Non possiamo vivere per sempre

Tommaso Giartosio



Noi non possiamo vivere per sempre:
ma la massima approssimazione
è stata quella folle sospensione,
amore mio, durante il volo verso
l’estremo Occidente del mondo nuovo.
Non c’è mai stato, né prima né dopo,
un giorno come quello di chiunque
passi il check-in che ferma il tempo come
un cecchino un passante senza nome.
C’è chi non può, c’è chi rimane a terra.

Venti ore e più di luce! Un lungo, labile
giorno di viaggio corso a gran giornate
tra sopore e tepore, nella calma
quaresimale, nei rivestimenti
pastello della cabina, nel guscio
della carlinga, nella buccia bianca
epossidica: un film molto sottile
e resistente all’estremo calore
e ai meno quaranta gradi là fuori
checché si dica inimmaginabili.

Potevamo slacciarci le cinture.
Fuori, il sole sembrava freddo. Eppure
Fetonte lo lasciò vagabondare
libero per la zona temperata
dall’Arabia alle Sirti, e incendiare
la verde valle che oggi è il Sahara,
e quei popoli per sempre annerire;
finché dall’alto d’Europa il signore
degli dei lo dovette siderare,
il giovane errante, considerandolo

alla fin fine il male minore...

Poi per un’eternità siamo andati
planando paralleli al bassopiano
del nostro mare piccolo e antico,
troppo unito per non sembrare fermo,
troppo vasto per vedere una barca
troppo carica, e un ragazzo che rade
la cresta dell’onda, e ride, e cade.
Benché ciechi, lo sapevamo: accade, nel
mare liscio e opaco come uno schermo.

Ma questa volta vedevo che il carro
pur cadente rallentava, poi quasi
si fermava. E forse allora, se non
lo vedevo, il ragazzo non veniva
arso e roso dalle ustioni chimiche;
non precipitava; non moriva;
mi bastava, per sospendere il sole, che
il Signore ubbidisse a un uomo… Chi mi
credevo d’essere? Accecate vestali
ci hanno fatto chiudere i finestrini.

In quella notte illuminata solo
dai bagliori degli effetti speciali
di un film di mostri, mentre dormivi ho
sollevato una lunula di luce:
il sole ancora incastellato in cielo,
il giorno respirava, diecimila
metri sotto di noi giaceva intatto
tutto un Atlantico di lacca blu.
Ho lasciato andare la nuca sul
cuscino di tessuto non tessuto.

Poi ci siamo svegliati tutti insieme
e tutti abbiamo strappato la busta
bianca del plumcake come un uomo solo.
Era come continuare a dormire, ma
il tempo ora doveva ripartire,
a qualche fuso orario da casa.
Certo siamo belli fusi anche noi,
ti ho detto mentre il jumbo discendeva
e il carrello dolcemente toccava
terra.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica terrestri il 18 maggio 2020