L’abisso

Marilia Mazzeo



Il primo venerdì di aprile, portando il cane a fare il giretto del mattino, alle sette, Max fece un incontro curioso. Svoltato l’angolo di calle Schiavona, si trovò quasi faccia a faccia con una ragazza, nello stesso momento in cui Barù cominciava ad abbaiare forte. Tra Max e la ragazza c’erano tre o quattro metri, ma entrambi ebbero l’impulso di arrestarsi di colpo e si scambiarono un sorriso nervoso, che rimase nascosto sotto le mascherine. Il cane tirava il guinzaglio; solo dopo qualche secondo Max abbassò lo sguardo e si accorse che non abbaiava alla ragazza ma a un gatto, un piccolo gatto nero che si era immobilizzato accanto a lei.
“Buono, Barù, buono,” disse con voce stentorea, con uno strattone al guinzaglio, e subito il cane si calmò.
“Per favore, le dispiace allontanarsi con il suo cane?” disse la ragazza.
“Certo. Andiamo,” rispose Max, e sentì il bisogno di aggiungere: “Ma non è pericoloso. È molto ubbidiente.”
“Può darsi,” concesse lei. Era rimasta immobile, quasi come il gatto. “Ma con gli animali non si sa mai.”
“È suo quel gattino?”
“Sì, è mia. È una femmina, Nina.”
“La porta a spasso come si fa con i cani?” D’impulso Max aveva pensato a una scusa per uscire di casa. Erano in quarantena, a causa del Virus, da trentadue giorni; non poche erano le persone che cercavano pretesti per uscire. Chi possedeva un cane era spesso invidiato, perché aveva il permesso di accompagnarlo a fare un rapido giro intorno all’isolato; non che fosse questo gran piacere, uscire di casa nella desolazione della città deserta. Tutti i negozi chiusi, i bar, i ristoranti, le scuole, le palestre, gli alberghi, i cinema, le biblioteche, tutto era sbarrato, tranne il supermarket, con una lunga fila di persone fuori, che aspettavano pazienti, l’una a due metri dall’altra, il proprio turno. Portare fuori Burò era diventata un’incombenza come un’altra.
“Non proprio,” rispose la ragazza, facendo qualche passo avanti. Si muovevano entrambi nella stessa direzione, tenendo cautamente le distanze, e presto raggiunsero insieme la Riva, inondata del primo sole del mattino: si annunciava una giornata splendida, sotto un cielo limpidissimo e blu. “Di solito esce da sola. Ma qualche volta, quando ho tempo, mi piace accompagnarla. Lei è contenta. Può sembrare strano, ma è contenta. Io che la conosco bene, lo vedo.”
“Davvero?”
“Abitiamo qui a due passi, lei va matta per il giardino della Marinaressa, ci passa le giornate. Lo facevo anche prima della quarantena, accompagnarla; ma più raramente, perché non avevo mai tempo. Adesso di tempo ne ho.”
“Eh.”
La ragazza era alta e sottile, con grandi occhi azzurri e lunghi riccioli bruni: ci si poteva azzardare a definirla bella, o addirittura bellissima, anche se due terzi del suo viso erano nascosti da un’ampia mascherina. Indossava anche i guanti di lattice, non obbligatori all’aperto. Max si sistemò meglio, sul naso, la mascherina, che portava sempre un po’ lasca, perché gli dava fastidio e perché non aveva fiducia nel suo potere protettivo.
“Mi sedevo su una panchina e lei giocava intorno a me,” continuava lei. “Andava a caccia di lucertole e me le portava morte, oppure si arrampicava sugli alberi e saltava giù, per farmi vedere quant’è brava.”
Ora camminavano, per così dire, fianco a fianco, pur tenendosi a due metri di distanza. La gattina seguiva la ragazza, tenendosi vicina alle sue caviglie, ma cambiando lato di continuo, irrequieta. Barù, dall’altro lato, camminava tranquillo. “È piccola?”
“No, è adulta, ma è giovane. Ha tre anni.”
“Molto carina.”
“Grazie. Adesso il giardino è chiuso, per la quarantena. La accompagno fino al cancello e mi fermo lì, lei sembra sorpresa, delusa. Per un po’ restiamo così, una di qua e una di là dal cancello, poi si rassegna e se ne va a divertirsi per conto suo, io vado a comprare il pane e poi torno in clausura.”
“Anche il mio cane sembra stupito di vedere le strade vuote.”
“Non capiscono cosa è successo.”
“Già.”
“Bello il suo cane, è un border collie?”
“Be’, solo a metà. Si chiama Barù. E io mi chiamo Max.”
“Io Nora. Piacere.”
Erano arrivati al giardino. La gatta entrò attraverso le sbarre e si girò a guardare la sua padrona. Sembrava effettivamente sorpresa e delusa di vederla restare fuori. Emise un miagolio acuto, guardandola. “Ha visto? Sembra proprio che mi stia chiedendo perché non entro.” Risero.
Max si sarebbe fermato volentieri a fare due chiacchiere: la ragazza era bella e simpatica e lui non parlava con nessuno, se non al telefono, da parecchi giorni. Si sentiva leggero, quasi felice, dopo tanta angoscia, perché il giorno prima, dopo molte telefonate in banca e molti moduli da compilare e inviare con relativi allegati, era riuscito a sospendere la restituzione del finanziamento. Ma ebbe paura di essere importuno. “Allora, buona giornata.”
“Buona giornata.”

Il giorno seguente uscì alla stessa ora, ma non la incontrò. Qualche giorno dopo, costeggiando il giardino, vide la gattina nera di là dalle sbarre: saltava nell’erba alta e sembrava felice. Di nuovo, Barù le abbaiò contro, e Max dovette sgridarlo: ma la gatta rimase stavolta imperturbabile, sapendo di essere protetta dalla cancellata, gli gettò appena uno sguardo altezzoso e continuò con le sue capriole.
Rivide la ragazza quel giorno stesso, nel pomeriggio: era in coda davanti alla farmacia. Le chiese se stava bene, e Nora rispose che sì, stava benissimo, grazie, aveva bisogno di una medicina per il padre, che comunque stava abbastanza bene anche lui. Raccontò in fretta che il padre abitava a poca distanza da lei, per fortuna, così poteva passare ogni giorno a trovarlo, perché era solo e un po’ depresso. Si affacciava alla finestra, al primo piano, per parlarle; Nora faceva la spesa per lui e gliela lasciava appesa alla maniglia del portone. Quel giorno non ci fu modo di scambiarsi altre informazioni: vicino a tutte quelle persone che, annoiate dall’attesa, avevano teso le orecchie, Max non poté far altro che dirle arrivederci guardandola dritto negli occhi, sperando che lei cogliesse l’implicito invito. E lei lo colse, forse, perché la mattina dopo, alle sette, si incontrarono di nuovo, lui col cane e lei con la gatta, nei pressi del giardinetto pubblico.
Questa volta si fermò a parlare: la ragazza sembrava felice di vederlo, e propose di passare al tu. Nina era al sicuro dietro le sbarre e Max allungò il guinzaglio di Barù in modo che potesse giocare a rincorrere i piccioni. Era di nuovo una splendida giornata: la laguna scintillava sotto il sole fresco del mattino.
“Siamo fortunati, a stare qui.” disse Nora. “Con il limite dei duecento metri da casa… c’è gente che vive nel centro di Venezia, fra tutte quelle calli strette e buie, poco piacevoli per passeggiare e soprattutto poco sicure, perché non è possibile mantenere le distanze tra le persone… qui invece è così bello, e c’è tanto spazio, tanta aria, e acqua.”
“È vero, è una bella zona,” concordò lui. “Io sono nato qui.”
Lei raccontò di essere nata e cresciuta a Verona, dove il padre veneziano dirigeva una filiale di banca; in pensione era tornato nella sua città con la moglie, ma da qualche mese era rimasto solo, e Nora era venuta a stare qui per essergli vicina, era anziano e malmesso in salute, e anche perché Venezia le era sempre piaciuta. “È bello vivere senza macchine, senza gas di scarico,” disse, e lui era d’accordo. “È bello vivere a un passo dal mare,” rincarò, e lei era d’accordo. Tenendosi distanti l’uno dall’altra, dovevano alzare la voce un po’ più del normale, e a entrambi veniva d’istinto guardarsi intorno, spesso, per vedere se qualcuno li ascoltasse; ma intorno non c’erano che finestre chiuse, le case allineate sulla Riva erano state da tempo adibite al turismo e ora erano vuote, le finestre sbarrate. Si vedevano solo rari passanti, con il cane, o con il carrello della spesa. Sul paesaggio splendido, e radioso di primavera, pesava un’atmosfera malinconica, densa di paura e di rabbia nascoste nel chiuso delle case; ma Nora e Max erano allegri.
Parlarono di spiagge, di biciclette, di isole, di gite in laguna. Max amava la natura, come Nora, ma il bar che aveva aperto con gli amici l’estate precedente lo aveva tenuto lontano da tutto, le spiegò: era strano, proprio ora che era libero dal lavoro, e che la primavera era tornata in tutto il suo splendore, non poterne approfittare. “Speriamo che finisca presto quest’incubo,” si dissero, con lo stesso sorriso timido e insieme fiducioso; e pareva che si promettessero l’un l’altra una giornata passata insieme nel verde, nella brezza profumata di salso e di fiori.
Max aveva lavorato così tanto che non aveva avuto tempo nemmeno per le ragazze, e solo ora se ne accorgeva, e si sentiva rinascere dentro qualcosa di tenero. Forse la quarantena poteva davvero essere, per lui, un’opportunità, come molti sostenevano?
A patto che finisse presto, però. “Speriamo che il lockdown funzioni,” disse. La sera prima, in televisione, il primo ministro aveva decretato altre due settimane di isolamento. La direttiva si rinnovava a scadenza regolare, ogni quindici giorni.
“Deve funzionare per forza, dobbiamo solo aspettare che la curva dei contagi si abbassi, tutto dipende da questo,” disse Nora.
“Ancora un mesetto, spero non di più,” azzardò lui.
“Per chi vive solo non dev’essere facile. Io divido l’appartamento con un’altra ragazza. Sono single. E tu? sei sposato?” indagò Nora.
“No, sono solo,” confessò Max volentieri, sorpreso e contento dalla franchezza di lei. “E anch’io vivo con un amico, ma adesso sono solo. Il mio amico ha scelto di passare la quarantena con la sua ragazza. Barù è suo, veramente. Io non avrei potuto prendere un cane, i cani hanno bisogno di compagnia, io sono sempre al bar. Ma mi piacciono molto, e Stefano me l’ha lasciato volentieri, perché la sua ragazza non lo voleva in casa. Così ora me ne occupo io. Mi fa molta compagnia. È bello avere un cane.”
“Adesso però vuole andarsene,” commentò Nora indicando Barù, che tirava il guinzaglio. Si era stufato di giocare con i piccioni e voleva rimettersi in marcia.
“Sì, devo andare” ammise Max, scontento.
“Anch’io,” disse Nora. “Sai, è vietato stare fermi così a chiacchierare. Si può camminare intorno a casa per fare attività motoria, ma fermarsi a chiacchierare no: se passano i vigili ci fanno la multa.”
Era vero, e si separarono a malincuore, dandosi appuntamento per il mattino seguente. Nora fischiò verso il giardino, la sua gattina accorse, e lei si piegò con grazia per accarezzarla e salutarla, e poi lanciò un ultimo sorriso a Max -si capiva dagli occhi, che sorrideva- e se ne andò.

Nei giorni successivi si videro quasi ogni mattina, e nonostante il divieto si fermarono ogni volta a chiacchierare per dieci o quindici minuti, il tempo che Barù gli concedeva prima di reclamare la sua passeggiata. Parlarono di mascherine, di guanti, di disinfettanti, di tamponi, di test sierologici, di terapia del plasma. Parlarono della situazione in Giappone, negli Stati Uniti, in Sud Corea, in Svezia. Parlarono di tutte quelle cose di cui parlava la gente, da quando era arrivato il Virus.
Il Venerdì Santo si dissero che strana Pasqua sarebbe stata, chiusi in casa, lontano dalle famiglie e dagli amici, mentre fuori il sole splendeva inutilmente sulla laguna, sulle spiagge e sui prati deserti.
La mattina di Pasqua Max le portò un piccolo uovo di cioccolata, che aveva comprato la sera prima. Nora ne fu sorpresa e felice; lo ringraziò con calore. “Ti darei un abbraccio,” disse, e poiché non era possibile, si avvicinò per toccargli il gomito con il gomito, l’unico gesto affettuoso consentito dal Virus. Max fu commosso dal tocco del suo braccio sottile, nella maglietta blu, e notò che Nora aveva gli occhi lucidi: ma subito capì che non si trattava di emozione, perché lei, che era tornata ad allontanarsi, d’improvviso starnutì con violenza. Immediatamente fece un passo indietro, poi un altro. “A quanto pare mi è venuto il raffreddore,” disse, e sembrava spaventata.
Lui sorrise. “È solo un raffreddore”.
Nora fece un gesto perentorio: “Stai indietro,” gli ordinò. “Ho anche un po’ di mal di gola.”
“Raffreddore e mal di gola vanno spesso insieme.”
“Ma il Virus comincia con il mal di gola.”
Max ebbe quasi voglia di ridere, ma si trattenne. “Non avrai davvero paura di aver preso il Virus?”
“Be’, sai.”
“È improbabile: non ci sono molti contagiati, qui in città,” lui la rassicurò. “E anche se fosse, non c’è da aver paura: sei giovane e sana. Sai, io credo di averlo avuto, in gennaio, il Virus. Non posso essere sicuro, certo, ma ho avuto una brutta influenza, con la febbre alta e una tosse secca, violenta, che mi soffocava, quasi. A gennaio non si sapeva ancora niente del Virus. Non ho nemmeno chiamato il medico. Sono guarito in pochi giorni.”
Nora lo fissava, chiaramente allarmata. “Non me l’avevi detto.” Suonava come un’accusa.
“Ma sto benissimo ora.”
“Certo, però secondo me dovresti chiamare il tuo medico: ti farebbero un tampone, per verificare. Ancora non si è capito se il Virus genera l’immunità o si può riprendere. In Sud Corea sembra ci siano stati casi di ritorno.”
“Sarebbe inutile, ora non riescono più a fare i tamponi nemmeno a chi sta male: i laboratori di analisi sono andati in tilt. Ti senti la febbre?”
“Non credo, ma ora vado a misurarmela, e il medico lo chiamo lo stesso. Magari non oggi, che è Pasqua. Domani. Ho letto che bisogna essere prudenti. Sono giovane, ma delicata di salute, mi viene spesso la bronchite: il Virus mi fa paura.”
Max cercò di tranquillizzarla e chiacchierarono ancora per qualche minuto, ma Nora appariva tesa. Per due volte si allontanò da lui, per abbassarsi la mascherina e soffiarsi il naso, voltandosi dall’altra parte. E poi scappò via, con un saluto frettoloso.
Max ne fu rattristato. Per tutto il giorno tornò col pensiero a quell’incontro: risentiva sul braccio il tocco leggero del gomito di Nora, e risentirlo gli dava una piccola indefinibile scossa; tuttavia, sentiva anche che qualcosa era andato storto; non sapeva cosa, era una piccola cosa, infima forse, ma era rimasta là, come una piccola spina impigliata in un vestito, e però non capiva cosa fosse e dove.
Due giorni dopo lei era ancora là, accanto al cancello. Aveva ancora il raffreddore e raccontò con voce nasale che era riuscita, non senza difficoltà, a parlare per telefono con il suo medico, e che lui l’aveva rassicurata: il Virus si annunciava sempre con la febbre alta, il suo era un banale raffreddore, non le facesse perdere tempo. Era di nuovo allegra, e quando si allontanava per soffiarsi il naso, gli sorrideva.
Parlarono prima di viaggi e vacanze, che quest’anno non ci sarebbero stati, e poi di film e di cinema, che non avrebbero riaperto chissà per quanti altri mesi, o magari anni. Scoprirono di avere gli stessi gusti.

Arrivò maggio e alla televisione il premier annunciò altre due settimane di quarantena. Si scusò perché c’erano stati ritardi: né i lavoratori in cassa integrazione, né i lavoratori autonomi, per i quali era stato stanziato un sussidio temporaneo, avevano ancora ricevuto un soldo. Pregò gli italiani di avere pazienza: il lockdown cominciava a dare i suoi frutti, la curva dei contagi si abbassava, seppure più lentamente del previsto, bisognava tenere duro, era assolutamente necessario osservare le regole di distanziamento sociale, ogni infrazione poteva essere pericolosissima, data la velocità con cui il Virus si diffondeva.
Max cominciò a preoccuparsi seriamente. Sapeva che non c’era speranza di riaprire il bar per l’estate: la sua era una delle attività più colpite dal disastro, non era colpa di nessuno. Ma aveva sperato in un aiuto economico che tardava ad arrivare e che, anche quando fosse finalmente arrivato, forse non sarebbe bastato a salvare lui e i suoi amici dal fallimento. La banca gli aveva sospeso le rate del finanziamento, è vero, ma c’era l’affitto del locale da pagare, settemila euro se ne andavano così ogni mese, e il conto precipitava in fretta. Passò qualche giorno fra telefono e computer, d’accordo con i suoi soci, per chiudere le utenze del bar, acqua, elettricità e rifiuti: per settimane avevano sperato che il governo intervenisse almeno per sospendere le tasse dalle bollette ai piccoli imprenditori, ma il provvedimento tardava a arrivare o forse, come altri, si era perso per strada. Stanco, preoccupato e irritato, uscì per la breve passeggiata serale di Barù. Passò accanto al giardino e per la prima volta si chiese che lavoro facesse Nora.

“Programmatrice informatica,” gli rispose Nora la mattina dopo. “E tu?”
“Io ho un bar,” disse Max.
“Quindi non lavori, adesso. Come passi le giornate, in casa?”
Max fece un gesto vago. “Molto tempo lo passo al telefono, con la banca, con il commercialista, con i miei soci, con i fornitori, con il padrone del fondo. Abbiamo grossi problemi da risolvere, decisioni difficili da prendere, dobbiamo trovare il modo di tirare avanti mese per mese, finché non sarà possibile riaprire. E tutto questo è così stressante che mi lascia giusto il tempo di fare un po’ di ginnastica, per scaricare la tensione, e guardare qualche film.”
“Anch’io faccio un po’ di ginnastica e guardo qualche film. Ma ho poco tempo libero. Faccio smart working con orario d’ufficio e la mia vita non è tanto diversa da prima. Non mi pesa, la quarantena.”
Max cercò una cosa qualunque da dire; aveva la strana sensazione di aver fatto cilecca, eppure non ricordava di aver sparato un colpo. “Però non puoi incontrare gli amici,” obiettò.
“Un piccolo sacrificio. Ma c’è il telefono.”
Max esitò, poi decise di rispondere con franchezza. “Per me è diverso, perché è diversa la mia situazione,” disse. “Sono in ansia, sono nervoso, ma non è la quarantena in sé, non è un problema stare chiuso in casa, anche se due mesi in casa sono lunghi. No, il problema è l’incertezza del futuro, la paura di perdere tutto.”
“Credo che sia tutta una questione di equilibrio… di resilienza, anzi.” Lui la fissò, e lei cercò di spiegarsi: “Tutto dipende da come prendi le cose, sai come si dice: la vita non è quello che ti capita, ma le tue reazioni a quello che ti capita.”
Barù tirava il guinzaglio, e Max, improvvisamente, ebbe voglia di andarsene con lui; ma rimase.
“Vedi il lato buono delle cose,” continuò Nora, contemplando la laguna, lo sguardo all’orizzonte. “Abbiamo il tempo di pensare, ora, in quarantena. È importante, pensare. Prima, ti ricordi?, non c’era mai il tempo.”
“Certo,” confermò lui. “Abbiamo tempo per pensare ora. Anche troppo.”
“Bisogna approfittarne. Non durerà molto.”
“Per te non durerà molto. Per noi, sì. Chissà quando potremo riaprire il bar, e intanto c’è il problema di sopravvivere.”
“Ma avete gli aiuti del decreto speciale, vero?”
“Gli aiuti non sono ancora arrivati, e anche quando arriveranno, cosa ce ne facciamo di ottocento euro al mese, se ne paghiamo settemila di affitto?”
“Quindi pensi che dovrete chiudere definitivamente?”
“È possibile.”
“È possibile, ma non è sicuro... del resto non c’è mai niente di sicuro, nella vita. Forse ce la farai, forse davvero perderai tutto, e forse sarà meglio così, lo capirai più tardi, naturalmente, fra molti anni. Affidati al destino, abbi fiducia.”
“Il destino?”
Lei continuò senza accogliere la sua obiezione: sembrava incantata dalle sue stesse parole. “Forse scoprirai, avendo il tempo per pensare, qualcos’altro da fare: magari perfino qualcosa di meglio, che ti piacerà di più. Bisogna vedere questa crisi come un’opportunità.”
“Ho sempre desiderato avere un bar. Non so cosa potrei fare di meglio. È un sogno che mi porto dietro fin da bambino e adesso che si era finalmente realizzato il Virus l’ha spazzato via. Il lockdown l’ha spazzato via.”
Negli occhi azzurri di Nora passò un lampo di diffidenza, freddo. “Vuoi dire che sei contrario al lockdown? Sei di quelli che chiedono di riaprire tutto?”
Lui fece una risatina amara. “E a cosa servirebbe?”, disse. “Il nostro bar era frequentato dagli stranieri: è proprio all’ingresso del museo dell’Arsenale. A due passi dalla chiesa della Maddalena. Una zona turistica. E adesso musei e monumenti sono chiusi. Le frontiere sono chiuse. Senza contare che la gente ha paura del Virus. La città è vuota. Anche se potessimo riaprire il bar, non guadagneremmo niente.”
“Eppure c’è stata una manifestazione di protesta, domenica,” ribatté Nora. “Albergatori, proprietari di bar e ristoranti, gondolieri, taxisti, tutti i lavoratori del turismo chiedevano di riaprire.”
“Non c’ero,” si difese Max. “Non ero d’accordo, non mi sembra opportuno manifestare quando siamo ancora in quarantena. È stata una scorrettezza, è stato pericoloso. Però, sai, bisogna anche sapersi mettere nei panni degli altri. È un tracollo spaventoso per la città. Hai pensato a tutti i camerieri, i cuochi, i receptionist, le donne delle pulizie, che sono rimasti senza lavoro? Alcuni avranno il sussidio di disoccupazione, per qualche mese, e poi? Altri non avranno nemmeno quello. Sarà il caso di incoraggiare almeno il turismo italiano, per i prossimi mesi, i gitanti del weekend, una piccola cosa ma è meglio di niente. Le tue sono belle parole, ma non si può lasciar morire di fame la gente e lo stato di sicuro non può mantenerci tutti.”
“Questo è un ragionamento pericoloso,” dichiarò Nora. “Per salvare l’economia si mette a rischio la salute della gente. Ma non li senti, i virologi, gli immunologi? Il Virus è ancora in pieno corso. Se interrompiamo l’isolamento, tutto riprenderà come prima: ospedali intasati, terapie intensive sotto sforzo, e tanti morti. Se moriamo tutti, chi verrà nel tuo bar?”
“Andiamo, non esagerare adesso,” protestò Max. “Sai bene che muoiono solo gli anziani…”
“Mio padre è anziano, e non voglio che muoia. Non così.”
“Gli anziani potranno restare a casa ancora per tutto il tempo che vogliono, nessuno li costringerà a uscire! Così hanno fatto in Germania, in Scandinavia… lasciando decidere alle persone come comportarsi.”
“Se in Germania hanno avuto meno morti è solo perché hanno ospedali migliori”.
“Può darsi, e speriamo che in futuro qualcuno avrà il buonsenso di migliorare anche i nostri,” la interruppe Max. “Intanto però la Germania eviterà il disastro economico, e noi ci siamo dentro fino al collo.”
“Da questo disastro, chissà, potrebbe venir fuori una società migliore. Bisogna rimboccarsi le maniche e pensare positivo!”
“Parli così perché non stai rischiando il lavoro.”
“E tu, per i tuoi problemi economici, vuoi mettere a rischio la nostra salute, la nostra vita!” Nora quasi gridava.
“Se avessi gli stessi miei problemi economici, la penseresti come me.”
“Io ho fiducia nella scienza, nei medici,” sbottò lei, “e i medici dicono che non bisogna riaprire.”
“Anch’io ho fiducia nei medici, e non ho mai detto di voler riaprire subito,” replicò Max. “Ma forse fra un mese sarà possibile.”
“L’epidemia di Spagnola durò due anni.”
“Sono passati cent’anni dalla Spagnola: abbiamo cure e ospedali migliori.” Fece uno sforzo per dominare la rabbia: abbassò la voce, che suonò ancora più tesa. “Sai bene che ci sono anche molti medici ed esperti di parere contrario! La virologia non ha risposte certe.”
“Perché questo Virus è diverso da tutti i precedenti.”
“Come le misure prese da certi paesi, che molti economisti hanno giudicato eccessive e dannose.”
“Preferisco la prudenza.”
“E io preferisco mangiare,” finì bruscamente Max, senza più controllo.
Si guardarono come nemici. Nora, arrabbiata, era ancora più carina del solito, pensò lui: quel poco del viso e del collo che poteva vedere era arrossato, la fronte corrugata pareva quella di una bambina imbronciata, i riccioli più corti si erano rizzati sulla fronte come per una corrente elettrica. Ma capì che era troppo tardi, non c’era modo di rimediare. Non aveva voglia di scusarsi, non provava più nessuna simpatia per lei, che era uno degli altri, e non poteva capire. Stavano ai due lati di un abisso, e tutta l’attrazione del mondo non poteva creare un ponticello che lo attraversasse.
Tutto poteva andare diversamente tra noi, pensò Max, se non ci fosse stato il Virus.
E forse Nora pensava qualcosa di simile, perché taceva.
Ma poi annunciò che doveva rientrare, e se ne andò senza voltarsi indietro. Max si avviò con Barù, felice di potersi finalmente muovere, lungo la Riva.
Non si incontrarono più; ma in seguito, passando con Barù dal giardinetto della Marinaressa, a Max capitò di vedere la gattina nera, che saltava fra i cespugli e si rotolava nella ghiaia.


L’illustrazione è di Barbara Cotignoli, tratta da un libro d’artista pubblicato dalle edizioni Scarabocchio, Bolzano.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 12 maggio 2020