Una lettera e una scheda per Tommaso Labranca

Tiziano Scarpa



È appena uscita Le alternative non esistono, la splendida monografia di Claudio Giunta dedicata a Tommaso Labranca. Ci sono anche alcuni miei inediti d’epoca, in cui promuovevo presso le redazioni dei giornali e le case editrici gli scritti di Tommaso, cercando di farli pubblicare.

La prima è una lettera alla redazione culturale del Manifesto, del settembre 1993, quando Tommaso era ancora un autore inedito. Qui ho mascherato indirizzo e numero di telefono della residenza di Tommaso.

La seconda è una scheda di lettura che contiene una mia proposta di pubblicazione per la casa editrice Einaudi, del 2001. Qui ho mantenuto i neretti che nella scheda mettevano in evidenza i punti salienti, per incuriosire e agevolare i direttori di collana einaudiani. Purtroppo quel libro non venne pubblicato. Avevo avuto più fortuna sette anni prima, nel 1994, quando avevo segnalato i primi testi di Tommaso all’editore Castelvecchi, che li pubblicò in Andy Warhol era un coatto.


[Lettera alla redazione culturale di “il manifesto”, settembre 1993.]

Cari Alessandra [Orsi], Alberto [Piccinini], Francesco [Petrone],

ricambio come posso l’ospitalità in Summer in the City con queste fotocopie dei due capolavori di Tommaso Labranca, i saggi Giovani Salmoni del Trash e Agiografie non autorizzate. LEGGETELI!!! Vedrete che dopo l’ultima pagina andrete di corsa da Roma a Pantigliate (Via... n. ..., 20090 Pantigliate – Milano, tel. 02 667...) a piedi per buttarlo giù dal letto in piena notte, come fecero Grigorovic e Nekrasov la notte in cui lessero in anteprima Povera gente del giovane sconosciuto Dostoevskij. Mi dispiace di non potervi mandare gli originali, ne ho solo una copia. Labranca lo leggo da tre o quattro anni e l’ho conosciuto di persona due settimane fa alla prima C.I.S.T.E. (Convegno Internazionale sul Trash Europeo) da lui organizzata al Palatrashardi di Milano (uno sgangheratissimo loft cedutogli in prestito per una domenica da una manica di artisti post-concettuali). Mi sto perdendo in chiacchiere, ci sarebbe da:

1) enumerare le gesta del Labranca, che

1a) autoproduce la rivista Trashware
1b) mixa, taglia, incolla con una batteria elettronica e un campionatore giocattolo nastri di trash-dance del suo alter ego Santi Bailor (sic) (capito? Lo pseudonimo che si sceglie Sordi in Un americano a Roma per sfondare nello sciobisnes)
1c) lavora in un’agenzia, dove scrive da solo intere riviste per editori che affidano il lavoro redazionale all’esterno. Per esempio, senza avere mai preso in mano una canna da pesca in vita sua, redige da solo un mensile (o un’enciclopedia a fascicoli, non so) di pesca che ha incontrato, come si suol dire, l’incondizionato favore degli appassionati. Nella rivista, fra l’altro, inventa di sana pianta ricette dall’incipit delizioso, tipo «E ora che avete in mano il branzino, che farne?».
1d) So di aficionados di Frankenstein junior che passano intere serate a riraccontarsi da cima a fondo le scene e le battute più fulminanti, dandosi pacche sulle spalle e ingozzandosi di risate, e so anche di lettori labranchiani che le serate le occupano rinverdendo la sterminata aneddotica sul Nostro (che da parte sua è un efficentista solitario, inospite ed irto: pare che stia ogni giorno dalle sei di mattina alle nove di sera davanti al potentissimo computer dell’agenzia, a dar corpo virtuale alle sue scariche elettriche cerebrali; e pare che il resto del tempo lo passi davanti alla tivù: quando l’ho conosciuto, quindici giorni fa, per prima cosa ho scrutato le sue occhiaie. Non le ha). Non è il caso che io faccia altrettanto qui, scelgo solo una delle sue bravate più recenti. Ha stampato in laser una credibilissima carta intestata ASSOCIAZIONE AMICI DELLA CARPA (il computer dell’agenzia ha evidentemente un’ottima scheda grafica), e ha scritto alla FONIT CETRA una lettera tipo questa: «Spett. Casa Discografica ecc. ecc. da anni la nostra associazione è impegnata a tutelare l’immagine della carpa nel mondo ecc. ecc. È ora che si sappia che le carpe NON risalgono i fiumi, come viene erroneamente asserito in una strofa della canzone presentata dal signor Nek a Sanremo ecc. ecc. Vi preghiamo pertanto di voler provvedere alla sostituzione dei versi in questione con una formulazione più consona ecc. ecc.»

2) Quanto a questi due saggi (attenzione, si tratta di due libri separati, Agiografie è del 1992, Giovani Salmoni è di quest’anno: Labranca li impagina, stampa, fotocopia e rilega in proprio, inviando gratis i libretti a chi ne fa richiesta; ve li ho fotocopiati volutamente in ordine inverso, prima la teoria e poi la pratica trash), io penso che vadano pubblicati al più presto. Non ho molti agganci editoriali, sto cercando di farli leggere a quanta più gente possibile; penso che sarebbe demenziale se nessuna casa editrice se ne accorgesse. So che Labranca ha provato a spedirli in giro, ma lui non conosce davvero nessuno, e la quasi totalità degli editori italiani è talmente intelligente, curiosa e appassionata del proprio lavoro da rispedire al mittente i manoscritti senza nemmeno aprire le buste, con meschine noterelle di scusa scritte a biro su un angolino dell’involucro (non pensate che PROPRIO IN QUANTO l’editoria italiana è in un periodo di crisi andrebbe potenziato il settore della ricerca e setaccio ad ampio raggio delle nuove energie, per proporre cose DIVERSE? Ma a quanto pare molti editori ragionano esattamente nella maniera opposta).

Tiziano Scarpa
Venezia, settembre 1993


[Scheda di proposta editoriale per Einaudi, giugno 2001.]

Dopo Andy Warhol era un coatto, Estasi del pecoreccio, Labranca Remix e Chaltron Hescon, il nuovo libro di Labranca si presenta come una ricchissima enciclopedia caustica dei nostri tempi. Si tratta di svariati scritti che riguardano la vita culturale e sociale in tutti i suoi aspetti. Labranca attraversa con lo stesso pathos disincantato, colto e spiritoso (ma, a ben vedere, anche disperato) le merci, i personaggi pubblici, le cerimonie mondane e i miti culturali. Ogni volta qualcosa o qualcuno ne esce con le ossa rotte, un luogo comune viene destrutturato, un’aspettativa subisce un ribaltamento.

La struttura del libro è questa: ciascun paragrafo si presenta come un ‘tema’ scolastico scritto per svolgere il ‘compito’ assegnato da una fantomatica ma inflessibile professoressa, la quale alla fine del paragrafo non rinuncia mai a stroncare l’elaborato dell’alunno Labranca con argomenti involontariamente esilaranti, che danno voce al cliché, alla magniloquenza reazionaria, allo stereotipo tranquillizzante, e si concludono con l’immancabile voto 5=, cinque meno meno.

Labranca ha avviato da anni un Giudizio Universale Permanente della cultura italiana e mondiale, di cui cinque meno meno, pur essendo del tutto autonomo, originale e assolutamente indipendente dai libri precedenti del Nostro, è un aggiornamento, una nuova seduta tribunalizia. L’autore si definisce qui ‘intellettuale minimalista’ perché il suo sguardo e la sua analisi affrontano i grandi temi chiamando in causa però sempre esperienze personali, o comunque oggetti culturali di cui chiunque può fare esperienza: si tratta infatti di merci e discorsi che abbiamo avuto sotto gli occhi sulle effimere pagine dei giornali o sulle bancarelle dei mercatini. È soprattutto questo che fa imbestialire la professoressa: il fatto che l’alunno svolga i compiti dai titoli roboanti con svolgimenti che prendono esempio dalla situazione reale, da casi culturali a volte apparentemente effimeri (che diventano però formidabili apologhi e chiavi interpretative di quegli stessi Grandi Temi).

Labranca ha inventato l’antropologia del presente assai prima di Augé e degli ‘storici dell’oggi’. La sua idea di cultura è sempre vivacissima e pulsante, fa i conti con ciò che si incontra davvero, non con le idealizzazioni, è salutare ed ecologico proprio perché non lascia nulla di impunito neanche nell’episodio minuscolo, dietro il quale scopre la Grande Impostura pseudoculturale, l’ignoranza ammantata di lustro.

Con uno sguardo all’indice del libro, cerco di dare un sinteticissimo riassunto dei primi paragrafi (che corrispondono più o meno al primo quarto del libro):

1. A 38 anni Labranca si presenta all’esame di ammissione all’Accademia di Brera.
2. Descrizione dell’inaugurazione di una mostra, situazione dell’arte contemporanea.
3. Va come spettatore a sentire Fernanda Pivano.
4. Va a una festa per il lancio sul mercato di un nuovo gusto della vodka Absolut.
5. A un concerto televisivo del gruppo pop italiano Blue Vertigo.
6. Scegliendoli dalla ‘Bibliotechina di classe’, commenta i romanzi di Naomi Campbell,
7. di Paolo Guzzanti,
8. di Giampaolo Pansa,
9. di Giuliano Zincone.
10. Compra imitazioni di videogiochi portatili in una bancarella per la strada.
11. Analizza come funziona la fabbricazione di Storie condivise dal consenso popolare.
12. Descrive l’esagerato dispiegamento di guardie, filtri all’ingresso dei centri espositivi ecc. che fanno da dissuasione alla cultura.
13. Studia i meccanismi della globalizzazione dell’immaginario attraverso figure come quella di Armando Maradona.

Fra gli altri ‘temi’ poi si incontrano:
moda, terza età, Africa, Freccero, New Age, televisione, Alberoni, adolescenza e nostalgia, amicizia, souvenir, Rutelli, Ibiza, musica pop ungherese, gli Abba, creme di bellezza, il Cenacolo restaurato di Leonardo…

Propongo di prendere in considerazione questo libro per una collana come quella degli «Struzzi». Un primo impulso forse suggerirebbe di pubblicarlo in «Stilelibero» (che di Labranca già ospitò Chaltron Hescon). Tuttavia la maturità dell’autore, la godibilità della lettura, ma soprattutto lo smantellamento sistematico, sagace e mentalmente ecologico delle imposture culturali, mi fanno pensare che questo libro figurerebbe benissimo in una collana più ‘paludata’ (e tuttavia apertissima al presente). Sarebbe forse ora di dare un segnale, pubblicando Labranca in una collana meno ‘giovanilistica’, un gesto editoriale che equivarrebbe ad affermare che non c’è nulla di ‘ludico’ nell’usare (anche sarcasticamente) tutte le proprie risorse mentali e biografiche per smantellare le mille forme in cui viene spacciata la pseudocultura, italiana e non.

Tiziano Scarpa, 5 giugno 2001








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 1 giugno 2020