L’addio al volto (L’adieu au visage)

David Deneufgermain



David Deneufgermain, psichiatra, lavora in un ospedale che si è posto il problema di come prendersi cura dei morti di Coronavirus. Come rispettare un corpo quando l’imperativo sanitario ci impone di liberarcene? Come conciliare l’addio al defunto dei famigliari in lutto e la direttiva di rimuovere i corpi al più presto? L’addio al viso racconta il periodo in cui un ospedale ha cercato per qualche settimana di aprire una parentesi di dignità mentre l’epidemia infuriava. È il primo di una serie di testi che prova a rappresentare questa realtà dall’interno. [D. D.]
La traduzione dal francese è di Giorgio Parentela.


Sono rare le mail di lavoro capaci di sconvolgermi: molte mi irritano, alcune mi fanno ridere, ma sconvolgermi mai. Fa eccezione però la mail inviatami questo pomeriggio dal polo ospedaliero di salute pubblica al quale appartengo. In oggetto: funzionamento della camera mortuaria e della squadra mobile che si occupa della toletta mortuaria al capezzale dei pazienti deceduti di covid. Vi è spiegata la procedura da seguire: un agente della camera mortuaria si sposta al capezzale del defunto per effettuare la toletta funebre insieme a un infermiere. Tenuto conto della tecnicità di quest’ultimo trattamento, del tempo necessario per portarlo a termine e, soprattutto, del numero importante di decessi imminenti, si deve effettuare un reclutamento. Mi chiedo: come si fa a reclutare le persone incaricate di prodigare le cure destinate ai morti di Coronavirus? Con quali criteri? Con quali capacità? La mail non lo dice. Precisa che sarà su base volontaria. Volerlo fare sarebbe dunque una qualità necessaria e sufficiente? Che genere di persona può voler compiere una tale missione? Da dove può venire la motivazione per lavare un corpo che neanche uno schiaffo non segna più, per riprendere le parole di Camus? Come sarebbe possibile che, nel momento in cui l’ospedale reclama la sua quota di aiuti per salvare i vivi, i defunti mi attraggano al loro capezzale? Per quale motivo i miei occhi vorrebbero posarsi sulla loro carne fredda, piuttosto che sui corpi in crisi di ossigeno e ricoperti di secrezioni? Perché dovrei voler indossare un camice, una maschera, delle soprascarpe, dei guanti tirati su fino ai gomiti, degli occhiali in plexiglas e un grembiule con la sola giustificazione per questo abbigliamento di lavare il corpo di un morto prima di tapparne gli orifizi? Mi ci vorrebbe un valido motivo per prendere, così infagottato, l’ascensore al sottosuolo e premere il pulsante incaricato di proiettarmi dieci, venti, trenta-metri sotto la superficie della terra verso questa camera dell’ospedale dove il Covid avrebbe avuto la meglio su uno di noi. Avrei bisogno di un grande ideale, un ideale di una forza tale da aiutarmi a trascinare la mia carcassa impaurita nel lungo corridoio di questo servizio dove spingerei il mio carrello con il materiale usa e getta destinato a rendere onore un’ultima volta a questo uomo o a questa donna che mi attende immobile nel suo letto. Armato di ciò che altri rivestirebbero della parola fede e che non ha trovato in me la definizione che ne esaurirebbe la verità, e non busserei, consapevole del fatto che l’occupante della camera non è più tra coloro che possono essere disturbati. Davanti alla porta di questa camera, esitando ad entrare, interrogherei ancora e sempre la natura di questo grande ideale che mi spinge a raggiungere i volontari per il servizio funebre dell’ospedale, servizio che, è scritto nella mail, lavorerà alla preparazione dei morti dalle otto alle venti nei giorni lavorativi e dalle otto alle diciassette nel week-end, oltre a un servizio di guardia in caso di decesso fuori dagli orari di apertura. La mail precisa che la toletta funebre deve continuare a essere fatta nella camera del defunto con la collocazione di quest’ultimo in una custodia funebre per il trasferimento nella camera mortuaria. Protetto da maschera e guanti, poserei la mano sulla maniglia della porta, mi ripeterei in maniera ossessiva le istruzioni: accendere la spia di occupato per non essere disturbato, strappare l’imballaggio di plastica della custodia mortuaria posto sul carrello, dispiegandone i due metri e venti, verificare la chiusura dall’alto in basso – non è quando il cadavere è dentro che bisognerà accorgersi, monsieur, che è impossibile chiudere la custodia – m’avrebbero avvertito nel momento stesso in cui firmavo in calce al contratto. Il mio ruolo è di assistere l’infermiere che si occuperà delle ultime cure, facilitargli il lavoro. Perché sono venuto? Che ci faccio qui? Ora bisogna andare, le tue domande non servono a null’altro che a rinviare il tuo contatto con la realtà. Allora mi butto, spingo la porta. All’interno della camera, un’infermiera mi aspetta. È la tua prima toletta? Sì, dico. Allora, benvenuto, ti faccio vedere. L’infermiera libera le braccia del morto sopra le lenzuola. I cateteri sono tolti, le sacche delle flebo gettate, le ultime gocce di sangue tamponate. Dammi del cotone. Porgo un batuffolo di ovatta. L’infermiera ne strappa un pezzetto ed esegue dei movimenti con le sue dita come se arrotolasse una sigaretta. Usa il cotone per chiudere gli occhi del defunto. Si comincia con lo spogliare il corpo, mi spiega. Mi guida e mi mostra come fare. Tira giù la parte alta del lenzuolo, ne tira su la parte bassa formando una striscia perpendicolare al letto che copre il sesso del defunto. La sua intimità permane. Gli toglie l’orologio e il braccialetto. La fede resta incastrata: tanto peggio, ripone tutto ciò nell’inventario che si trova nel cassetto del carrello. Io annoto braccialetto, orologio. L’infermiera riposiziona la lingua nella bocca, poi la bocca stessa. Puoi tagliare una striscia di cerotto della lunghezza del tuo avambraccio? Ce n’è una nel cassetto. Srotolo la striscia, prendo il paio di forbici. Ne taglio quaranta centimetri. L’infermiera la passa sotto la mascella del defunto e fa un nodo sopra il suo cranio. Riempi una bacinella di acqua tiepida, per favore. Mi dirigo ai bagni. Difficile valutare la temperatura dell’acqua con i miei guanti. La pelle grigia è lavata. Si comincia sempre dal viso per finire in basso, dice. Annuisco. Osservo i gesti. Apprendo. Voglio sapere, preferisco sapere. Ciò che è uscito dal corpo viene recuperato, gettato, del cotone viene posto dove serve. L’infermiera mi chiede di sollevare il lenzuolo sopra il bacino della signora per il tempo necessario affinché lei possa far scivolare il suo guanto per detergere. Eseguo. Ha detto la signora. Mi suona strano. Malgrado i miei guanti, le sento: le lenzuola sono calde. Cosa resta della vita di questa donna nel caldo delle lenzuola e del corpo che sta per andar via? Potrebbe essere che la signora mi osservi fare, invisibile, da qualche parte in un angolo della sua camera? Mi sorprendo a lasciarmi andare verso la metafisica. Ritorno a questo corpo, mi dico che non è che un corpo, un corpo senza vita. Allo stesso tempo, mi convinco che non è poca cosa un corpo senza vita. Oh, stai sognando?!, fa l’infermiera, la famiglia arriva fra mezz’ora, passami un asciugamano, sono già due volte che te lo chiedo. Scusa, le dico. Ne porgo uno all’infermiera che asciuga le pieghe e la pelle sotto le lenzuola che lascio delicatamente ricadere sul bacino della signora. Asciuga il resto del corpo, mentre io chiudo tutto questo in un sacco, mi dice rendendomi l’asciugamano. Tutto questo, sono la biancheria, gli asciugamani, i cotoni sporchi messi dentro un sacco destinato ai rifiuti contaminati. L’infermiera ispeziona l’armadio. Faccio notare all’infermiera che un paio di jeans pende su una stampella. Un vestito è meglio, più pratico. Ne recupera uno su un ripiano. L’infermiera tira fuori un assorbente igienico da un pacchetto posto sotto il carrello. Mi aiuti? Sollevo il bacino della signora, ancora coperto dal lenzuolo. L’infermiera passa l’assorbente, l’aggancia sotto il lenzuolo. Perfetto, mi dice. Il lenzuolo è tolto, gettato in un cesto di tessuto. Riadagio il corpo sul materasso. Infileremo il vestito dalla testa, cominceremo dal braccio dal lato tuo, è più semplice. Piego il braccio e lo passo nel vestito. L’infermiera mi subentra, manipola il corpo, inclina delicatamente la testa, la solleva, infila il vestito, lo fa scendere sul busto e fa scivolare progressivamente il lenzuolo. La signora è immobile nel suo vestito sul suo letto. L’infermiera mi indica una scatola sul carrello: dentro troverai un pettine, passamelo insieme alle forbici. Glieli do. Tieni la testa, per favore. Prendo tra le mie mani le guance ancora tiepide. L’infermiera taglia una striscia di cerotto. La mascella resta a posto. I movimenti dati col pettine restituiscono alla capigliatura il suo volume naturale. Il corpo ha perso il suo aspetto tormentato. Cerca di dare alla signora una posizione la più naturale possibile. Le prendo le braccia che le cingo sull’addome, come nei film. Avvicino le sue gambe e le sue cosce. Se non le metti le scarpe, come farà a camminare? Ho diritto a una strizzata d’occhio sopra la maschera. In fondo all’armadio, c’è un paio di Pataugas, quello col quale la signora deve essere arrivata coi suoi jeans. L’infermiera capisce la mia esitazione. Infilagliele, non ti preoccupare, a loro andrà bene. Infilo le scarpe senza chiedermi chi siano i loro a cui andrà bene così. Non è alla signora che le scarpe devono andare bene ma a loro: il figlio, la figlia, il marito in cammino verso l’ospedale. Pataugas infilate, faccio un passo indietro e guardo, come fa un pittore quando col braccio teso e il pollice dritto valuta la prospettiva data al suo dipinto. Che ne pensi? L’infermiera mi sorride, almeno credo, dato non vedo il suo viso. La contrazione delle rughe ai lati degli occhi, sopra l’FFP2, mi fa pensare che sorrida. Si direbbe che dorma, dico. Esatto, ora la custodia, prendila. Strappo l’imballaggio e la porgo all’infermiera. Prendi un bordo, io mi occupo dell’altro. Indietreggiamo come se ci apprestassimo a stendere delle lenzuola prese dall’armadio. Verifica la chiusura in alto mentre io controllo quella in basso. Apriamo e chiudiamo a turno le chiusure lampo. Funziona tutto. Infiliamo la custodia dall’alto e la facciamo scivolare sotto il corpo. Sposta la signora verso te mentre io tiro su la zip. Poso una mano sulla spalla e il bacino. Tiro il corpo verso di me. La custodia è chiusa sotto il corpo. Rimetto la signora sul dorso, avvolta nella sua custodia. Apro la chiusura lampo dall’alto. No, dice l’infermiera, perché aprire? Perché possa respirare, stavo per rispondere. La signora aspetta loro, dice l’infermiera prendendo una foto dall’armadio e mettendomela sotto il naso. La foto è presa in un giardino, la famiglia al completo in posa davanti a un’altalena. Paragono il viso sorridente della donna in questo giardino con quello visto l’istante precedente la chiusura della custodia. L’infermiera avvicina il comodino alla testata del letto. Toglie la pompa della morfina e mette al suo posto il ritratto di famiglia. Cambia tutto, non trovi? L’infermiera mi guarda. Annuisco. Osservo l’incongruità di questa foto accanto al corpo insaccato. L’infermiera tira fuori un rotolo di nastro nero. Si accovaccia e fa bene attenzione a non attaccare il suo guanto mentre incolla la striscia sul pavimento intorno al letto. Istintivamente, passo dall’altro lato di questo rettangolo tracciato intorno al corpo, come una zona sacra che tagli una linea di fuoco. Lasciamo la camera. Aspettiamo nel corridoio. Un’assistente arriva. Rientriamo in camera, dice l’infermiera. Ci rifugiamo lì, guardo la custodia, il ritratto accanto. Fuori discussione di incrociare i nostri colleghi e contaminare chiunque, mi spiega l’infermiera, siamo pieni di Covid addosso. Scuoto la testa. Usciamo di nuovo. Un uomo e due ragazzini in camice, maschera, guanti e cuffietta in testa si presentano. I figli guardano il padre. Lascio che parli l’infermiera. Lei è il marito della signora, suppongo. L’uomo risponde di sì. Vi spiego come funziona. Bisogna che mi ascoltiate bene, bambini, e soprattutto che teniate bene la mano di papà. Gliel’ho spiegato bene, dice l’uomo facendo un gran respiro. Avete venti minuti, noi resteremo in un angolo della camera, dietro di voi, la nostra presenza è prevista dal regolamento. Non dovete oltrepassare la linea nera sul pavimento, per nessuna ragione. Non toccate niente, assolutamente niente, d’accordo, ragazzi? Avete il permesso di toccare papà, solo papà, niente altro, neanche noi. Capito, ragazzi? Insiste il padre stringendo forte le mani dei figli. Sì, papà, risponde la bambina. Sì, papà, risponde suo fratello. Bene, ragazzi, dice l’infermiera, quanti anni hai? Sei anni, dice la bambina. E tu? Undici anni, risponde il ragazzo. Abbiamo bisogno ancora di due piccoli minuti prima di farvi entrare, restate qui. L’infermiera apre la porta, io la seguo. Chiudo dietro di me. Accendo l’interruttore di presenza. Lei apre la custodia dall’alto in basso. Incastra un lembo della custodia sotto la spalla, così. Osservo l’infermiera bloccare la tela, copio il suo gesto. La custodia sparisce, ripiegata sotto il corpo diventato presentabile. Ora tenta di incastrare la tela al lato delle gambe tra il materasso e il telaio di ferro, per aprirla al massimo. Ne prendo un lembo all’altezza delle ginocchia e lo incastro sotto il materasso. Perfetto, non ci resta che verificare che le mani non si spostino e che la mascella tenga, precisa l‘infermiera, se si muove davanti alla famiglia è una catastrofe, capisci? Capisco. L’infermiera smuove delicatamente il corpo. Tiene. Falli entrare. Mi giro. Vado ad aprire la porta. Potete andare, dico all’uomo che entra, i figli incollati a lui. Raggiungo l’infermiera che si è fatta piccola nell’angolo. Il primo a scoppiare a piangere è il ragazzo. Le sue lacrime mi straziano. La mia vista si offusca. Il padre stringe forte suo figlio e sua figlia contro di lui. Sono di spalle. I loro corpi sono scossi. L’uomo scoppia in singhiozzi. Ingoio la mia saliva. Guardo di sottecchi l’infermiera accanto a me. Non si muove. Ha gli occhi rossi. La sua maschera è bagnata. La mia mi dà fastidio. Tento di spostarla aprendo la mascella. Sono minuti interminabili. La bambina ripete mamma? come se si aspettasse che sua madre le risponda. Chiede al padre se sua madre la sente. Il padre riesce a malapena a formulare una frase. Non lo so, Adèle. La piccola Adèle chiede a suo fratello che non gli risponde. Si gira verso di noi. Signora, la mia mamma mi sente? La mia collega avanza di qualche centimetro. Si accovaccia per parlare alla bambina: ascoltami, la tua mamma non può parlarti ma ti sente, tu puoi dirle quello che vuoi, ok? La bambina si gira, guarda il corpo immobile, si gira di nuovo: lei è sicura? Sicurissima, afferma la mia collega. Adèle si rimette accanto a suo padre, e dice: Ti voglio bene, mamma, ti voglio tanto, tantissimo bene, spero che ci rivedremo. Suo fratello si accoda: ti voglio tantissimo bene, mammina. Il padre si unisce ai figli: ti amiamo, mia cara. Il loro dolore si riversa, brutale, violento, la mia collega e io usciamo. Non oltrepasseranno la linea, mi dice l’infermiera, hanno diritto a questo ultimo momento a quattro, il seguito appartiene a loro. Lasciamo la stanza, lasciamo la spia di occupato, ci sistemiamo in un’ansa del corridoio, invisibili a tutti. L’infermiera e io ci guardiamo. Ho una bambina della stessa età, mi confessa. Anche io, rispondo, è dura. Sì, è dura, non ci si abitua, credimi. E aggiunge: dobbiamo prepararci a fare questo quattro, cinque volte al giorno, forse di più, ti senti pronto? Si vedrà, rispondo, prima di fare silenzio e attendere il trascorrere dei minuti. L’infermiera rientra. Chiudo la porta dietro di me. È l’ora, dice lei. L’uomo e i suoi figli sono calmi. Sono più calmi adesso. Il ragazzo non stacca gli occhi dalla madre. Le dice arrivederci mamma e ricomincia a piangere. Suo padre gli dice che bisogna andare via. No, papà. Il padre insiste. No, papà, non posso. Il padre mi guarda. Cerca aiuto. La mia collega interviene: il tempo regolamentare è passato, ragazzo mio, adesso bisogna lasciare andar via la tua mamma. Il corpo del ragazzo è teso. Non ci riesco, signora. L’infermiera mi guarda. Alzo le spalle. Mi sento inutile. Se vuoi, dice l’infermiera, puoi lasciare qualcosa per terra, io la raccolgo e la do a tua madre perché la conservi con sé. Il viso del ragazzo si illumina, il suo corpo si rianima, si fruga nelle tasche. Va nel panico e dice non ho niente. Guarda sua sorella, suo padre, sua madre. Riflette. Ho trovato, dice. Indica la foto di famiglia sul comodino. Voglio che mamma ci abbia con sé, non voglio che resti tutta sola. D’accordo, ragazzo mio, fa l’infermiera che oltrepassa la linea nera e prende la cornice. Posso appoggiarla sul cuore della tua mamma, così tu, tua sorella e papà resterete con lei, ti va? il ragazzo annuisce e sorride un po’. L’infermiera posa la foto con mille precauzioni. La sorella prende per mano suo fratello. È più piccola di lui, ma sarà lei la mamma di cui il fratello ha bisogno in questo momento. Il maggiore accetta la mano della sorella, si gira e si dirige verso la porta. Aspetta, dice l’infermiera, non toccare la porta, viene il mio collega ad aprirla. Chiedo che si allontanino per lasciarmi passare. Apro la porta. Ringraziano. L’infermiera augura loro molto coraggio. Anche io. Porta chiusa, la mia collega mette la cornice sotto le mani del cadavere: altrimenti rischia di cadere durante il trasporto. Questa donna non lascia niente al caso. Libera la custodia dal suo lato, io dal mio. Chiudiamo la zip. Fa un gran sacco bianco sul letto. La barella dovrebbe arrivare, avverte la mia collega che tira fuori le forbici dal cassetto del carrello, si accovaccia, gratta l’estremità del nastro con la punta, stacca la striscia nera facendo attenzione a non incollare i suoi guanti con l’adesivo. Bussano alla porta. Apro. Una barella. Ringrazio e la sposto nella camera accanto al letto. Issiamo il corpo sopra e lasciamo la camera. Spingo la barella fino a dentro l’ascensore, l’infermiera trascina il carrello. Premo sul bottone meno uno. Il tempo di questo corto tragitto verso il sottosuolo, ripenso a questa mail che non finisce di turbarmi. L’ultima visita al defunto, c’è scritto alla fine, durerà venti minuti, sarà limitata a due persone, previo appuntamento preso con gli agenti della camera mortuaria. Ciò che infine capisco, dice la mail, si chiama L’addio al volto. Ecco il mio grande ideale, questo ideale di una tale forza che, oltre a aiutarmi a spingere la signora sotto i neon del sottosuolo, mi spinge a scrivere il diario di questa autentica tragedia: dire addio al volto di coloro che amiamo, al volto che era ancora di questo mondo, non più tardi di ieri.

Traduzione dal francese di Giorgio Parentela.


L’adieu au visage

David Deneufgermain

Rares sont les mails en provenance du travail capables de me bouleverser : m’agacer oui, me faire rire parfois, me bouleverser non. Exception donc de ce mail envoyé cet après-midi par le pôle hospitalier de santé publique auquel j’appartiens. Son titre : fonctionnement de la chambre mortuaire et de l’équipe mobile réalisant les toilettes mortuaires au chevet du patient décédé du covid. Y est expliquée la procédure à suivre : un agent de la chambre mortuaire se déplace au chevet du défunt pour réaliser la toilette funéraire en binôme avec un aide-soignant. Compte-tenu de la technicité de ce dernier soin, du temps nécessaire à le réaliser et, surtout, du nombre important de décès à venir, un recrutement doit s’effectuer. Je m’interroge : comment va-t-on recruter les gens chargés de prodiguer les soins destinés aux morts du coronavirus ? Sur quels critères ? quelles aptitudes ? Le mail ne le dit pas. Il précise que ce sera sur la base du volontariat. Vouloir le faire serait-il donc une qualité nécessaire et suffisante ? Quel genre de personne peut vouloir accomplir une telle mission ? D’où peut venir la motivation à laver un corps qu’une gifle ne marque plus, pour reprendre les mots de Camus ? Comment, alors que l’hôpital réclame son lot d’aidants pour sauver les vivants, se pourrait-il que les défunts m’attirent à leur chevet ? Plutôt que sur les corps en mal d’oxygène et encombrés de sécrétions, pourquoi serait-ce sur leurs chairs refroidies que mes yeux voudraient se pencher ? Comment se pourrait-il que j’en vienne à vouloir enfiler une blouse, un masque, des surchaussures, des gants montés jusqu’aux coudes, des lunettes en plexiglas et un tablier avec pour seul légitimité à cet accoutrement toiletter le corps d’un mort avant d’en boucher les orifices ? Ainsi fagoté, il me faudrait une solide motivation pour prendre l’ascenseur au sous-sol et appuyer sur le bouton chargé de me propulser dix, vingt, trente-mètre au-dessus de la surface de la terre vers cette chambre d’hôpital où le covid aurait eu raison de l’un des nôtres. Il me faudrait une grande idée, une idée d’une force telle qu’elle m’aide à trainer ma carcasse apeurée dans le long couloir de ce service où je pousserais mon charriot avec le matériel à usage unique destiné à honorer une dernière fois cet homme ou cette femme immobile sur son lit et qui m’attend. Armé de ce que d’autres habilleront du mot foi et qui n’a pas trouvé chez moi le mot qui en épuiserait la vérité, je ne frapperais pas à la porte, conscient que l’occupant de la chambre n’est plus de ceux qui peuvent être dérangés. Devant la porte de cette chambre, hésitant à entrer, j’interrogerais encore et toujours la nature de cette grande idée qui me pousse à rejoindre les volontaires pour le service funéraire de l’hôpital, service dont il est écrit dans le mail qu’il œuvrera à la préparation du mort de huit heures à vingt heures en semaine et de huit heures à dix-sept heures le week-end – un service de garde en cas de décès en dehors des horaires d’ouverture est également mis en place. Le mail précise que la toilette funéraire doit continuer à se faire dans la chambre du défunt avec positionnement de ce dernier dans une housse funéraire pour le transfert en chambre mortuaire. Masqué et ganté, je poserais la main sur la poignée de porte, je me répèterais obsessionnellement les consignes : allumer le voyant de présence afin de n’être pas dérangé, déchirer l’emballage plastique de la housse mortuaire posée sur le charriot, en déplier les deux mètres vingt, vérifier la fermeture en haut et en bas - ce n’est pas une fois le mort dedans qu’il faudra vous apercevoir, monsieur, qu’il est impossible de la fermer m’aura-t-on prévenu en même temps que je signais en bas du contrat. Votre rôle est d’assister l’infirmier qui s’occupera des derniers soins, lui faciliter le travail. Pourquoi suis-je venu ? Qu’est-ce que je fous là ? Maintenant il faut y aller, tes questions ne servent à rien sinon à différer ta rencontre avec le réel. Alors je me lance, je pousse la porte. À l’intérieur de la chambre, une infirmière m’attend. C’est ta première toilette ? Je dis oui. Alors, bienvenue, je te montre. L’infirmière dégage les bras du mort au-dessus des draps. Les cathéters sont retirés, les poches de perfusion jetées, les dernières gouttes de sang épongées. Donne-moi du coton. Je tends une pelote de ouate. L’infirmière en arrache un morceau et exécute des mouvements avec ses doigts comme on roulerait une cigarette. Elle utilise le coton pour fermer les yeux du défunt. On va commencer par déshabiller le corps, m’explique-t-elle. Elle me guide et me montre comment s’y prendre. Elle descend le haut du drap, remonte le bas du drap qui forme une bande perpendiculaire au lit couvrant le sexe du défunt. Son intimité continue d’être. Elle lui enlève sa montre, son bracelet. Son alliance reste coincée : tant pis, consigne ça dans l’inventaire qui se trouve dans le tiroir du charriot. Je note bracelet, montre. L’infirmière repositionne la langue dans la bouche, la bouche elle-même. Peux-tu couper une bande Velpeau de la longueur de ton avant-bras ? tu en trouveras une dans le tiroir. Je déroule la bande, prends la paire de ciseau. J’en coupe quarante centimètres. L’infirmière la passe sous la mâchoire du défunt et fait un nœud au-dessus de son crâne. Remplis une bassine d’eau tiède, s’il te plait. Je file aux sanitaires. Difficile d’apprécier la température de l’eau avec mes gants. La peau grise est lavée. On commence toujours par le visage pour finir par le bas, dit-elle. Je hoche la tête. J’observe les gestes. J’apprends. Je veux savoir, je préfère savoir. Ce qui est sorti du corps est récupéré, jeté, du coton est placé là où il faut. L’infirmière me demande de soulever le drap au-dessus du bassin de la dame le temps nécessaire à ce qu’elle y glisse son gant pour nettoyer. Je m’exécute. Elle a dit la dame. Ça me fait bizarre. Malgré mes gants, je les sens : les draps sont chauds. Que reste-t-il de la vie de cette femme dans la chaleur des draps et du corps en train de partir ? Se pourrait-il que la dame me regarde faire, invisible, quelque part dans le coin de sa chambre ? Je me surprends à dériver vers la métaphysique. Je reviens à ce corps, me dis que ce n’est qu’un corps, un corps sans vie. En même temps, je me convaincs que ce n’est pas rien un corps sans vie. Eh, tu rêves ou quoi ! dit l’infirmière, la famille arrive dans trente minutes, passe-moi une serviette, ça fait déjà deux fois que je te le demande. Pardon, dis-je. J’en tends une à l’infirmière qui sèche les plis et la peau sous le drap que je laisse retomber délicatement sur le bassin de la dame. Sèche le reste du corps le temps que je place tout ça dans un sac fermé, me dit-elle en me rendant la serviette. Tout ça, ce sont les linges, serviettes, cotons souillés mis dans un sac destiné aux déchets contaminés. L’infirmière inspecte l’armoire. Je fais remarquer à l’infirmière qu’un jean pend sur un cintre. Une robe c’est mieux, plus pratique. Elle en dégote une sur l’étagère. L’infirmière sort une couche hygiénique d’un paquet placé sous le charriot. Tu m’aides ? Je soulève le bassin de la dame, toujours recouvert par le drap. L’infirmière passe la couche, l’agrafe sous le drap. Parfait, me dit-elle. Le drap est retiré, jeté dans un panier en tissu. Je repose le corps sur le matelas. Nous enfilerons la robe par le haut, on va commencer par le bras de ton côté, c’est plus simple. Je plie le bras et le passe dans la robe. L’infirmière prend le relais, manœuvre le corps, incline délicatement la tête, la soulève, passe la robe, la descend sur le buste et glisse progressivement le drap. La dame est immobile dans sa robe sur son lit. L’infirmière me désigne une boîte sur le charriot : dedans tu trouveras un peigne, passe-le moi ainsi que le ciseau. Je les lui donne. Tiens la tête s’il te plait. Je place mes mains contre les joues encore tièdes. L’infirmière coupe la bande Velpeau. La mâchoire reste en place. Les mouvements donnés au peigne restituent son volume naturel à la chevelure. Le corps a perdu son aspect supplicié. Essaie de donner à la dame une position aussi naturelle que possible. Je prends ses bras que je joins sur l’abdomen, comme dans les films. Je rapproche ses jambes et ses cuisses. Si tu ne lui mets pas de chaussures, comment va-t-elle marcher ? J’ai le droit à un clin d’œil au-dessus du masque. Au bas de l’armoire, il y a une paire de Pataugas, celle avec laquelle la dame a dû arriver dans son jean. L’infirmière comprend mon hésitation. Enfile-les lui, ne t’inquiète pas, ça leur ira. J’enfile les chaussures sans me demander qui est le leur de ça leur ira. Ce n’est pas à la dame que les chaussures doivent aller mais à eux : le fils, la fille et le mari en route vers l’hôpital. Pataugas enfilées, je me recule et regarde, comme un peintre bras tendu et pouce dressé apprécie la perspective donné à son trompe l’œil. Qu’est-ce que tu en penses ? L’infirmière me sourit, du reste je suppose, car je ne vois pas son visage. La contraction des pattes d’oie au-dessus du FFP2 me fait dire qu’elle sourit. On dirait qu’elle dort, dis-je. Exact, maintenant la housse, amène-la. J’en déchire l’emballage et la tend à l’infirmière. Prends-la à un bord, je m’occupe de l’autre. Nous nous reculons comme si nous nous apprêtions à déplier du linge de lit sorti de l’armoire. Vérifie la fermeture du haut pendant que je vérifie celle du bas. Nous actionnons à tour de rôle les glissières. Tout fonctionne. Nous enfilons la housse par le dessus et la glissons sous le corps. Bascule la dame vers toi le temps que je zippe. Je pose une main sur l’épaule et le bassin. Je tire le corps vers moi. La housse est fermée sous le corps. Je replace la dame sur le dos, engoncée dans sa housse. J’ouvre la glissière du dessus. Non, dit l’infirmière, pourquoi ouvrir ? Pour qu’elle respire, allais-je répondre. La dame les attend eux, dit l’infirmière en prenant le cadre photo dans l’armoire et en me le mettant sous le nez. La photo est prise dans un jardin, la famille au complet pose devant une balançoire. Je compare le visage souriant de la femme dans ce jardin avec celui vu l’instant précédant la fermeture de la housse. L’infirmière rapproche la table de chevet de la tête de lit. Elle enlève la pompe à morphine et pose à sa place le portrait de famille. Ça change tout, n’est-ce pas ? L’infirmière me regarde. Je fais oui de la tête. Je regarde l’incongruité de cette photo à côté du corps ensaché. L’infirmière sort un rouleau de gaffe noir. Elle s’accroupit et fait bien attention de ne pas scotcher son gant en collant la bande sur le sol autour du lit. D’instinct, je passe de l’autre côté de ce rectangle tracé autour du corps, comme une aire sacrée que découperait une ligne de feu. Nous quittons la chambre. Nous attendons dans le couloir. Une aide-soignante arrive. Rentrons dans la chambre, dit l’infirmière. Nous nous y réfugions, je regarde la housse, le portrait à côté. Hors de question de croiser nos collègues et contaminer qui que ce soit, m’explique l’infirmière, nous sommes pleins de covid sur nous. Je hoche la tête. Nous ressortons. Un homme et deux enfants en blouse, masque, gants et charlotte sur le crâne se présentent. Les enfants regardent leur père. Je laisse l’infirmière parler. Vous êtes le mari de madame je suppose ? L’homme répond oui. Je vous explique comment cela va se passer. Il faut bien m’écouter les enfants et surtout bien tenir la main de papa. Je leur ai bien expliqué, dit l’homme en prenant une grande inspiration. Vous avez vingt minutes, nous nous tiendrons dans un coin de la pièce, derrière vous, notre présence est réglementaire. Vous ne franchissez pas la ligne noire qui se trouve au sol, sous aucun prétexte. Vous ne touchez à rien, rien du tout, d’accord les enfants ? vous avez le droit de toucher papa, juste papa, rien d’autre, même pas nous. D’accord les enfants ? insiste le père en prenant fermement la main de ses enfants. Oui papa, répond la petite fille. Oui papa, répond son frère. C’est bien les enfants, dit l’infirmière, tu as quel âge ? Six ans dit la fille. Et toi ? Onze ans, répond le garçon. Nous avons encore besoin de deux petites minutes avant de vous faire entrer, restez ici. L’infirmière ouvre la porte, je la suis. Je referme derrière moi. J’appuie sur le bouton de présence. Elle ouvre la housse de haut en bas. Coince un morceau de la housse sous l’épaule, comme ça. Je regarde l’infirmière emprisonner la toile, je copie son geste. La housse se fait oublier, rabattue sous le corps devenu présentable. Maintenant, essaie de coincer la toile côté jambe entre le matelas et la ferraille pour ouvrir au maximum. J’en prends un morceau à hauteur du genou et le coince sous le matelas. Parfait, il nous reste à vérifier que les mains ne bougeront pas et que la mâchoire tiendra, précise l‘infirmière, si ça bouge devant la famille c’est la catastrophe, tu comprends ? Je comprends. L’infirmière mobilise très délicatement le corps. Ça tient. Fais-les entrer. Je tourne les talons. Je file ouvrir la porte. Vous pouvez y aller, dis-je à l’homme qui entre, ses enfants collés contre lui. Je rejoins l’infirmière qui s’est faite toute petite dans le coin. Le premier à crier est le garçon. Ses pleurs me déchirent. Ma vue se brouille. Le père serre fort son fils et sa fille contre lui. Ils sont de dos. Leurs corps s’agitent par secousses. L’homme éclate en sanglots. Je ravale ma salive. Je guette l’infirmière à mes côtés. Elle ne bouge pas. Ses yeux sont rouges. Son masque est trempé. Le mien me gêne. Je tente de le mobiliser en ouvrant ma mâchoire. Ce sont d’interminables minutes. La petite fille répète maman ? comme si elle attendait de sa mère qu’elle réponde. Elle demande à son père si sa mère l’entend. Le père a du mal à faire une phrase. Je ne sais pas, Adèle. La petite Adèle demande à son frère qui ne lui répond pas. Elle se tourne vers nous. Madame, est-ce que ma maman elle m’entend ? Ma collègue s’avance de quelques centimètres. Elle s’accroupit pour parler à l’enfant : écoute-moi, ta maman ne peut pas te parler mais elle t’entend, tu peux lui dire ce que tu veux, d’accord ? La petite fille se retourne, regarde le corps immobile, se tourne à nouveau : vous êtes sûre ? Certaine, affirme ma collègue. Adèle se replace à côté de son père, elle dit Je t’aime maman, je t’aime très très fort, j’espère qu’on se reverra. Son frère lui emboîte le pas : je t’aime très très fort ma petite maman. Le père se joint à ses enfants : on t’aime ma chérie. Leur chagrin se déverse, brutal, violent, ma collègue et moi sortons. Ils ne franchiront pas la ligne me dit l’infirmière, ils ont le droit à ce dernier moment à quatre, la suite leur appartient. Nous quittons la pièce, laissons le voyant de présence, nous plaçons dans un renfoncement du couloir, invisibles de tous. L’infirmière et moi nous regardons. J’ai une fille de son âge me confie-t-elle. Moi aussi, dis-je, c’est dur. Oui c’est dur, on ne s’habitue pas, crois-moi. Elle rajoute : nous devons nous préparer à faire ça quatre, cinq fois par jour, peut-être plus, tu te sens prêt ? On verra, dis-je, avant de faire silence et attendre que les minutes passent. L’infirmière rentre. Je ferme la porte derrière moi. C’est l’heure, dit-elle. L’homme et ses enfants sont calmes. Leurs corps sont moins bruyants. Le garçon ne quitte pas sa mère des yeux. Il dit au revoir maman et se remet à pleurer. Son père lui dit qu’il faut y aller. Non, papa. Le père insiste. Non, papa, je ne peux pas. Le père me regarde. Il cherche du secours. Ma collègue intervient : le temps réglementaire est passé mon garçon, il faut laisser ta maman partir maintenant. Le corps du garçon est tendu. Je n’y arrive pas, madame. L’infirmière me regarde. Je hausse les épaules. Je suis inutile. Si tu le souhaites, dit l’infirmière, tu peux déposer quelque chose sur le sol, je le ramasse et je le donne à ta mère pour qu’elle le garde avec elle. Le visage du garçon s’ouvre, son corps s’active, il palpe sa poche. Il panique et dit je n’ai rien. Il regarde sa sœur, son père, sa mère. Il réfléchit. Je sais, dit-il. Il désigne la photo de famille sur la table de chevet. Je veux que maman nous ait avec elle, je veux pas qu’elle reste toute seule. D’accord mon garçon, dit l’infirmière qui franchit la ligne noire et prend le cadre. Je peux le poser délicatement sur le cœur de ta maman, pour que toi, ta sœur et papa restiez avec elle, ça te va ? le garçon hoche la tête et sourit, un peu. L’infirmière pose la photo avec beaucoup de précautions. La sœur prend la main de son frère. Elle est plus grande que lui, elle sera la maman dont son frère a besoin maintenant. Le grand-frère accepte la main de sa sœur, tourne les talons et se dirige vers la porte. Attends, dit l’infirmière, ne touche pas la porte, mon collègue va l’ouvrir. Je demande que l’on s’éloigne afin de me laisser passer. J’ouvre la porte. Ils disent merci. L’infirmière leur souhaite beaucoup de courage. Moi aussi. Porte fermée, ma collègue place le cadre sous les mains du défunt : il risquer de tomber pendant le transport, sinon. Cette femme ne laisse rien au hasard. Elle dégage la housse de son côté, moi du mien. Nous la zippons. Ça fait un grand sac blanc sur le lit. Le brancard devrait arriver, prévient ma collègue qui sort la paire de ciseau du tiroir du charriot, s’accroupit, gratte l’extrémité de la gaffe avec la pointe, décolle la bande noire en prenant soin de ne pas prendre ses gants dans l’adhésif. On tape à la porte. J’ouvre. Un brancard. Je remercie et le place dans la chambre à côté du lit. Nous hissons le corps dessus et quittons la chambre. Je pousse le brancard jusque dans l’ascenseur, l’infirmière traine le charriot. J’appuie sur le bouton moins un. Le temps de ce court voyage vers le sous-sol, je songe à ce mail qui n’en finit pas de me bouleverser. La dernière visite au défunt, y est-il écrit en toute fin, durera vingt minutes, sera limitée à deux personnes, après rendez-vous pris avec les agents de la chambre mortuaire. Ce que je viens de réaliser, dit le mail, se nomme L’adieu au visage. La voilà ma grande idée, cette idée d’une force telle que, en plus de m’aider à pousser la dame sous les néons du sous-sol, elle va me pousser à écrire le journal de cette authentique catastrophe : dire adieu au visage de ceux que nous aimons, au visage qu’avait encore ce monde, pas plus tard qu’hier.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 13 maggio 2020