Professionista

Primož Sturman



Uscito dalla tabaccheria dove aveva cambiato in contanti il voucher, si incamminò lungo il marciapiede. Lo Stato gliene prelevava una buona decina come imposta sul reddito, così gliene restavano in tasca un po’ meno di quaranta.
Tre mesi prima aveva perso il lavoro in un’azienda pubblica. Le incomprensioni tra lui e il direttore andavano sempre più crescendo, tanto fastidio gli procuravano i continui ritardi di pagamento dello stipendio, ormai abituali. Durante una riunione avevano litigato, il giorno dopo era stato convocato nell’ufficio del direttore, che gli aveva consegnato la lettera di licenziamento, motivandolo con una presunta incompletezza nella documentazione che aveva presentato al concorso.
Quel giorno si era rifugiato dalla sua buona amica, una donna di mezza età che aveva conosciuto su internet quando ancora non esistevano i social network. Si era innamorato di lei, ma lei aveva continuato a rifiutare ogni sua avance. Tante volte si era sentito offeso, alla fine si era calmato e si era rassegnato al fatto che potevano essere soltanto amici.
Nel tragitto dalla tabaccheria ricevette il suo messaggio. Lo stava invitando ad andare a trovarla il giorno dopo.
Lei andò a prenderlo alla stazione ferroviaria.
“Come va?” gli chiese quando già stavano viaggiando a bordo dell’automobile verso l’appartamento di lei, alla periferia nord della città.
“Si tira avanti, dai. Ho ancora un po’ di soldi messi da parte, il resto lo guadagno con i voucher ...”
“Com’è lavorare in vigna?”
“Non sono abituato a stare in piedi otto ore al giorno. L’altro giorno dovevamo tirare giù dai filari i tralci in eccesso.“
“Quando saremo a casa ti devo dire una cosa. Forse ti potrebbe interessare.“
Stava diventando irrequieto. Cosa cavolo poteva essere? Lei lo aveva sostenuto da sempre, ma stavolta evidentemente si trattava di qualcosa di più. Quando arrivarono vicino al condominio, lei glielo chiese:
“Stanotte dormi da me?”
“Probabilmente sì. Il tuo divano è diventato da tempo il mio secondo letto,” disse cercando di essere ironico, sebbene per lui fosse un’occasione per risparmiare sul riscaldamento di casa sua.
“Allora siediti e ascolta,” disse lei quando furono già entrati nell’appartamento. “Sarò molto diretta. Mi è chiaro già da tempo che ti trovi in una situazione poco invidiabile, non so nemmeno quanti soldi ti restino a disposizione, a dire la verità nemmeno mi interessa. Se vuoi, però, ti posso aiutare.”
Lui annuì.
“Ho un’amica. I soldi non le mancano, è titolare di un’agenzia di viaggi, sposata, ma evidentemente annoiata. Cerca qualcuno che voglia passare dei bei momenti con lei, ovviamente non gratis. Capisci di cosa si tratta, vero?”
Per un momento le parole gli rimasero in gola.
“Forse si potrebbe dire escort?”
“L’uomo è più uno gigolò ...” Gli passò il telefono.
“Guarda la sua foto, che te ne pare?” disse con serietà, poi aggiunse con un sorriso ironico: “Quando ti avevo conosciuto, mi era apparso subito chiaro che ti piacciono le donne mature. Forse può essere la volta buona.”
La guardò per un po’ di tempo. Già dalla foto gli piacque.
“È una donna a modo. Colta anche. Con lei potrai parlare di tutto. Domani andiamo a prendere un aperitivo, l’appuntamento è verso le sei. Ti raccomando di essere posato e di vestirti bene. Il primo incontro è fondamentale.”
Il giorno dopo, tornando a casa non riuscì a togliersi la sua figura dalla mente, sebbene non ne conoscesse nemmeno il nome. Non gli dette pace nemmeno una volta arrivato a casa.
Proprio nel periodo in cui aveva perso il lavoro, aveva iniziato a ristrutturare la casa dove abitava. Prima aveva immaginato di viverci con la ragazza che presto era diventata la sua ex, perché aveva mal digerito il trasloco dalla città alla campagna. Così era rimasto solo, non aveva voluto tornare dai genitori che lo avrebbero accolto a braccia aperte. Quelle quattro mura rappresentavano per lui molto più di un tetto sotto cui stare. Era stata la sua prima casa dove era cresciuto fino ai sei anni, abitando con i nonni sotto lo stesso tetto. I nonni poi erano morti e la casa era rimasta vuota, lui era l’unico loro erede, l’unico nipote, figlio unico dell’unica figlia.
Il treno, con le sue quattro fermate, rappresentava il collegamento fra il suo mondo passato e quello presente; non avrebbe mai potuto permettersi un’automobile, la bici rimaneva utile solamente per la periferia della cittadina ai piedi delle Prealpi. Si ritrovò nel locale un quarto d’ora prima dell’orario stabilito, si sedette e inviò un messaggio avvisando di essere pronto per il “colloquio di lavoro”.
Poco dopo le sei lei arrivò con la sua amica. Salutò entrambe con un cenno da dietro il giornale che stava leggendo.
“Luca, lei è Marisa,” gli disse.
“Piacere, Luca,” rispose lui, e le diede due baci sulle guance.
Era curiosa ma fino al punto giusto. La sua raffinatezza traspariva comunque, parlava in modo eletto, era vestita molto accuratamente, di lei era accurato praticamente tutto.

Le due amiche si ritrovarono davanti allo specchio della toilette, dove si prodigavano a correggersi il rossetto.
“Come ti pare?” le chiese.
“Mi pare a modo, proprio come l’avevo immaginato.”
“Allora togliti qualche sfizio già stasera.”
“Buona idea!”

“Ma non avevi detto che oggi ci sarebbe stata solamente ...” disse scioccato, quando venne a sapere dall’amica della “prova di lavoro”.
“Non preoccuparti. Io vado, voi due continuate a parlare, ma soprattutto spassatevela! Ci sentiamo domani!”
Prese la borsa e il cappotto e se ne andò verso l’uscita.
“Beh, ora che siamo soli” disse l’altra, appena rientrata dalla toilette, “vada a prendere la mia macchina al Zardin Grant. È un’Alfa Romeo bianca, parcheggiata davanti alla chiesa Madone di Gracie. Venga a prendermi e non si preoccupi, ho il permesso per circolare nella ZTL.”
Sentendo nominare la chiesa, per un attimo gli si insinuò nella mente il ricordo dei nonni. Quando erano soliti venire in città, lo portavano là, dove recitavano un’Avemaria o due. Non si fece comunque confondere, prese subito le chiavi e andò a prendere la macchina di lei.
“Prenda l’autostrada,” disse appena salita in macchina. Incrociò le gambe sul sedile del passeggero, si tolse le decolté, inclinò lo schienale all’indietro, accese la radio e infine chiuse gli occhi. “Guidi, non si preoccupi,” aggiunse parlando sulla musica di sottofondo, diffusa dagli altoparlanti. Ai loro lati stavano correndo campi e pioppi. Quando iniziarono a salire le curve, lei aprì di nuovo gli occhi e per un momento guardò le luci sotto di loro.
Si calarono sino al villaggio turistico in riva al mare per poi dirigersi verso il ristorante locale. Dentro, solo un tavolo era occupato, gli altri stavano attendendo i clienti. Si dimostrò molto gentile nei suoi confronti, le trattenne la porta, l’aiutò a togliersi il cappotto, le spostò la sedia. Sorridendogli diverse volte lei volle dimostrargli il suo apprezzamento.
Iniziarono a sfogliare il menù. Nel frattempo gli sorrise di nuovo e gli domandò: “Si sente a disagio?” E aggiunse: “Sappia che proprio non ce n’è bisogno.”
“Non la passerà così liscia,” disse ancora togliendosi gli occhiali, adornati da strass. “Il vino lo sceglie Lei.” Stavolta lui fece la mossa giusta. Chiese aiuto al cameriere, accorso ad esaudire i loro desideri.
“Per quanto riguarda i bianchi le consiglio vivamente l’uvaggio Prulke di Benjamin Zidarich.” Il cameriere lo convinse, ma per un momento lui scrutò anche lei, che annuì.
Dopo una cena squisita, si concessero una passeggiata in riva al mare. Il piccolo villaggio turistico era completamente deserto, l’inverno aveva fatto desistere anche i passeggiatori più incalliti. La luce era visibile solo dietro qualche finestra, sparsa qua e là.
Salirono le scale e quasi subito giunsero alla porta d’entrata di una delle casette turistiche. Lei prese le chiavi della borsa e aprì la porta dell’appartamento. Un piacevole tepore li avvolse.
“L’anno scorso mi sono comprata questa casa, da sola,” disse lei con tanto orgoglio, quando oramai si trovavano nel soggiorno. Lui sentì che era arrivato il momento di dimostrare di essere all’altezza del compito che gli era stato assegnato. “Mi aspetti qui,” disse lei con tutta calma e si trattenne in corridoio per qualche momento ancora. Tornò in sottoveste e autoreggenti. Lui si eccitò. Lei gli si avvicinò, posò i gomiti sulle sue spalle e punse con gli occhi il fondo della sua anima. Si ritrovarono sul letto, in poco tempo nudi.
Era disteso a faccia in su. Mentre srotolava il preservativo, si accorse che lei stava allargando le piccole labbra. Era già pronta a far entrare il membro nella vagina. A quel punto lui ebbe un lampo: no, non mi farò scopare da lei! La strinse forte e senza troppi complimenti la stese sul letto e la penetrò.
Durante il rapporto non sentì particolare piacere, i suoi pensieri stavano fuggendo altrove. Alla fine fu solo lei a raggiungere l’orgasmo.
Il giorno dopo si svegliarono quasi contemporaneamente, augurandosi buona giornata e riordinarono le cose in silenzio. Quando l’ebbe riportata alla stazione ferroviaria, lei gli tese una busta. “Per stanotte. Grazie mille per essere stato con me.” Anche lui la ringraziò in modo gentile e salutandola le disse: “Mandi!” Aprì la busta appena il treno si mosse e dopo essersi assicurato che intorno a lui non ci fosse nessuno. Poco mancava che cadesse a terra. Per il lusso del buon cibo e del buon vino, unito alla prestazione sessuale, lei gli aveva elargito la somma che avrebbe guadagnato in poco meno di dieci giornate lavorative in vigna.
La maggior parte dei suoi dubbi svanì presto. Quando la giornata calò verso sera, chiamò la sua amica.
“Come stai? È andata bene ieri sera?” chiese lei.
“Bene, bene.”
“La cosa più importante è che siate stati bene,” disse, facendogli intendere che anche l’amica era contenta.
Dopo una settimana esatta ripeterono l’incontro. Evidentemente aveva sostenuto con profitto la “prova di lavoro”, così le loro convivenze si allungarono.
Trascorsero un weekend sulla neve, in primavera lui l’accompagnò ad un convegno internazionale sul turismo, mentre per il primo maggio si concessero un’isola quarnerina. Il suo comportamento fu sempre eccellente e senza il minimo errore, prendeva il proprio ruolo molto seriamente.
Una sera, alla metà di maggio, si erano diretti nel suo appartamento al mare, a letto gli riservò una sorpresa. Gli sembrava dovesse dirgli qualcosa, sperava in un incontro di più giorni per il quale poteva sperare in una bella somma a tre zeri.
“Amore, la prossima settimana guarda il sito internet con i concorsi per l’azienda dove avevi lavorato.” Nei momenti d’intimità era solita dimenticarsi del Lei.
Lui le disse solamente: “Grazie!”
“Pensi che abbia fatto questo per me?” chiese all’amica che era tornato a trovare il giorno dopo nel suo appartamento.
“Evidentemente, nonostante il tuo ruolo di amante a pagamento, avrà iniziato un po’ a volerti bene.”
“Ma ha i tentacoli insinuati ovunque. E tutti quei soldi, tanti da buttare.”
“Cosa te ne farai invece tu di tutti i soldi che hai guadagnato con lei?”
“Mi prenderò una macchina nuova.”
“Attento, non sceglierla troppo cara, altrimenti quelli dell’Agenzia delle Entrate ti beccheranno, visto il tuo periodo di disoccupazione.”
Anche quella volta passò la notte sul divano di lei.
La settimana dopo andò a trovarla nuovamente. E la mattina successiva lei non lo lasciò alla stazione ferroviaria, ma in centro città. Entrato in chiesa, trovò subito il prete che non vedeva da quindici anni. Era sempre grassottello, come se lo ricordava. Nel frattempo però era invecchiato vistosamente e camminava appoggiandosi al bastone.
“Sono Luca, nipote di Renzo e Mariute, ricorda?”
Il viso del prete fiorì in un sorriso. Per poco non si abbracciarono.
“Don Vittorio, c’è qualcosa che vorrei dirle.”
“Dimmi.”
“Mi sono appena lasciato alle spalle un periodo complicato. Prima ho perso il lavoro per sei mesi, ma avendo bisogno di soldi, ho accettato l’offerta di una signora per passare insieme dei bei momenti dietro compenso. Capisce, vero?”
“Posso immaginare. Ti senti perseguitato dai sensi di colpa?”
“Neanche tanto, mi sono trovato in quella situazione e mi sono dovuto arrangiare. La colpa è del direttore.”
Il prete ci pensò per un po’, poi rispose.
“Che vorresti sentire? Che anche io dica che il direttore è un cretino?”
Non rispose. Portò la mano in tasca e tastò la busta con i soldi. Il prete nel frattempo gli allungò una copia della Bibbia.
“Leggi Giovanni, ottavo capitolo, versetti uno-undici.”
Lesse, e il suo viso preoccupato presto si distese. Avrebbe voluto di nuovo portare la mano in tasca.
“Cosa ti serve?” lo sorprese la domanda del prete.
“Penso di avere tutto. Comprerò una macchina, sto mettendo a posto casa, riavrò il mio posto di lavoro. Qui ho qualcosa per Lei ...”
“Prima di darmi qualsiasi cosa leggiti il Vangelo secondo Luca, dodicesimo capitolo, versetti dodici-ventuno.”
Messo da parte il libro fu di nuovo a disagio. Si sarebbe voluto rimangiare parecchie delle parole che aveva pronunciato. Il silenzio si fece pesante.
Il prete si rese conto di essersi spinto troppo in là.
“Senti, ti piace ancora giocare a palla come quando eri ragazzo?” cercò di rimediare.
“Beh, un paio di volte all’anno ci ritroviamo tra amici per una partita di calcetto, tutto qui.”
“Qui stiamo ospitando una decina di richiedenti asilo. Verresti di sabato a giocare a calcio con loro?”




Autotraduzione dallo sloveno di Primož Sturman.
La versione originale slovena è stata pubblicata sul sito koridor-ku.si e nella raccolta Gorica je naša, Litera, Maribor, 2018.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 21 maggio 2020