Luna nuova

Margherita Carbonaro



"Luna nuova 1" (2006) di Margherita Carbonaro ©

Questa notte la luna dista 405.482 chilometri dalla terra. È nera e lontana, ha la faccia buia e cieca rivolta verso la terra. L’altra faccia, quella che non vedrò mai, guarda la bocca del sole e si sente accartocciare le guance nella luce. Incollata alla sua orbita, già comincia lentamente a cercare la frescura del buio. La troverà, piano, la troverà. Quaggiù, intanto, è novilunio di marzo, un buio che tiene il fiato in sospeso e fa scorrere il sangue come in una notte di luna piena.
Prima di addormentarmi ho messo la sveglia alle cinque, il cellulare in flight modus, la suoneria Blues scelta dopo aver passeggiato col dito su e giù per il catalogo delle impostazioni. Da quando la chiesa ha smesso di celebrare matrimoni e funerali, la campana non batte più le ore. Alle cinque c’è silenzio anche nel soggiorno, dove mio padre dorme da quando le sue gambe non hanno la forza di salire i tre gradini che portano nella stanza da letto. In genere ascolta la radio fin nel fondo della notte che si stende fuori dalle finestre, che sale nel bosco alle spalle e scende di tornante in tornante, verso il piede della montagna. La notte che, da qui alla barriera opposta della valle, di solito emette in qualsiasi ora il suo brusio a gola stretta. Ora invece c’è silenzio. È così bello e sinistro.
Fuori casa, all’aperto, lo ascolto per qualche minuto. Da un lato la voglia di trattenerlo, dall’altro quella di stracciarlo. Anche il silenzio acceca. Il lampione fuori dal cancello è una luna piena. La voce di un uccello, che spunta all’improvviso, è la prima voce del mondo. Mi ricorda saccente e innocente che lo spazio, non il tempo, in questo momento è un’illusione. Lo vedo e non lo vedo, ma è come un vecchio telo da proiettore, di quelli che si svoltolano verso l’alto e poi si fissano alla sbarra – due bambine corrono sulla sabbia gialla verso la telecamera, portano secchielli di acqua salata e sabbia, poi l’immagine si ribalta, cade nel buio. Sul telo c’è il nero. In questo momento il trillo spudorato (ma non lo sai che notte è?) e struggente dell’uccello sembra la voce stessa del nero, accovacciata non su un ramo ma sul telo della notte. Un suono limpidissimo a forma di conchiglia, o di un guscio di lumaca. Quando tutto questo sarà finito, voglio salire su una montagna. Voglio attraversare i boschi e arrivare in alto, dove ci sono solo l’erba, i sassi, i mirtilli e i gridi delle marmotte. Ma ora non ci sono strade che attraversano le montagne. In questo momento, mentre guardo la valle buia, la notte mi mette le manette.
Salgo in macchina. Attraverso il paese nero, la piazza, il bosco, seguo i tornanti in discesa. Li conosco così bene che le mie mani sanno d’istinto come accompagnare flessuosamente nelle curve il volante. I fari illuminano uno scoiattolo. Mi fermo al bordo della strada. Esco, ascolto. Di solito il ronzio del traffico e delle fabbriche, sia pure attutito, riempie i boschi anche di notte, rende cavi i rami e i tronchi, li rende fragili, quasi friabili. Ora invece il bosco è solo. È forte. Risalgo in macchina, accendo la radio. Una mano sul volante, l’indice dell’altra mano fa scorrere le stazioni. Notizie su precauzioni e misure, Radio Maria sempre in agguato. Poi fruscii. Poi dal fondo di una galassia rimasta a galleggiare in orbita solitaria da una cinquantina d’anni emergono i fiati di una big band. Uomini riccioluti in completi bianchi e camicie lillà dai lunghi colletti sporgenti come cunei sui baveri soffiano in trombe e tromboni La Paloma. Dalle ventole nell’abitacolo comincia a soffiare aria calda.

Un uomo quasi anziano con una mascherina bianca, i gomiti appoggiati alla sbarra del carrello, è già in attesa davanti all’ingresso del supermercato. Lascio la macchina poco lontano da lì. Il parcheggio è quasi vuoto. Dentro è già tutto illuminato. Cerco la mascherina nella borsa, aggancio gli elastici neri dietro le orecchie, apro la portiera ed esco. All’interno del negozio un uomo si avvicina alla porta, si sbraccia pigramente qualche istante finché il vetro si scosta e gli permette di uscire. Fa un passo verso di me, ferma accanto alla portiera ancora aperta.
«Lavori qui?» mi chiede.
«No» rispondo un po’ stupita.
«Ma forse prima sì.»
«Forse. Sì. O forse dopo».
L’uomo è alto, ha la pelle scura e una mascherina bianca. Io ho una mascherina nera, come la luna, e la pelle bianca.
Non lavoro qui. Ho solo seguito la Paloma in questa notte di luna nuova. Ho messo la maschera e ho sentito un tuffo nello sterno. Nella tasca ho la lista della spesa, rispondo dentro di me.
L’uomo ha l’aria di sorridere sotto la mascherina bianca, e camminando all’indietro ritorna nel negozio. Il vetro scorre e si richiude.
Adesso cerco nel portafoglio una moneta da cinquanta centesimi o da un euro, per il carrello. Infilo le mani nelle tasche per prendere i guanti di lattice e mi accorgo di averne uno solo. Sotto l’insegna rossa luminosa, sotto la mascherina nera che trattiene l’aria calda che mi esce dal naso, provo un moto di stizza. Come ho potuto non controllare di averli presi tutti e due. Infilo l’unico guanto sulla mano destra, dalla fila dei carrelli abbracciati l’uno all’altro ne stacco uno. La nudità della mia mano sinistra è insopportabile, come se la vera pelle fosse quella di lattice e mi avessero scuoiato, dito dopo dito. Davanti all’ingresso, dietro l’anziano c’è adesso un ragazzo tarchiato, anche lui con mascherina e carrello. Lancio uno sguardo alle loro mani, coperte dai guanti, mi avvicino, mi metto in coda. Alle spalle, al di là della provinciale, nella direzione da cui sono venuta, verso i boschi e la montagna, sotto la luna nera, nel silenzio si staccano i suoni di una campana. Il bronzo incandescente cola, raggela e si rapprende, batte l’aria e rintocca. Però non batte le ore, dice qualcosa che non si capisce.

Nella luce a giorno, violenta, del supermercato mi sento incalzata. Devo scegliere in fretta, agire risoluta, ogni esitazione è punita, puntare alle arance, poi ai finocchi, alla lattuga. Fare il giro del banco per non avvicinarmi troppo se la bilancia è già occupata da un altro. Prendere con le dita di lattice lo scontrino adesivo del prezzo, incollarlo al sacchetto. Tenere sotto controllo i tracciati degli altri. Questa è la tattica che stiamo imparando, animali in caccia di cibo all’alba. Da una corsia all’altra mi porto in testa la mappa dei carrelli in movimento - avanzata, retromarcia, curve di aggiramento. La mascherina è il distintivo di appartenenza a questa avventura in luna nera.
Alla sinistra della frutta, il pesce fresco è già disteso sul ghiaccio. In un banco self-service, poco lontano da noci e pistacchi, c’è una fauna marina in condizione surgelata: polpette, anelli di totano, gamberi e gamberetti, merluzzi decapitati, come c’è scritto sotto la vaschetta che li contiene. Il pane fresco a quest’ora non è ancora arrivato. Il vino invece c’è, e infilo nel carrello un Chianti (che compro raramente, ma oggi non ci si può trattenere a lungo davanti agli scaffali, bisogna scivolare avanti) e un cerasuolo di Vittoria. Nel supermercato non c’è musica. Nessuno parla, solo una voce sintetica invita i carrelli ad avvicinarsi, a posare le merci sul nastro e a pagare: «Cassa – numero – due – prego». Anch’io aspetto docilmente di essere chiamata, sarei incapace di azzardare una fuga in avanti prima di avere sentito le quattro parole ben scandite: l’intonazione della prima che sale, ammonisce, le due successive che mi tengono lì, bloccata, l’ultima che mi espelle dal negozio.
Quando mi ritrovo fuori è giorno fatto. All’esterno si è già formata una lunga coda. A regolare gli ingressi c’è il tizio di prima, quello che mi aveva chiesto se lavoravo lì. Gli mando un sorriso invisibile sotto la mascherina nera.

Per caso ho letto che la luna piena di febbraio veniva (viene?) detta la luna delle ossa, perché appare tonda quando la terra, coperta dalla neve, non offre niente da mangiare. Sboccia e si apre come un girasole che porta la fame. La luna nuova di marzo, la luna nera, invece non ha nome. Però questa notte, mentre attraversavo il bosco e poi anche dopo, perfino davanti ai merluzzi decapitati, ho pensato a Möndör.

*

Sono a Tsengel, nell’angolo più occidentale della Mongolia, il Kazakistan è appena al di là delle montagne, ma non ci sono strade che le attraversano. La casa di Möndör è una baracca di mattoni racchiusa all’interno di una palizzata di legno, proprio alla fine del paese. Subito al di là, l’altopiano si stende vastissimo e nudo, e l’unico altro insediamento in muratura in un raggio di molte decine di chilometri è il cimitero kazako. Basse mura e capanne di pietra per i morti. Sembra un villaggio appena abbandonato, o una Pompei in miniatura sulla catena dell’Altai.
Tsengel invece consiste in due lunghe strade parallele, e attraversarlo dalla mia yurta, che sta quasi a un’estremità del villaggio, vicino a un magro fiumiciattolo bordato da una striscia sottile di un verde luminoso, significa percorrere un corridoio che pareti di palizzate serrano a destra e a sinistra. Dietro le palizzate di legno ci sono, invisibili dalla strada, baracche di mattoni e qualche yurta, abitate da famiglie kazake e tuva. Mentre io cammino, il legno getta ombre lamellate sul terreno, il vento soffia sulle ombre. Il corridoio è lungo, e il vento che spazza il cielo asciuga la gola e fa sentire la sete. È forte soprattutto adesso, il vento, in primavera.
In genere cammino a testa bassa, la bocca coperta da una sciarpa di cotone, per questo conosco così bene le palizzate d’ombra, quasi nere sul grigiobeige della terra. Nel lungo corridoio che attraversa il villaggio perdi facilmente il senso dello spazio, che d’altra parte qui serve a ben poco.
Oggi mi accompagna Čoduraa. Camminiamo in silenzio, senza parlare, fino alla palizzata di Möndör, apriamo il cancelletto ed entriamo. Lei ci viene incontro sulla soglia, ci fa entrare nella baracca col pavimento di terra battuta, ci indica gli sgabelli e prepara subito il tè. Möndör ha una sessantina d’anni ed è bellissima. È regale e ironica. Il suo nome significa “grandine” e lei, Möndör, è come grandine che nel cadere è illuminata dal sole. Sua madre era una sciamana famosa in tutta la provincia di Bayan-Ölgii, e da bambina Möndör ha imparato da lei molte cose. È figlia d’arte, ma non ha mai praticato il mestiere. Oggi anche gli sciamani fanno tutto solo per soldi, dice, al tempo di mia madre non era così, lei non aspettava di avere in mano i soldi prima di curare una persona. L’epoca dei veri sciamani è finita, continua Möndör, ogni era inizia, fiorisce e termina, e l’epoca degli sciamani è finita. Forse un giorno ritornerà, e allora sarà diversa, ma intanto adesso è così.
Questo Möndör dice e Čoduraa mi traduce, mentre beviamo il tè. Loro due si dicono anche molto altro, ma io sono abituata ad ascoltare a lungo in silenzio interminabili, e per me incomprensibili, discorsi in tuva. Al momento di salutarci Möndör torna a rivolgersi a me e Čoduraa traduce nel suo russo piuttosto traballante. Vedi, mi dice Möndör, nelle notti di luna piena io penso al tutto – e traducendo Čoduraa solleva le braccia per mimare un abbraccio universale –, tu invece, nelle notti di luna piena, devi pensare parole. Devi pensare parole belle. Krasivye slova.
Belle, krasivye, ma cosa aveva voluto dire Möndör? Per cosa stava “belle”? Quale sarà stata la parola detta da Möndör?
Ma intanto, adesso, è luna nuova, cieca, di marzo. E le parole, non è ancora il tempo di pensarle. Aspetta.

"Luna nuova 2" (2006) di Margherita Carbonaro ©








pubblicato da j.costantino nella rubrica racconti il 22 maggio 2020