L’impensabile del riscaldamento globale

Stefano Caserini



Pur se ha avuto successo il grido d’allarme lanciato da Amitav Ghosh con La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile, viene da chiedersi se, al di là delle frasi retoriche o di circostanza, la classe dirigente e intellettuale del nostro paese abbia davvero capito la particolarità della crisi climatica, e le sue implicazioni.

Il 2019 è stato l’anno in cui il cambiamento climatico ha sfondato sui media, grazie anche - ma non solo - all’incredibile successo dell’azione di Greta Thumberg. Con i suoi discorsi mozzafiato di insolita precisione e lucidità, la diciassettenne svedese ha posto la questione in termini nuovi, più radicali ed efficaci: “siamo di fronte a una minaccia esistenziale. Questa è la crisi più grave che l’umanità abbia mai subito”. Le mobilitazioni, gli scioperi globali dei Friday for future hanno portato in piazza diverse generazioni, fra cui milioni di giovani, in migliaia di città, in 150 paesi di tutto il mondo. L’interesse per la questione climatica è cresciuto anche fra gli amministratori pubblici, le imprese, il mondo della finanza, e in particolare fra i docenti delle scuole, che si sono trovati impreparati alla richiesta di conoscenza dei loro studenti, superati dai fatti, dalla realtà. Associazioni, parrocchie, circoli culturali, la miriade di piccoli o grandi vari festival disseminati nella penisola hanno iniziato a confrontarsi con temperature, CO2, calotte polari, incendi, l’Accordo di Parigi.

Manifestazione Friday for Future a Brescia, settembre 2019

Se il 2019 è stato l’anno della mobilitazione, il 2020 rischia di essere l’anno del distanziamento, delle persone ma anche dalla questione climatica. Le nostre vite sono state sconvolte dalla pandemia COVID-19, che ha mostrato in modo lampante quanto può essere dannoso e costoso farsi trovare impreparati ad affrontare rischi che hanno una bassa probabilità di accadimento, ma grandi conseguenze. La cronaca dell’emergenza quotidiana, con la scansione di positivi, morti e guariti, l’apnea relazionale ed emotiva non hanno lasciato molto spazio a riflessioni sul legame fra questo disastro sanitario e l’alterazione dei cicli ecologici, la deforestazione, il rapporto dissennato e predatorio con le risorse del pianeta.

È ancora presto per capire come le restrizioni alla vita di miliardi di persone, e la grave crisi economica che si prefigura all’orizzonte, influenzerà la spinta verso la decarbonizzazione che si era rinvigorita nel 2019, o il negoziato sul clima che aveva nel 2020 un anno cruciale. Mentre è probabile che diversi governi europei sceglieranno di investire in modo significativo nei settori “green” (energie rinnovabili, efficienza energetica, ecc.) per alleviare la povertà e livelli di disoccupazione realmente inediti, più arduo è che si riesca realmente ad approfittare del cataclisma Coronavirus per mettere in discussione il modello di sviluppo, per reindirizzare un sistema economico non compatibile con la finitezza delle risorse del pianeta. Se ne inizia a parlare, ma va detto che è ancora in gran parte un discorso per addetti ai lavori, che fatica ad emergere da un contesto di paura o paranoia collettiva.

Nonostante la pandemia globale, la consapevolezza che quella del cambiamento climatico sia una questione seria è comunque ormai molto diffusa. Un recente sondaggio ha mostrato che a livello globale il 71% delle persone ritengono la crisi climatica seria almeno quanto quella del COVID-19. Questa percentuale, simile a quella registrata in Italia, sale all’81% in India e all’87% in Cina, mentre scende al 59% in Australia e negli Stati Uniti (1) . E si è fatta strada in ambiti insperati fino a qualche anno fa. Rimangono sacche di negazione della realtà, gli articoli (e soprattutto i titoli) della trimurti "Libero" - "Il Giornale" - "La Verità", dove ormai non ci si vergogna più di nulla. O l’ignavia intellettuale de "Il Foglio", che continua ad ospitare la spazzatura pseudoscientifica dei liberisti de’ noantri. Ma il mondo culturale italiano nell’ultimo anno ha smesso di ignorare questo problema. È una buona notizia che è utile considerare.

Eppure, è necessario chiedersi se davvero si sia capito in cosa consiste il problema del riscaldamento globale, perché non sia la solita questione ambientale, o una delle tante emergenze e crisi, da un terremoto ai mutui subprime, da tangentopoli al coronavirus, che ci accompagnano da anni.

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I tre rapporti pubblicati fra 2018 e 2019 dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) (2) hanno aggiunto ulteriori tasselli di conoscenza ad un quadro già consolidato, in cui l’esistenza del surriscaldamento globale, le determinanti responsabilità delle attività umane, la gravità dei rischi che si prospettano sono evidenze conclamate. Ormai la scienza ha raccolto una quantità di informazioni colossali, e molte di queste sono davvero preoccupanti. Se si leggono questi rapporti, o almeno le sintesi per i decisori politici (3) , i titoli allarmati usati frequentemente dai mezzi di comunicazione sono più che giustificati.

Ma non è in questa ormai consueta rassegna di cattive notizie, che mettono in secondo piano le buone notizie (4), la vera singolarità della crisi climatica. Non è negli impatti a cui stiamo già assistendo (le ondate di calore sempre più calde, le precipitazioni più intense, la perdita di biodiversità, la distruzione delle barriere coralline, la riduzione dei ghiacci montani e della banchisa artica, gli incendi e i danni alle produzioni agricole), e neppure nell’aggravamento di questi disastri a cui assisteranno i nostri nipoti: sono certo impatti molto pericolosi, devastanti per centinaia di milioni di persone, con pesanti conseguenze sociali e geopolitiche; ma questa è solo una parte della storia.

Ricostruzioni delle temperature medie globali negli ultimi 2000 anni (fonte: Pages-2k). La linea nera sulla destra indica le temperature misurate; le altre linee continue rappresentano diverse ricostruzioni delle temperature; le linee puntinate indicano il grado di incertezza stimato.

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“…le decisioni politiche dei prossimi anni e decenni avranno un profondo impatto sul clima globale, gli ecosistemi e le società umane - non solo per questo secolo, ma per i prossimi dieci millenni e oltre”.

Questo è un estratto da un articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica "Nature Climate Change" nel settembre 2016 (5) . Un articolo firmato da 18 scienziati, fra cui molti mostri sacri della climatologia. L’articolo – passato inosservato sui media italiani – ha chiarito quale sia la posta davvero in gioco.

La dimensione reale del problema del riscaldamento globale si coglie solo se si considerano tutte le conseguenze dell’alterazione del sistema climatico, su periodi più lunghi dei decenni della vita di noi Terrestri, molto più lunghi degli orizzonti temporali della politica. Si coglie se si fanno entrare in gioco parole come inerzia, instabilità, irreversibilità.

Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha migliorato la descrizione della sensibilità delle enormi calotte glaciali della Groenlandia e dell’Antartide al riscaldamento dell’atmosfera e degli oceani. Sono studi complessi che riguardano zone remote del pianeta, in cui raccogliere dati è costoso e pericoloso. Studi che usano le informazioni della paleoclimatologia (ad esempio l’analisi delle “carote” dei ghiacci estratte nelle calotte polari) e i dati delle misurazioni attuali per mettere a punto modelli matematici in grado di simulare la stabilità di queste enormi masse ghiacciate in diversi scenari di riscaldamento globale futuro. I risultati di questi modelli sono impressionanti: gli scenari considerati negli scorsi decenni come possibili obiettivi delle politiche sul clima (stabilizzare l’aumento delle temperature a +2°C rispetto ai livelli pre-industriali) provocherebbero comunque la destabilizzazione di parti consistenti delle calotte glaciali di Groenlandia e Antartide Occidentale, con aumenti del livello dei mari, nei prossimi secoli e millenni, che possono superare i 10 metri. Non saranno le onde improvvise dei film di fantaclimatologia di Hollywood; saranno aumenti lenti, ma inesorabili: se le calotte glaciali saranno destabilizzate dalle temperature eccessive dell’aria e del mare, sarà inevitabile poi la perdita del ghiaccio, per secoli e secoli.

In sostanza, per impedire cambiamenti del clima e degli ecosistemi di dimensioni e velocità insolite per noi Terrestri occorre fare qualcosa di assolutamente stra-ordinario, rottamare in pochi decenni il sistema energetico basato sui combustibili fossili, costruirne un altro basato su efficienza ed energie rinnovabili.

Per dare qualche numero, se si valuta la concentrazione di CO2 (anidride carbonica) a cui corrisponde un riscaldamento non dannoso per la stabilità delle calotte glaciali, della banchisa artica, per le riserve idriche o per l’acidificazione del mare, si arriva ad un intervallo fra 300 e 350 ppm (parti per milione) (6) . Per capire cosa significano questi numeri, basta ricordare che nell’aprile 2020 la concentrazione media di CO2 è stata di 414 ppm, e che l’incremento medio dell’ultimo decennio, circa 2,5 ppm all’anno, è stato il più alto da sempre. In altre parole, se si studia la scienza del clima si scopre che non basta essere un po’ più attenti a spegnere la luce, piantare qualche alberello e praticare qualcuna delle tante piccole azioni quotidiane che tutti amano declamare. Serve una trasformazione radicale di un intero sistema industriale, con conseguenze economiche e sociali gigantesche. E serve in fretta.

Certo, anche le piccole azioni aiutano. Ma ritenere che siano minimamente all’altezza con quanto necessario è una pia illusione. Un modo per nascondersi la realtà. Come ha scritto Slavoj Žižek (7) , come un tifoso di calcio che sostiene la sua squadra di fronte alla televisione di casa, e grida e salta sulla sedia, nella convinzione superstiziosa che questo in qualche modo influenzerà il risultato.

Variazione dello spessore del ghiaccio in Antartide negli ultimi 25 anni. Il colore più rosso indica una riduzione di 32 metri. Fonte: Nasa Climate Change, http://tiny.cc/xu2xkz

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La nostra morale comune non fornisce certo una guida etica per affrontare questa enormità e particolarità del problema climatico globale. Noi Terrestri ci siamo alzati poco tempo fa sulle zampe posteriori per vedere meglio le propaggini delle savane, non è così strano se siamo incapaci di ragionare come collettività su una questione così complessa. Non è strano se non ci assumiamo tutte le responsabilità delle azioni con cui stiamo alterando il clima del pianeta per millenni futuri; sono azioni in fondo innocenti, quotidiane, banali (guidare una macchina o riscaldare la propria abitazione), frutto di desideri per lo più legittimi. Non è strano se non riusciamo a vederci come agenti geologici quando singolarmente contribuiamo involontariamente e solo in piccola parte a un risultato che in fondo è indesiderato, lontano nel tempo, chiaro nei dettagli solo a qualche migliaio di scienziati. Da sole le nostre emissioni non cambiano nulla, contano solo se unite a quelle di un numero abbastanza grande di persone: nessuno di noi sta da solo cambiando il pianeta.

Come ha osservato Dale Jamieson (8) , si potrebbe produrre un mondo moralmente peggiore, per esempio perché le persone più povere saranno più colpite dai cambiamenti climatici, senza che nessuno abbia fatto qualcosa che possa essere definito moralmente sbagliato. Questo perché i concetti di responsabilità e danno nella morale comune, nati in piccole popolazioni che si muovevano in grandi territori, con un accesso quasi illimitato a molte risorse naturali, sono inadatti per affrontare le cause e i danni del cambiamento climatico. La nostra morale non si è strutturata per affrontare problemi che riguardano secoli e millenni: gestisce i rapporti con chi è vicino a noi, o con quelli, come i figli e i nipoti, con cui le nostre vite si possono sovrapporre.

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La mancanza di obblighi morali per singoli comportamenti individuali aumenta le responsabilità della politica, perché l’azione collettiva di uno o più Governi, questo sì, può fare la differenza. Avendo la possibilità di risolvere il problema, i decisori politici a diversi livelli hanno la responsabilità morale di farlo.

Ed è qui il vero punto critico: riguarda la capacità dei nostri sistemi democratici di affrontare doveri scomodi che richiedono azioni qui e ora, per proteggerci da impatti in larga parte spostati nei prossimi decenni, secoli e millenni. Le Costituzioni e le leggi dei paesi democratici non hanno avuto finora ragioni per occuparsi delle prevaricazioni intergenerazionali. Nella Dichiarazione dei diritti umani ci si basa sul diritto soggettivo, da contrapporre in vario modo al potere arbitrario, ma è il diritto di chi esiste oggi: presuppone un titolare presente. Come ha osservato Gustavo Zagrebelsky

“le generazioni future, proprio perché future, non hanno alcun diritto da vantare nei confronti delle generazioni precedenti. Tutto il male che può essere loro inferto, perfino la privazione delle condizioni minime vitali, non è affatto violazione di un qualche loro ‘diritto’ in senso giuridico”.

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Alcuni stati (Bolivia, Ecuador, Germania, Kenya, Norvegia, Sud Africa) hanno inserito una citazione ai diritti delle generazioni future nelle loro Costituzioni, ma è difficile poi tradurre questi diritti in scelte concrete; le persone che votano sono quelle che esistono oggi, non ci sono certificati elettorali per chi deve ancora nascere.

Non sorprende quindi l’impreparazione, la sottovalutazione se non il disinteresse di molti Governi per le politiche sul clima. Non solo in Italia, ma certo anche in Italia. Mentre sfoghiamo le facili ironie sull’impresentabile Trump, mentre ascoltiamo nei notiziari i danni all’agricoltura dell’ultima ondata di caldo e siccità, non ci accorgiamo di quanto la questione clima sia assente dal dibattito politico in Italia, relegata a qualche dichiarazione retorica in occasione delle passerelle internazionali. Di quanto sia sottovalutata nei documenti e nelle scelte strategiche sugli investimenti. Di quanto sia affrontata in modo superficiale e distratto anche nel mondo progressista, pur se la crisi climatica potrebbe essere il catalizzatore di una proposta politica realmente alternativa.

Non c’è da sperare che la riduzione delle emissioni dovuta alla fermata di molte attività per la pandemia da COVID-19 sia molto utile alla lotta contro il riscaldamento globale. Il blocco ha riguardato solo una parte delle emissioni di gas climalteranti (una buona parte di quelle da traffico e una parte minore di quelle da attività industriali), mentre per stabilizzare le temperature del pianeta serve una transizione di sistema, che le porti a quasi zero in tre decenni. Una transizione possibile, ma che richiede una grande mobilitazione a tutti i livelli, nonché risorse economiche ingenti, che non potranno derivare in questo frangente da debito o finanza creativa. Lo sconvolgimento portato dalla pandemia globale ancora di più renderà necessario affrontare uno dei nodi della questione climatica, il suo essere inevitabilmente intrecciata ad altre questioni antiche che le società umane faticano ad affrontare, la distribuzione della ricchezza e l’aumento delle disuguaglianze. Il momento delle scelte è arrivato, e non potrà essere eluso senza conseguenze. Come Pier Paolo Pasolini nel 1975 immaginò un processo alla Democrazia cristiana per “una quantità sterminata di reati”, i nostri posteri avranno molte ragioni per chiedere di processare la classe politica attuale se si mostrerà inerte o pavida contro il riscaldamento globale.

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Molte sono le azioni che si possono mettere in campo per cercare di uscire da questa situazione. Ed è un bene, perché di proposte ne servono, anche parziali, imprecise, insoddisfacenti. I Terrestri non hanno mai avuto molto interesse per problemi su cui non possono fare nulla. Un paio di decenni di studi di psicologia comportamentale lo spiegano in modo adeguato. Molte sono le esortazioni a risparmiare (risorse, acqua, energia), a vivere in modo più sobrio, ad essere più efficienti; cose già molto sentite, spesso prediche di chi non può più dare il cattivo esempio; e già si notano i segni di insofferenza fra chi si era illuso che bastasse qualche pannello solare o lampadina a Led per sistemare tutto. Vale la pena di provare a delineare qualche azione più originale, apparentemente meno concreta ma più lungimirante. Pensare meglio all’impensabile del riscaldamento globale, in modo meno estemporaneo, più approfondito e problematico. Pensare dritto, come proponeva Giovanni Jervis , senza farci trascinare dalla retorica, da un linguaggio enfatico che contrappone la passione alla razionalità, che mitizza il potere degli alberi, delle tradizioni e degli stili di vita individuali. Studiare di più l’impensabile del riscaldamento globale, coglierne le sfaccettature, le incredibili complessità, le irreversibilità e i feedback, le potenzialità delle tante riposte che le società umane possono mettere in campo, sforzarsi di valutare in modo rigoroso e analitico i pericoli e le contraddizioni connesse a tante scelte dolorose che dovremo compiere. Affrontare concretamente le ricadute sociali, sulla vita concreta delle persone, ad esempio sui posti di lavoro o sulle disuguaglianze di reddito o di genere. Per adattarci ad un futuro che se come Terrestri non abbiamo volontariamente scelto, abbiamo comunque collettivamente determinato.

(1) . Fonte: How does the world view climate change and Covid-19? Ipsos Global Advisor, aprile 2020. http://tiny.cc/ft67oz

(2) L’8 ottobre 2018 è stato pubblicato il Rapporto speciale sul riscaldamento globale di 1,5°C; l’8 agosto 2019 il Rapporto speciale su cambiamenti climatici, desertificazione e degrado dei suoli; il 25 settembre 2019 il Rapporto speciale sull’oceano e la criosfera. Tutti i rapporti sono disponibili integralmente su www.ipcc.ch.

(3) La traduzione italiana del Sommario per i decisori politici del Rapporto speciale sul riscaldamento globale di 1,5°C, curata dalla Società italiana per le Scienze del Clima, è disponibile su www.sisclima.it.

(4) Una rassegna delle buone notizie sul tema è disponibile nel mio libro Il clima è già cambiato, 9 buone notizie sul cambiamento climatico. Edizioni Ambiente, 2019.

(5) Clark et al. (2016) Consequences of twenty-first-century policy for multi-millennial climate and sea-level change. Nature Climate Change, 6, 360-369.

(6) Si veda al riguardo Hansen J. H. (2019) Tempeste. Edizioni Ambiente, oppure Rohling E. J. (2017) The Oceans: A Deep History. Princeton University Press

(7) Slavoj Žižek (2012) Benvenuti in tempi interessanti, Ponte alle Grazie., Milano.

(8) Dale Jamieson (2014). Reason in a dark time. Why the Struggle Against Climate Change Failed and What It Means for Our Future. Oxford University Press.

(9) Gustavo Zagrebelsky (2011) Nel nome dei figli. Se il diritto ha il dovere di pensare al futuro, La Repubblica, 2 dicembre.

* Stefano Caserini è docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano, svolge ricerca nel settore dell’inquinamento dell’aria, della stima e riduzione delle emissioni in atmosfera e dei cambiamenti climatici. Autore di A qualcuno piace caldo (Edizioni Ambiente, 2008), Guida alle leggende sul clima che cambia (Edizioni Ambiente, 2009), Imparare dalle catastrofi (Altreconomia, 2012), Aria pulita (Bruno Mondadori, 2013) e Il clima è già cambiato. 9 buone notizie sui cambiamenti climatici (Edizioni Ambiente, 2019). Ha fondato www.climalteranti.it, uno dei principali blog scientifici italiani sul tema del cambiamento climatico ed è co-direttore della rivista scientifica "Ingegneria dell’Ambiente".








pubblicato da c.benedetti nella rubrica terrestri il 2 giugno 2020