Danzare fra gli spigoli del salotto

Debora Petrina



Ho sempre odiato far lezione di danza con tante persone intorno.
L’ho capito molto tempo fa, quando insegnavo a Milano due giorni la settimana.
Mi alzavo alle sei della mattina per prendere un treno da Vicenza o da Venezia; in entrambi i casi dovevo contare almeno quaranta minuti di tragitto per arrivare alla stazione in macchina o a piedi, a seconda della città di partenza.
Giunta a Milano Centrale mi buttavo velocemente nella metro per Porta Romana e dopo un quarto d’ora a passo sostenuto mi catapultavo, zaino e stanchezza inclusi, dentro lo spogliatoio di una scuola di danza.
La lezione iniziava alle dieci e trenta e finiva alle dodici.
Uscita da lì tornavo di corsa alla fermata della metro in direzione Romolo dove aspettavo l’autobus per Corsico; una volta arrivata alla Civica Scuola di Musica insegnavo senza pause fino a sera.
Poi tornavo a Milano a dormire, a volte anche a piedi.
In una giornata con una sveglia così impietosa e in cui gli spostamenti occupavano più tempo delle ore di lavoro effettive, ero riuscita ad incastrare (tragitti e vestizioni escluse) un’attività tanto impegnativa per il fisico e la mente come la danza contemporanea, livello avanzato.
Quale fosse il motivo, ancora lo ignoro.
La sala mi stava stretta, anche se non eravamo più di sei o sette a seguire la lezione; mi mancava l’aria (e forse anche il sonno) e mi mancava lo spazio di movimento.
Apprendevo con fatica, la mia attenzione per l’insegnante era disturbata dall’attenzione per il campo in cui potevo muovermi senza infastidire gli altri, o forse, meglio, senza esserne infastidita.
Mi sono accanita per qualche mese, poi ho lasciato perdere, e ho capito che non avrei più potuto farlo. Non avrei più potuto danzare senza sentirmi libera di muovermi.
L’argomento è tornato attuale in questi giorni di isolamento, quando ho ripreso le lezioni di danza on-line, dal mio salotto.
Lo spazio disponibile è quello del tappeto di moquette rosso scuro delimitato ai lati dal tavolo/scrivania, dal pianoforte, dalla tastiera, dai pedali della chitarra, dal divano-futon Ikea.
Il tappeto misura due metri e quaranta per uno e sessanta, ed è stato posizionato lì, ad occupare quasi metà stanza, a pari merito col pianoforte che ne occupa l’altra metà, proprio per tutte quelle attività che ho sempre ritenuto un complemento indispensabile al mio essere una musicista sana: le prove con gli altri, gli esercizi ginnici a terra, lo stretching.
Le ultime due funzioni sono state espletate in modo encomiabile nelle ultime settimane.
La prima funzione invece, l’unica sociale, è stata completamente sostituita dai due appuntamenti settimanali di danza on-line.
Il mio interfaccia-video è sempre e solo il minuscolo schermo del telefonino.
Lo posiziono sopra al pianoforte, appoggiato a un grosso volume, Il seggio vacante della Rowling, primo libro da lei scritto che non abbia a che fare con Harry Potter, ma che non ho mai letto.
Qui di vacante c’è un po’ tutto, a cominciare dalla connessione che va e viene e mi fa vedere per minuti interi le stanze delle altre allieve e i loro mezzi busti, magari dalla vita in giù, anziché i movimenti della maestra.
Bisogna lavorare d’immaginazione, come quando dò lezione di piano e il suono delle tastiere degli allievi mi arriva distorto e inframmezzato da pause.
Immaginare, riempire i vuoti, colorare le zone smorte.
La lezione comincia con un riscaldamento a terra: il tappeto di moquette attutisce l’impatto delle mie ossa, ma funziona solo se sto ferma sul posto, come nei miei esercizi ginnici giornalieri; se invece mi muovo, lui si muove con me.
Dunque, mentre la lezione è in corso, mi interrompo, mi alzo e sollevo lo stand della tastiera per fermare un lembo del tappeto sotto; ma nel farlo i piedini dello stand si svitano, li devo sistemare, sennò crolla tutto, mentre con un occhio cerco sempre di seguire la lezione che prosegue, dentro il mio telefonino.
Ora ci alziamo in piedi. È tempo di jeté e rond-de-jambe.
La maestra vuole vedere come sono i nostri piedi, se si muovono correttamente.
Per poterglielo permettere devo spostare il telefonino a terra, sempre appoggiato alla Rowling, che è diventata la mia migliore alleata per i magici cambi domestici di prospettiva.
I piedi faticano a scivolare sulla moquette, si impiantano, si grattano.
Allora la arrotolo su se stessa e la sposto nell’ingresso, sempre durante la lezione.
Il pavimento di marmo al di sotto resta ricoperto di una miriade di bricioline fastidiosissime (le famose cellule morte della moquette) che danno come un effetto di sabbia; prendo l’aspirapolvere e dò una rapida passata.
La lezione intanto continua ed arriva il momento della piccola sequenza coreografica.
Gli spostamenti prevedono un allungo dietro, oltre che un affondo laterale, dunque trovo un’ulteriore postazione per il telefono, stavolta sopra alla tastiera, sempre appoggiato al libro.
Che bello muoversi nello spazio!
Le gambe si piegano, si spostano, forti nei loro punti di equilibrio.
I muscoli sono pronti, allenati, dopo ripetute sequenze di tricipiti sopra questo pezzo di moquette, tutti i giorni di quarantena.
Un grand plié, una sospensione col ginocchio in aria, un passé dietro per appoggiare il piede lontano e da lì prendere la spinta per un salto; sento l’aria (della stanza) che mi accarezza e mi inebria... il piacere della danza sta tutto nel sentirla, quest’aria... ecco così... ecco!... ahi!
L’alluce punta dritto contro lo spigolo del divano, e lo slancio estatico si accartoccia in un mugolio di dolore.
Il mio sguardo va oltre il piano, oltre alla porta-finestra, al palazzo che mi sta di fronte.
Un uomo e una donna, lui alto, sui quarant’anni, lei molto più bassa, verso i sessanta, fumano dal loro balcone e guardano verso di me.
Probabilmente vedono solo la mia testa, l’unica che sbuca dal pianoforte.
Cerco di immaginare che effetto faccia vedere solo la testa di una persona che danza, e penso che è meglio se tengo le tende aperte, per non dar loro l’idea che stessi facendo qualcosa di strano, col resto del corpo che non vedono.
Provo a rimanere in linea con un infisso di modo che almeno i nostri sguardi non si incrocino, e giro gli occhi verso il gatto del balcone di destra; anche lui rivolto verso di me, ma di sicuro più rassicurante.
Ripenso alle mie lezioni milanesi e alla mancanza di spazio.
Già, lo spazio. Che cos’è lo spazio vitale?
Quello in cui puoi muoverti in solitudine, senza timore di infastidire gli altri, o di esserne infastidito?
Il mio salotto che cos’è diventato? Il regno in cui domino incontrastata, o la gabbia nei cui spigoli inciampo?
E la libertà, dov’era prima? e dov’è adesso?








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 16 maggio 2020