I camera look di Derek Chauvin rinnovano il look della morte on stage. Ma non voglio minimizzare. Non voglio ridurre il suo contributo all’estetica della morte contemporanea a un paio di occhiate. Indimenticabile è l’intera performance dello sbirro nel corso di una morte happening che d’ora in avanti potremo fruire on demand e per giunta in chiaro, senza andare a impelagarci nei meandri dark e deep del web.

La mano in tasca

È un’idea che in fase di sceneggiatura può venirti, come no. Poi però devi accantonarla perché risulta eccessiva, eccetto che tu non stia scrivendo un nuovo capitolo della saga di John Wick. Puoi pensarla, certo, ed esaltarti per la pensata, ma poi ti dici che è improbabile che uno sbirro ammazzi un sospettato tenendo la mano nella tasca della gamba assassina, per di più sapendosi filmato. Mi rendo conto che è banale dirlo ma l’omicidio di cui stiamo parlando è uno di quei tipici casi in cui la realtà supera l’immaginazione. Dubito che si sia mai visto ammazzare qualcuno con più tronfia e macha nonchalance.

Tutto nel contegno di Derek Chauvin esprime strafottenza e orgoglio, un autentico pride per l’eccesso di zelo repressivo di cui sta dando sfoggio. Dice bene un testimone, il medesimo che apostrofa Thao «Bro’», quando chiede direttamente a Chauvin: «You having fun?», e quando afferma: «He’s enjoing that», sollecitando l’asiatico a osservare il «body language» del collega.

Sì, Derek Chauvin se la sta godendo. Se la sta godendo alla grande. Ma nel merito di questo godimento non dobbiamo essere grossolani. Non è escluso che il Nostro abbia inclinazioni sadiche, coerenti peraltro con un capo d’imputazione, il suo primo, che parla di «perversa indifferenza alla vita». Tuttavia, il vero godimento del poliziotto è di altra natura: è un godimento di natura esibizionistica e narcisistica.

Mi sia consentito un minimo di rincorsa. Teniamo innanzitutto presente che Chauvin è uno che abitualmente usa le maniere forti e certe maniere gli hanno reso onori. Non abbiamo difficoltà a immaginarci Derek, nella sua cerchia repubblicana e filotrumpiana, atteggiarsi a piccolo eroe cittadino. Derek è il simpatico sfasciateste che al secondo bourbon inizia a intrattenerti col racconto dei cattivi che ha steso. Non abbiamo difficoltà a immaginarcelo come lo sbirro tutto d’un pezzo benvoluto dai colleghi, quello che vorresti avere a guadarti le spalle, quello per cui chiudi un occhio e anche due perché sai che lui è pronto a farlo per te.

Derek è uno che spirito di corpo e di squadra ne ha da vendere. Uno per cui la lotta contro il crimine è una guerra dove tutto è lecito: noi contro di loro. Di sicuro Derek Chauvin sente di potersi permettere un’interpretazione maschia del manuale. Questo tipo di eccesso gli è stato fino a oggi concesso. Quando ha esagerato, è stato perdonato. Derek è un pluridecorato.

Teniamo anche presente che Chauvin ha sparato due colpi all’addome di un sospettato, Ira Latrell Toles, e l’ha passata liscia. È successo nel 2008 e da allora acqua sotto i ponti n’è passata. La sua personalità e il suo personaggio si sono consolidati. Per lui l’arresto di lunedì 25 maggio è normale amministrazione. È abituato a gestire situazioni decisamente più tough. L’arresto di George Floyd è una passeggiata di salute. Lo sa lui e lo sa Thao. Lo sanno o se l’immaginano i meno navigati Lane e Kueng, che dal canto loro hanno dimostrato di aver capito come funziona, tanto da meritarsi l’attestato di giovanni marmotte del sopruso poliziesco.

Se c’è una novità in quell’operazione di routine, è rappresentata dalle riprese in corso. Riprese che, più che un disturbo, saranno sembrate al quel vanitoso di Derek un’opportunità: un’opportunità promozionale.

1⁄4 Eastwood 1⁄4 Bronson 1⁄4 Gibson 1⁄4 Seagal

Restiamo nei suoi panni. Derek ha la situazione in pugno. Sotto il ginocchio non ha Candy Candy, bensì un gorilla negro e tatuato, pregiudicato e forse anche drogato, uno che sembra pericoloso ma che lui ha reso inoffensivo. Lo ha bloccato mortalmente restando con la mano in tasca e, inamovibili, gli occhiali da sole sulla zucca rapata. È al culmine della sua ficaggine fascista.

Il video circolerà, è naturale. A qualcuno non piacerà ma a quelli che lui piacciono piacerà eccome. Derek sa che parte sana d’America si sente protetta sapendo che in strada ci sono sbirri d’acciaio come lui. Tutt’al più si alzerà un po’ di polvere, non sarebbe la prima volta. Magari il suo capo gli darà una lavata di testa, lo farà perché deve, semiserio. Derek, anche lui semiserio, si buscherà la ramanzina, sapendo che sotto sotto il suo contegno è approvato. È il gioco delle parti.

I colleghi lo appoggeranno. Se servirà, tirerà fuori le medaglie con la prontezza con cui ha tirato fuori il dissuasore. Finirà, per l’ennesima volta, a tarallucci e vino. Dai, Derek, spariamocelo ancora, non fare il modesto: ogni occasione sarà buona per mandare il video in loop, con il commento live del protagonista e le sghignazzate degli spettatori, con o senza divisa. Quando gli capita più una ribalta così? Le fichette che lo stanno filmando, senza nemmeno saperlo, stanno facendo il suo gioco.

Ecco cosa sono convinto passasse nella testa di Derek Chauvin mentre uccideva George Floyd. Il tutto perfettamente in linea con una cultura e una retorica che ha colonizzato l’intero Occidente. Il tutto aderente a un immaginario action che ha fatto sì che ci affezionassimo a sbirri cazzuti come lui.

Derek Chauvin ha 44 anni. È mio coetaneo. Entrambi siamo stati adolescenti alla fine degli anni Ottanta. Più lo guardo, più vedo cose che conosco. Non ci vuole il Tenente Colombo per capire che Derek è cresciuto col mito dell’Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo (Dirty Harry, 1971) e del Giustiziere della notte (Death Wish, 1974), il cui remake con Bruce Willis appare nel 2018, guarda caso sotto la presidenza Trump. E azzarderei che − più di quel Clint Eastwood e quel Charles Bronson − Derek avrà sentito come modelli ancora più vicini lo scoppiato ma tosto Mel Gibson di Arma letale (Lethal Weapon, 1987) e l’impassibilmente implacabile Steven Seagal di Nico (1988).

Dal body language della nostra lethal weapon in balia del suo death wish s’intuisce non solo che se la sta godendo. S’intuisce pure che si sta dando all’obiettivo come uno che non si sente meno duro di nessuno dei duri citati: Clint Charles Mel Steven. Inebriato dal proprio personaggio, ahilui troppo preso dalla parte, Derek s’è dimenticato che era una anche forma di vita quella alla sue mercé, non soltanto un inorganico piedistallo per il suo ego. Che passo falso. Stavolta niente Budweiser e salsicce alla griglia per festeggiare la bravata.

Poche ore dopo l’arresto del poliziotto, sua moglie Kellie, originaria del Laos, ha reso pubblico di aver chiesto il divorzio. Nel 2018 Kellie aveva concorso per il titolo di Mrs. Minnesota, sperando di diventare la prima vincitrice di etnia Hmong. Lei e Derek erano sposati da otto anni e Kellie garantisce che, dietro la divisa, Derek è un autentico «tenerone» (softie). Il che non mi stupisce né mi sembra in contraddizione col suo exploit di violenza: mai dubitato che anche una iena, quand’è in calore, sia capace di tenere svenevolezze.

L’avvenimento figurativo

Il pianosequenza dell’assassinio di George Floyd fissa qualcosa di così abominevole da legittimare reazioni fortissime. Occhio per occhio, violenza genera violenza, sangue chiama sangue e così via. Ma più sentiamo crescere in noi quel giustizialista che in altri tempi si chiamava linciatore, più è necessario un approccio riflessivo alla visione.

Fermezza di sguardo e puntualità di analisi sono necessarie non soltanto per non cadere vittime dell’obnubilamento irrazionale che connota ciò che suscita il nostro raccapriccio. Lo sono anche per comprendere, in tutta la sua ampiezza problematica, un evento che rappresenta un cortocircuito per gli ideali propugnati dall’Occidente, quelli propugnati in superficie.

L’assassinio di George Floyd chiama in causa così tanti livelli di senso che risulterebbe semplicistico incasellarlo in un solo paradigma. Il fatto non si lascia esaurire dagli schemi dell’odio razziale né dalle analisi che mireranno a rubricarlo come un deficit di civiltà causato da una mela marcia. Non ce la caviamo con così poco. Questo omicidio deve indurre a porci delle domande − domande profonde, domande radicali − che attengono al nostro quotidiano e al nostro immaginario, al nostro modo di vivere pensare guardare, alle persone che siamo e alle immagini di cui siamo fatti.

Affinché questa morte lasci un segno permanente, c’è richiesta una messa in gioco e un’allargamento visuale. Va bene la rabbia. Va bene l’indignazione. Va bene la sete di giustizia. Io per primo trabocco di questi sentimenti. Non perdiamo però la l’occasione di una meditazione che abbia la forza di mettere con le spalle al muro non solo gli assassini, diretti e indiretti, ma anche noi stessi, poiché questa parabola di morte ci parla di noi più di quanto immaginiamo o ci piace immaginare.

Il «film con uccisione» realizzato da Darnella Frazier esige di essere letto come si legge un libro, come si legge un quadro, come si legge un film senza uccisione. Non declassiamo questo preziosissimo filmato a documento cronachistico o materiale probatorio. Interpretiamolo e investighiamolo per quello che è: un avvenimento figurativo.

Avvenimento figurativo: una locuzione, questa, che ho mutuato da una pagina del sociologo tedesco Wolfang Sofsky. In un saggio del 1994, Civiltà, organizzazione e violenza (apparso in italiano nella raccolta del 2001 Il paradiso della crudeltà), il pensatore di Gottinga insiste sulla necessità di considerare la violenza un avvenimento figurativo. La violenza sia fisica sia sociale. Cosa vuole dirci Sofsky?

Sofsky vuole dirci che, davanti a un episodio di violenza, non dobbiamo limitare l’analisi sul rapporto a due, alla «diade colpevole vittima». Sofsky c’incoraggia a entrare in una dinamica multipla che includa sempre «il terzo, gli spettatori, i sopravvissuti, le vittime future». Con una parola: noi. Noi con la nostra capacità di essere noi stessi e, al contempo, di metterci nei panni degli altri.

È quello che finora ho cercato di fare. Adesso però devo mettere un turbo intellettuale, se mi si passa la formula. Devo spingere la riflessione fino alle sue estreme conseguenze: le conseguenze più disorientanti, più disturbanti, più indigeste. Devo farlo perché la maniera in cui abbiamo visto morire George Floyd lo impone doppiamente: in quanto espressione di una violenza orrendamente fisica e orrendamente sociale.

L’assassinio di George Floyd è una lezione figurativa di tenebra. Attraverso di essa, se non ci fermeremo al primo strato di oscurità, impareremo a vedere con maggiore discernimento nella notte del mondo e della nostra anima.

Il medium

Eccoci alla domanda scabrosa: siamo sicuri che l’operazione di filmazione collettiva non sia stata priva di conseguenze rispetto all’esito catastrofico dell’operazione di polizia? La risposta, non meno scabrosa, è: no, non siamo sicuri, io perlomeno non lo sono.

Ci muoviamo in una selva oscura e spinosa. Lungi da me, con questo addentramento, sposare una morale dell’inazione, sposarla surrettiziamente, insinuando che qualsiasi azione, anche a fin di bene, partecipa al compimento di un male. Altrettanto lungi da me spezzare una lancia in favore degli indifendibili Chauvin & Co.

Sto ragionando sul potere condizionante dell’immagine, anche da autore d’immagini quale sono. Sto asserendo che sarebbe un errore considerare qualcosa di neutro il medium, anche quand’è usato, come in questo caso, in assoluta lampante buona fede.

Esse est percipi, affermava nel 1710 il filosofo irlandese George Berkeley: essere è essere percepiti. Non siamo solo questo: un riflesso nello specchio della retina altrui. Ma siamo anche questo. Lo siamo più che mai in un oggi dove le identità si scolpiscono a colpi di avatar e selfie, dove siamo qualcosa di pubblicamente spendibile nella misura dei like che otteniamo sui nostri social.

Dicevamo. La presenza di uno strumento di riproduzione visiva, ovunque sia percepito dagli attori, determina un condizionamento dell’azione. Capita che persino la persona apparentemente più sicura di sé, sapendosi ripresa, vada nel pallone o divenga goffa o inizi a parlare a vanvera, che faccia insomma cose non farebbe senza un obiettivo puntato addosso. È un fenomeno bizzarro di cui ho tre lustri di esperienza diretta.

Va da sé che, lunedì 25 maggio, il sacrosanto intervento filmante dei testimoni oculari ha instaurato una dinamica che ha condizionato, per forza d’interazione, il corso degli eventi, magari ingenerando un effetto paparazzi le cui conseguenze sappiamo essere multiple e paradossali. In una situazione del genere: distrazione, perdita di concentrazione, indurimento, coazione oltranzista.

È plausibile che per Chauvin acconsentire alla richiesta di togliere il ginocchio dal collo di Floyd avrebbe significato ammettere pubblicamente di avere compiuto un errore nell’esercizio di una funzione pubblica. È plausibile che mantenere l’arrestato in quella posizione abbia significato per l’agente impedirgli di dire la sua (la sua sull’abuso di cui è vittima) e di empatizzare col capannello di persone formatosi intorno alla scena (divenendo parte integrante della scena). Sono dubbi plausibili che naturalmente non scagionano, semmai aggravano la posizione dell’omicida.

Dubbi del genere li accogliamo per amore di lucidità e consequenzialità. Li lasciamo attecchire tanto più che ci fanno venire le vertigini. In una civiltà dove si comunica innanzitutto attraverso le immagini, non possiamo sottovalutare il fatto che uno smartphone è un strumento con cui possiamo tanto beatificare quanto distruggere un essere umano. E questo lo sa un docente della Sorbona come uno sbirro di Minneapolis.

Parentesi brasiliana

Qualche anno fa, intorno all’una di notte, mentre sorseggiavo un bicchiere di cachaça sullo sgabello di un chiosco, nel quartiere rosso di una popolosa città del Nordeste brasileiro, ho avuto un’indelebile prova di muscolarità da parte del polizia brasiliana, più precisamente dei bestioni della polizia federale. Ho assistito al quasi pestaggio di una banda di ladruncoli. Erano all’incirca una decina. I più piccoli erano scalzi e il più grande avrà avuto al massimo sedici anni, sebbene pareva vissuto come un 50enne. Un paio di loro li conoscevo di vista.

Era chiaro cosa ci facevano lì. Avevano programmato uno scomposto raid da una favela vicina per alleggerire qualche turista sbronzo. E qualcuno lo avrebbero d certo mandato in albergo con le tasche vuote, se quella guastafeste della polizia non fosse intervenuta. Avvistati i piccoli malfattori, gli agenti federali sono scesi dai loro SUV blindati coi mitra spiegati. Dopo averli acciuffati quasi tutti, qualcuno riesce sempre a scappare, li hanno messi contro il muretto tra la strada e il bancone dove stavo io, a quattro metri circa da me.

È iniziata una solenne ripassata. Niente pugni, solo calci con gli scarponi all’altezza delle cosce e ceffoni a mano piena, fragorosi come boati in quella via di turisti impietriti e puttane abituate a dimostrazioni del genere. Se qualche bambino crollava per un colpo troppo forte, lo rimettevano in piedi e gli davano una scrollata. Una volta perquisiti tutti quanti, non avendo trovato loro addosso oggetti potenzialmente pericolosi, se qualcuno ne aveva se ne sarà liberato prima, li hanno lasciati andare. Quei pezzentelli sono sgattaiolati nei loro laceri panni come topolini.

Eravamo soltanto due i gringo al bancone. La violenza dei poliziotti era un omaggio alle nostre presenze, serviva a farci sentire protetti persino in quel malfamato anfratto di Brasile. Sapevo di rappresentare una tetta da accarezzare e da spremere altrimenti. Sapevo che, in quell’avvenimento figurativo, mi era stato riservato il palco d’onore.

Who’s the next?

Se George non fosse morto com’è morto, l’operazione di polizia avrebbe conseguito il suo obiettivo: rassicurare la maggioranza silenziosa, dissuadere i malintenzionati, lasciare traumatizzati i malcapitati. Ma l’operazione è andata a puttane in modo così rovinoso sta far sì che il velo di Maya del Potere si squarciasse sul volto più oscenamente annichilatore del Potere. L’imperativo Law and Order s’è crepato lasciando colare l’inimicizia di cui è contenitore: l’inimicizia tra ordine costituito e individuo. Un’inimicizia di cui la polizia è sia il termometro sia il pugno di ferro sul grugno dei più vulnerabili.

Riflettendo sul concetto di crudeltà nel secondo libro dei Saggi, la cui ultima versione risale al 1588, quell’amichevole faro di Michel de Montaigne constata che esistono uomini capaci di «aguzzare il proprio cervello per inventare nuovi tormenti inusitati e morti nuove, per il solo scopo di godere il piacevole spettacolo dei gesti e dei movimenti compassionevoli, dei gemiti e delle voci lamentose di un uomo morente tra gli strazi».

A partire da questa considerazione, Wolfang Sofsky, nel saggio citato, rileva l’«attualità inquietante» della riflessione di Montaigne in un mondo – il nostro – i cui crudeli spettacoli inducono Sofsky a porsi la seguente domanda: «Che il grande racconto del miglioramento dell’Homo Sapiens, del progresso della sua civiltà morale, fosse pura finzione, un mito?». Poi però, nel capoverso successivo, il tedesco mette in discussione l’attualità della considerazione del francese, la quale gli appare, osservata in maniera più attenta, «particolarmente antiquata».

Sostiene il tagliente analista della violenza: «A quanto pare le tipiche figure sociali della violenza moderna non sono il berserker e il boia», ovvero a coloro cui pensava Montaigne (per inciso: il berserker è il mitico guerriero scandinavo che, invasato dallo spirito del dio Odino, combatte in una trance che lo rende insensibile al dolore). No, le tipiche figure sociali della violenza sono «il soldato professionista, il tecnico coscienzioso, l’ormai inebetito sorvegliante del lager» e, volendo aggiornare l’elenco, possiamo oggi aggiungere il poliziotto, all’occorrenza boia, del Minneapolis Police Department.

«Il processo della disciplina e della civiltà non ha arginato la violenza, al contrario, l’ha moltiplicata», precisa Sofsky, ed è una verità, quest’ultima, che dobbiamo imparare a intercettare nella microfisica delle nostre dinamiche quotidiane, nelle interazioni con le svariate forme di potere cui siamo assoggettati. Se non compiamo questo passo di coscienza e conoscenza, aggraviamo il rischio di svegliarci un bel giorno tramutati nella rotella di un ingranaggio di morte oppure nell’insetto che c’è finito dentro.

La morte di George Floyd riguarda davvero, e fuor di retorica, chiunque, non mi stanco di ripeterlo. Essa ci ha mostrato un’evidenza davanti alla quale è impossibile sfuggire: chi più chi meno, siamo tutti in pericolo. «I’m the next», è uno degli slogan che sta andando per la maggiore sui cartelli dei manifestanti, «Io sono il prossimo». Il pericolo, tuttavia, non è soltanto quello di essere il prossimo George Floyd. Il concretissimo pericolo è anche quello di essere il prossimo Derek Chauvin, il prossimo Tou Thao.

Zona di guerra

Uno dei maggiori problemi morali di uno scrupoloso documentarista di guerra attiene alla quantità e alla crudezza delle morti violente da inserire dentro i suoi documentari. Per risolvere questo problema, costui dovrà per prima cosa capire fino a punto spingersi nella documentazione dell’orrore e dove fermarsi, come dire: quali stop porre a una volontà si sensibilizzare scioccando.

Ci scioccano le immagini del conflitto israelo-palestinese come quelle della strage siriana. D’altro lato, possiamo dirci: è un altro mondo. Minneapolis però non è un altro mondo. Vedere una scena simile in una città come tante del nostro Primo Mondo è come sollevare il tappeto del salotto è trovarvi sotto − altro che polvere − una carcassa in putrefazione!

E non compiamo la grossolanità di svicolare con un «vabbè, that’s America!». Anche in Italia la polizia ci va giù duro, ammazza ch’è una bellezza. Specie se sei un antigiottino come Carlo Giuliani o «un drogato di merda» come Stefano Cucchi. Specie se sei un migrante. Mi limito a citare i casi del camerunense Donald Foumbu Mboyo e del georgiano Vakhtang Enukidze.

Conegliano (Treviso), giugno 2016: durante un controllo di polizia, Donald muore ammanettato in un’aiuola stradale per asfissia meccanica, ovvero per compressione del torace, come sostengono i famigliari. Gradisca d’Isonzo (Gorizia), gennaio 2020: Vakhtang muore in ospedale per i colpi alla schiena e alla testa inferti da una decina di agenti intervenuti per interrompere una rissa, come sostengono alcuni testimoni.

Ambedue le morti non sono state filmate, ragion per cui i medici legali hanno potuto sostenere bellamente – ignorando le testimonianze e tutelando i poliziotti implicati – che l’africano sia morto d’infarto e l’europeo di edema polmonare le cui cause restano non chiarite.

Come si fa a non fare uno più uno? Se la polizia di Minneapolis ha osato liquidare a caldo la morte di George Floyd come un «incidente medico», figuriamoci il livello d’insabbiamento che un’arma può raggiungere quando manca la prova video della morte cagionata. E questi sono gli ufficiali e i professionisti che dovrebbero occuparsi di noi?

No, la guerra civile non è solo in Cisgiordania Siria Afghanistan Birmania Libia Yemen Somalia Nigeria Repubblica Centrafricana. La nostra quotidianità è una zona di guerra. La guerra scorre tra le nostre vite, invisibile ma sensibile, sotterranea come un fiume carsico, finché non capitano episodi come lo strangolamento di George Floyd, episodi che la fanno straripare in superficie, la morte, facendo esplodere le fogne a cielo aperto della visione.

Il remake

A ben vedere, l’omicidio di George Floyd è un remake: il remake dell’omicidio di Erik Garner, soffocato il 17 luglio 2014 nel distretto di Staten Island da un agente del New York Police Department (NYPD).

Eric Garner è un altro gigante buono afroamericano, sebbene non possa vantare, coi suoi 180 chilogrammi di peso, la silhouette di George Floyd. Eric ha 43 anni e sbarca il lunario come può. È padre di 6 figli e bisogna pur mettere insieme il pranzo con la cena.

Eric viene fermato perché sospettato di vendere sigarette sfuse non tassate. Come George, è disarmato e innocuo. Viene accerchiato da quattro agenti del NYPD. Nemmeno Eric oppone resistenza, chiede soltanto di essere lasciato in pace, di non essere perseguitato, lo chiede civilmente. Inascoltato, viene placcato con una presa a cravatta da Daniel Pantaleo (il Derek Chauvin della situazione) e scaraventato al suolo.

Eric ha problemi di asma e di cuore. Prima di perdere i sensi, ripete 11 volte «I can’t breathe». Per tutta risposta Pantaleo, che è un discreto mastino, gli preme con foga la faccia sul marciapiede mentre i colleghi lo ammanettano. Intanto una nuova infornata di sbirri forma una cortina intorno al povero cristo. Quando arrivano i paramedici, Eric Garner non dà segni di vita. Tutto, anche stavolta, si consuma nell’arco di pochi minuti. Il coroner non ha dubbi: Eric è morto soffocato, è stato ucciso.

Nonostante la diagnosi univoca, l’agente del NYPD viene assolto dal Gran Giurì il 3 dicembre 2014. Non viene perseguito né per omicidio né per negligenza: ha seguito il manuale, ritiene il giudice.

Di questa uccisione esiste un video, anch’esso virale e visibile su YouTube. L’autore è un giovane uomo di nome Ramsey Orta, figlio di madre portoricana e padre afroamericano. Orta è membro di Copwatch, un’organizzazione di attivisti che ha come mission il monitoraggio della polizia per contrastare la brutalità. Da lì a poco l’incidentale film-maker sarebbe stato arrestato per possesso di armi e di droga. Attualmente sta scontando una pena detentiva di 4 anni e non sono in pochi a sostenere che Ramsey è stato incastrato per aver realizzato il video che ha sputtanato il NYPD.

Il video di Ramsey Orta è qualcosa che non si dimentica. Rispetto a quello di Darnella Frazier, non è meno stordente, commovente: incancellabile dalla nostra mente. Chi lo vede senza essere assalito e frastornato da un’orda di passioni tristi, diciamo così, è qualcuno cui s’è spezzato qualcosa nella regione dell’empatia.

Ci sono differenze tra le due riprese. L’angolazione della camera di Ramsey, la disposizione dei corpi e la distanza da essi, le figure che si frappongono disturbando e interrompendo la filmazione sono concause che rendono la sua ripresa meno atroce di quella di Darnella. La ripresa newyorkese è meno atroce sebbene l’avvenimento ripreso sia di uguale atrocità. È meno atroce perché non vediamo Eric in volto mentre muore e perché Pantaleo ci dà le spalle mentre lo termina. Inoltre, nella versione che circola online, il filmato presenta alcuni tagli: di conseguenza non restituisce la scena nell’integralità della sua durata (pur senza lasciare dubbi, almeno a un osservatore obiettivo, su come siano andate le cose). Per queste ragioni la ripresa di Ramsey non possiede la dirompenza figurativa del pianosequenza di Darnella, la cui marcia in più si esprime, come abbiamo visto, in termini di durata e frontalità, espressioni e interazioni: tutti fattori che − congiunti − c’inchiodano e non ci lasciano scappatoie. Né visive. Né morali.

Mi si perdoni per l’insistenza, ma il punto è proprio questo: l’uccisione di George Floyd sta provocando una rivolta di tali proporzioni non solo per la sua nefandezza. Le statistiche sono eloquenti: ogni giorno in America c’è qualcuno che viene ammazzato come George. Se non ammazzato, maltrattato. Se non ogni giorno, quasi. L’uccisione di George Floyd sta facendo esplodere gli States e sconvolgendo l’intero pianeta anche e soprattutto per come è stata filmata.

Desperanto

«In una lettera a Hannah Arendt, Karl Jaspers descrive un giochino che usava fare Spinoza: metteva delle mosche in una ragnatela, poi ci aggiungeva due ragni e li guardava combattere per quelle prede. “Molto strano e difficile da interpretare” conclude Jaspers. Pare che fossero le uniche occasioni in cui si vedeva ridere il filosofo, solitamente di umore cupo».

Questa storiella la racconta Charles Simic, scrittore iugoslavo naturalizzato statunitense, in un articolo del 1993, Elegia in una ragnatela (apparso in italiano nella raccolta del 2017 La vita delle immagini), per trarne questa morale: «L’abiezione e la stupidità hanno sempre un futuro roseo. Il mondo non ha ancora toccato il fondo, ma è solo questione di tempo. La disperazione più cupa è l’unico atteggiamento sano, se, come me, vi identificate con le mosche di Spinoza. Se, invece, segretamente pensate di essere uno dei ragni o, Dio non voglia, il filosofo che ride, potete stare tranquilli. Visto che sarete dalla parte del vincitore, potrete sempre riscrivere la storia e sostenere di essere stati una delle mosche».

Sono d’accordo con Simic: disperare dell’umano è «l’unico atteggiamento sano». Disperare attivamente, convenendo sul fatto che qualcosa è andato grottescamente storto nel funzionamento di quel frutto dell’ibridazione tra scimpanzé e maiale (come sostiene l’autorevole genetista Eugene McCarthy, University of Georgia) che abbiamo imparato a chiamare uomo.

Esperanto è il nome della lingua artificiale elaborata tra il 1872 e il 1887 da un oculista polacco d’origine ebraica, Ludwik Lejzer Zamenhof. L’obiettivo dell’inventore era creare una lingua comune che abolisse sudditanze culturali e affermasse valori di comprensione e pace. Il nome della lingua viene dallo pseudonimo di Zamenhof, Doktoro Esperanto, Dottor Speranza.

Considerando che non abbiamo sbrogliato i nodi di umanità che hanno generato l’Olocausto da una parte e la bomba atomica dall’altra, più passa il tempo e più mi persuado che – qualunque sarà la lingua comune che popoli nazioni comunità individui s’inventeranno per non soffocarsi a vicenda – il nome più saggiamente lungimirante per questa fantomatica lingua di pace non sia Esperanto bensì Desperanto.

Davanti al dolore degli altri

Susan Sontag concludeva un saggio del 1972, Sulla fotografia, con una speranza: la speranza di un’«ecologia non soltanto delle cose reali ma anche delle immagini stesse». Questa speranza ecologica è però sfumata col tempo, s’è sgretolata all’urto con la realtà, all’urto con una realtà che la scrittrice ha affrontato fino alla fine nel modo più coraggioso. Scrive nel suo ultimo saggio, Davanti al dolore degli altri, edito nel 2003, un anno prima della sua morte: «Non ci sarà un’ecologia delle immagini. Nessun Comitato di tutori razionerà l’orrore, per conservarne intatta la capacità di scioccare. E neppure gli orrori diminuiranno».

Non è con rammarico che Susan Sontag rinuncia alla speranza espressa nel ’72. Susan comprende – e qui ha luogo il vero scarto di pensiero – che quella speranza era sbagliata. Susan comprende che un’ecologia delle immagini si trasformerebbe, automaticamente, in censura. Susan ha ben chiaro che è fondamentale lasciarsi «ossessionare dalle immagini più atroci», da quelle che meno vorremmo vedere, da quelle che provocano reazioni interne così forti che d’istinto saremmo indotti a rigettarle. È fondamentale lasciarsi «ossessionare dalle immagini più atroci» perché esse «assolvono una funzione vitale».

Lasciamoci pertanto ossessionare dal pianosequenza di Minneapolis. Esso ci dice con una forza visiva tale da abbacinarci (e con le parole di Susan Sontag): «Ecco ciò che gli esseri umani sono capaci di fare, ciò che – entusiasti e convinti di essere nel giusto – possono prestarsi a fare. Non dimenticatelo». Non dimentichiamolo.

Urge misurarsi con l’inferno. Non possiamo fare gli svampiti né gli illusi al cospetto dalla massa di dolore che condividiamo con gli altri. Dobbiamo restare svegli. «Dopo una certa età, nessuno ha il diritto a questo genere di innocenza, o di superficialità, a questo gradi d’ignoranza, o di amnesia», rincara Susan, e a ragione: reazioni d’incredulità e rifiuto davanti alle «immagini più atroci» rivelano il mancato raggiungimento di una piena maturità psicologica o morale.

Ancora Susan: «Non c’è nulla di male nel fare un passo indietro e pensare. Nessuno può pensare e al tempo stesso colpire un altro». Forse quest’ultima affermazione tradisce un eccesso di fiducia nell’uomo e in quella attività psichica differenziante dagli altri esseri viventi che abbiamo nominato pensiero: pensando si può colpire con maggiore efferatezza, con superiore precisione.

Una cosa però è indubbia: la tragedia che abbiamo visto compiersi a Minneapolis è anche lo sciagurato spettacolo di uomini incapaci di «fare un passo indietro e pensare».

Pornografia della morte

Torniamo alla definizione Treccani di snuff movie proposta in apertura e cerchiamo di fare insieme un ulteriore balzo di comprensione iniziando col chiederci: il pianosequenza di Darnella Frazier è uno snuff movie?

La risposta è sì. Lo è, come da vocabolario, in quanto «Filmato pornografico amatoriale, che si propone come ripresa di fatti realmente accaduti, contenente scene di violenza che possono contemplare anche la morte dei protagonisti».

Il pianosequenza di Darnella Frazier è pieno titolo uno snuff movie. Ne possiedi tutti i requisiti: l’amatorialità, il reale accadimento, la violenza, la morte: il verbo inglese to snuff ha tra i suoi significati «spegnersi lentamente», esattamente ciò che vediamo fare a George Floyd.

Sussiste inoltre la consapevolezza di una ripresa in corso. Ne sono consapevoli tutti i coinvolti, eccetto forse George, che sta morendo. Ovviamente Darnella non era consapevole di star realizzando uno snuff movie in senso stretto ed è probabile che nemmeno sappia cos’è uno snuff movie. Darnella pensava di documentare un sopruso: ha filmato un’agonia. Era cosciente però di star registrando roba che scotta. E come lei lo erano gli altri testimoni, filmanti o meno, e lo erano i poliziotti del MPD, a differenza dei poliziotti del LAPD ripresi analogicamente mentre pestavano Rodney King.

Sembrerebbe restare fuori dai requisiti richiesti esclusivamente l’elemento pornografico. Intendiamoci. Siccome dire pornografia significa nominare un calderone di cose eterogenee, vado dritto al punto e – chiamando in causa Umberto Eco – propongo una definizione di pornografia che si attaglia perfettamente al pianosequenza di Darnella Frazier.

In un saggio del 1994, Sei passeggiate nei boschi narrativi, il pensatore di Alessandria trae una regola che – lasciando a margine il sesso – fa della pornografia una faccenda di durata. «Ecco la regola: quando in un film due personaggi impiegano per andare da A a B lo stesso tempo che impiegherebbero nella realtà, abbiamo la certezza di trovarci di fronte a un film pornografico». Come abbiamo visto, nel pianosequenza di Minneapolis non c’è nessun intervento di montaggio a modificare un flusso temporale: il flusso della morte in tempo reale.

Non escludo che questo pianosequenza possa rappresentare un prodotto su cui masturbarsi. Esso ha le carte in regola per solleticare sadomasochisti estremisti, necrofili, feticisti che vanno fuori di testa per le divise e altri portatori di gusti devianti. Escluderlo significa porre un limite alle perversioni, cioè all’umano.

Non è il frutto di una malsana immaginazione fantasociologica la seguente ipotesi: l’ipotesi che singoli o gruppi possano godersi il macabro filmato come vediamo accadere in una scena Crash, il film che David Cronenberg (1996) ha tratto dall’omonimo romanzo di James Ballard (1973). La scena cui mi riferisco è quella dove i personaggi principali si eccitano e si toccano a vicenda davanti alla TV guardando una videocassetta di crash test, ovvero davanti allo spettacolo dell’energia cinetica dell’urto che viene assorbita delle zone deformabili di autovetture incidentate.

Non indugio oltre su accostamenti che, per quanto pertinenti, possono apparire indelicati, se non peggio oltraggiosi. Non è mia intenzione mancare di rispetto alla memoria di George Floyd né urtare i più sensibili. Quello che mi stava a cuore condividere è una riflessione a 360 gradi sull’umano. Una riflessione scomoda e senza tabù che consenta di rapportarsi all’ignobile uccisione avvenuta lunedì 25 maggio a Minneapolis come a ciò che di fatto rappresenta: il più agghiacciante Police Snuff Movie a oggi conosciuto.

"Dirty Derek I" (2020, paper shadow, dettaglio) di Rita Deiola

L’immagine di testa (Dirty Derek I), da cui è stato estrapolato il dettaglio in coda, fa parte della serie paper shadow, realizzata da Rita Deiola, Dirty Derek (in progress).








pubblicato da j.costantino nella rubrica democrazia il 4 giugno 2020