Diventare vecchi

Debora Petrina



In uno dei resoconti passati ho già accennato alla mia vicina.
Ho detto che è la più anziana (ottantaquattro anni), che vive sola, che mi vizia coi dolciumi del discount e che è l’unica che mi stia simpatica.
Ho anche detto che i dolciumi me li porta come ricompensa per dei piccoli favori che le faccio, di tanto in tanto. Piccolissimi favori, che mi costano sì e no una manciata di minuti.
Però quello di ieri è stato diverso.
Ha suonato alla mia porta, si è presentata senza paludamenti da pandemia, senza mascherina e senza guanti; è entrata in casa mia standomi così vicina che potevo contare i pixel delle sue occhiaie nerissime e sentire l’odore che emanava il suo corpo; l’odore della vecchiaia.
Mi ha mostrato il suo telefonino di plastica celeste, talmente vetusto da sembrarmi un giocattolo da bambini. Nel suo minuscolo monitor vedevo un motoscafo che si impennava, sollevando un’onda alle sue spalle.
“Guardi che sgorbio mi appare ora! Non riesco più a farlo andare via! Non riesco nemmeno a fare le chiamate!”, si lamenta la signora.
Ha ragione, il motoscafo l’ho visto solo io; dev’essere la batteria che esala gli ultimi respiri.
Le faccio la proposta: “La accompagno da MediaWorld a comprare un cellulare nuovo”.
Mentre lo dico lo so che dovrò mettere in conto ben più di quella manciata di minuti, ma allo stesso tempo non posso farne a meno.
La signora è qui da sola, la figlia vive in un’altra regione e non è ancora potuta venire a trovarla, dall’inizio del lockdown.
So che le altre vicine, un po’ più giovani di lei, le preparano dei manicaretti di quando in quando, ma dubito che possano esserle d’aiuto in un caso tecnologico come questo.
Sento di doverlo fare io, proprio io che sono la persona meno tecnologica fra tutte le mie conoscenze, mamma esclusa.
La signora non sa come ringraziarmi; da una parte vorrebbe poter rifiutare, dall’altra sa che è un caso disperato, sa che anche lei è assolutamente dipendente da quel coso di plastica, tanto meno evoluto del mio, ma ugualmente indispensabile.
Mi dice che tutti sono così buoni con lei, che non riesce a fare niente, che sa lamentarsi e basta, e china la testa per non farmi vedere che le viene da piangere.
A questo non ero preparata. La rassicuro, le dico che è una donna forte, che la verrò a prendere poco dopo; ma quando resto sola viene da piangere anche a me.
Qualche ora dopo le suono il campanello per la grande spedizione.
La signora si muove a fatica, deve sempre aggrapparsi a qualcosa, è lenta e incerta, dimentica di spegnere le luci, di prendere le chiavi, di chiudere la borsa.
Io che sono abituata a muovermi come un furetto cerco di fare tutto al posto suo, e nel frattempo la guido con le parole, come se descrivessi in telecronaca diretta ogni mia azione: “Ora vado a spegnerle la luce che ha lasciato accesa in soggiorno; ora le prendo la borsa e le metto il telefonino dentro; ora si appoggi al mio braccio che scendiamo le scale, ha preso la mascherina?”.
Mentre la sorreggo con un braccio, con l’altro tengo il mio zaino, la sua borsa, le chiavi della macchina, il suo cellulare, il mio cellulare, la mia mascherina, i miei guanti, e nel frattempo penso a tutte le azioni che ho fatto (ne avrò dimenticata qualcuna?) e a tutte quelle che dovrò fare in più, con lei vicino a me.
Arriviamo alla macchina, la accompagno al suo posto, le dico di appoggiarsi alla carrozzeria fintanto che non riesco ad aprire la portiera per farla sedere; con calma, tutto con estrema lentezza, per lei; con una miriade di accorgimenti da elaborare in tempo reale, per me.
Ci siamo, ora mi posso rilassare. Il tragitto per il negozio è di circa venti minuti.
Io questa signora, che vedo tutti i giorni da tanti anni, non la conosco. È arrivato il momento.
Le chiedo del suo lavoro, in realtà sono curiosissima e vorrei sapere tutto della sua vita.
Scopro che avevo visto giusto: è stata un’insegnante, di francese per la precisione, e ha pure insegnato per un periodo nel paese in cui sono nata e cresciuta.
Mi racconta di suo marito, di come fossero innamorati, dei viaggi che fecero quando entrambi andarono in pensione.
“Non siamo mai stati in America, sa, ma l’Europa sì, l’abbiamo girata tanto. Mio marito era più grande di me, e quando ha smesso di lavorare gli ho detto di aspettarmi, che mi sarei licenziata per stare con lui. Così ci siamo goduti quindici anni, prima che lui si ammalasse”.
Le dico che i miei genitori non sono stati così fortunati, che mio padre fece un grave incidente proprio quando stava per andare in pensione; racconto anch’io qualcosina della mia famiglia, timidamente, ma mi sembra quasi che lei ne sappia già abbastanza.
“Che bella famiglia la vostra!”, mi ripete.
“Beh insomma, – ribatto - mio fratello è diventato preside quest’anno, come lo era mio padre, e mia sorella invece è diventata professore ordinario all’università, mentre io sono sempre stata la pecora nera”.
“Niente affatto! - mi interrompe – lei è una musicista, e non c’è niente di più bello! Mio padre era un patito della musica, conosceva tutte le opere nei minimi dettagli, anche mio fratello se ne intendeva parecchio; io non sono mai stata ai loro livelli, ma la musica mi è sempre piaciuta. Mi piace tutta la musica, a parte quella che fanno oggi... tipo quella che dice soldi soldi soldi... Quella non mi piace per niente”.
Non mi sarei mai aspettata di parlare del Festival di Sanremo con la mia vicina ottantenne, ma del resto l’avevo capito da un bel po’ che era diversa dagli altri.
“Sì, sono diversa, – mi dice – a me piacciono i fiori recisi, non le piante. Delle piante mi dimentico, mentre i fiori recisi li ho sempre davanti al naso, e mi ricordo di cambiargli l’acqua. Mio marito invece, lui sì che aveva il pollice verde... Pensi che un giorno gli ho distrutto un vaso abbassando di colpo la tapparella; io sono sempre stata negata per le piante...”.
Il MediaWorld post-lockdown è un inferno: mascherine, guanti, caldo, gente in coda al reparto informazioni, inservienti multi-tasking, stressate e distratte che ci lasciano per mezz’ora in attesa in piedi, la vecchia signora curva con le occhiaie nere, io a sostenerla col braccio dolorante.
“Guardi, le do un cellulare identico a quello che aveva prima, solo coi tasti più grandi”, mi dice l’assistente.
Che bello, la vecchia signora non dovrà faticare ad imparare come si usa, penso.
Ma penso sbagliato.
Al nostro ritorno scopro che le funzioni non sono affatto le stesse, e mi ritrovo seduta nel suo salotto, pieno di cianfrusaglie, cuscini, fiori recisi e scatole, a studiare il foglietto illustrativo.
La signora piagnucola, non imparerà mai ad usarlo, dice, è troppo difficile, e lei troppo stupida.
Io da una parte cerco di prenderla sul ridere, di rassicurarla, che è tutto più semplice di quello che crede; dall’altra ho le mie difficoltà a capire come funziona questo prototipo di telefono desueto, che ho usato anch’io non più di 10 anni fa, ma che ora mi sembra un pezzo da museo.
Tento di farle degli schemini, su un foglio di carta; a guardarli sembra anche a me che sia complicatissimo, e mi sento in colpa.
Resto con lei fino alle 8 di sera; la signora è visibilmente provata, e anch’io lo sono.
Le dico che è tempo di riposare il cervello, e che l’indomani le rispiegherò ancora.
Rientro nella mia porta, giusto a fianco della sua, col mio premio, una doppia razione di dolciumi del discount, e ripenso a quei suoi viaggi in Europa assieme al marito, così felice, così diversa dalle altre.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 25 maggio 2020