Effatà

Mario Schiavone



"Paesaggio alieno con natura viva" di Salvatore Di Vilio

Ritrovi i tuoi familiari dopo la promessa di non tornare. Rientri in casa dopo quindici anni con la premessa di non poter rimanere a lungo. Fai tanta strada, leggera all’andata, fin troppo pesante al ritorno. Usare i piedi ti riesce bene perché non ti stanchi mai; e ora che sei a casa ti fanno davvero male.
Te ne stai per anni lontano da quella casa che non ti appartiene, e poi torni. Le tue cose non ci sono più, ritrovi gesti e rituali, parole di circostanza. Sei nato già senza nome; te ne hanno dato uno che non volevi. Vivi cercando di tracciare solchi dove altri hanno gettato colate di cemento lisce e uniformi; sopravvivi immaginando un futuro in cui provi a fare quello che altri hanno tentato, fallendo. Usi solo i piedi, non per diventare calciatore. Ti senti dire che solo l’uso delle mani conta: per inchiodare, segare, mescolare, spalmare, afferrare.
Pausa di sopravvivenza: di cosa vivere, ti domandi, in attesa che tacco-punta e punta-tacco trovino il loro spazio d’azione.
Ti aspetta la sala, di giorno, a pranzo: un solo nome per un luogo dalla valenza doppia. Ti ritrovi a correre tra i tavoli stando attendo a non cadere, a non ferirti quelle pinne di carne che ti portano in giro, spingono il tuo corpo, danno impulsi al tuo stare in piedi, tracciano una traiettoria (forse non l’unica) possibile. Sei vestito come un pinguino: le spalle blu, il petto bianco, i piedi infagottati dentro scarpe di pelle. Ci metti la faccia nuda, le mani in vista, i nervi scoperti. Fai il cameriere, non sei un cameriere.
La sala, di sera, a cena: altrove sei un ballerino di danze di coppia, in attesa dell’amore; intenzionato a trovare una dama definitiva da stringere al petto, per sentirne il battito cardiaco. L’orecchio affinato, i tempi del liscio: la mazurca, la polca e il valzer viennese. Uniti a quelli dei latini americani: la rumba, il cha-cha-cha, il jive. Sei tipi di ballo tutti diversi fra loro, determinati e precisi come l’articolo che li distingue. Ci pensi spesso: l’articolo indeterminativo, nella danza, non esiste; ogni ballo ha la propria dignità e il proprio tempo ritmico, lo spazio d’azione fisico e quello di una figura che si muove immaginando percorsi, traiettorie, coreografie essenziali.
Fermarti: stare in un luogo, tra alcune persone. Raccontarti e ascoltare: scoprire storie di persone che non avevi più incrociato per lungo tempo.
Non parli di quando sei venuto al mondo – solo le madri lo sanno, la tua è morta e nessuno ha raccolto il testimone del racconto orale. Neanche i fantasmi sotto le lenzuola rimangono della stessa materia, se nessuno va a trovarli per molti anni. Sai bene che quando muore qualcuno gli oggetti, come i ricordi, non hanno memoria, finiscono adottati da chi offre meno cura. Il corredo familiare di tua madre ora appartiene alla tua matrigna che nulla conosce di quei ricordi. Assapori la pasta che è scotta, senti esclamare «attento, scotta!». La presenza del parlato ignora l’assenza del verbo: verrebbe da domandarsi che lingua parlano i secondi piatti, ma meglio rimanere al proprio posto. I tuoi piedi fremono sotto la tavola, le punte dei piedi conversano con i tacchi e chiedono di uscire dalle scarpe per dare sfogo al ritmo che porti in testa. Una musica continua che scorre lungo il sangue e si irradia in tutto il corpo. Ti alleni ogni giorno per metterti in pace con l’anima, non certo per raccontarlo.
Il corpo fermo sulla sedia, i piedi e la mente altrove: ripensi ai consigli del tuo maestro: aprirti, verso il gesto della danza.
Tacco, punta e punta tacco. Fletti le gambe, senza scaricare troppo peso sulle ginocchia. Tieni le spalle tirate indietro, senza esporre troppo il petto. C’è un passo del vangelo che ricordi fin dagli anni del catechismo, in quel passo veniva usata una parola: Effatà, che significa “aprirsi”. Le aperture, appunto. Utili a non sentirsi senza voce, senza udito e completamente bloccato in un corpo che sembra aver fatto la ruggine. Ci pensavi spesso quando il tuo maestro ti mostrava le aperture possibili sulla scacchiera in cui ti allenavi danzando: le piastrelle posate a terra come linee immaginarie, gli angoli delle pareti come punti cardinali, gli specchi dove trovare conferma d’un movimento, un gesto, una figura che traduca la musica.
Ricrederti; in ragione di una forma di tregua tra familiari e parenti: l’ora del caffè, il momento in cui tiri le fila del discorso guardando le scarpe nel sacchetto di velluto.
Sei consapevole del detto, del non detto, della scelta, volutamente imprecisa, di usare troppe parole. Come a dire, il sapore dell’amaro in bocca che diventa più dolce per via dello zucchero. Sei arrivato, ti sei ripresentato raccontando te stesso. Hai fatto quello che potevi fare, senza dare troppo nell’occhio e ti sei sentito comunque spiazzato, a piedi nudi su un pavimento freddo. In un angolo ci sono le scarpe che ti attendono: due animaletti dormienti a riposo in un sacchetto di velluto che nasconde ai più il loro aspetto. “Gli strumenti magici non vanno mostrati, il mago deve essere padrone di questa prima regola fondamentale”; lo hai letto in un piccolo manuale dell’aspirante mago-prestigiatore. Quando prendi nelle mani quelle scarpe sai bene per te quanto siano fondamentali e quanto sudore ti costarono il primo paio che comprasti lavorando d’estate. Chetenefaideisoldicheprendi? Chiedevano tutti. Quel denaro rimaneva chiuso in una vecchia scatola di latta del caffè: non parlare troppo, non sorridere troppo, non dire, non-non-non palindromo della paura misurata a due sensi che non vuole comunicare.
Scambi i saluti alla fine, non fai né giravolta né inchino. Accenni un sorriso lieve. Ringrazi mentendo.
Senti che è venuta l’ora di rimettersi in moto e andare via, ripartire senza promettere di tornare. I tuoi piedi fremono, vuoi sentire il pavimento sotto la pianta, scivolarci sopra provando e riprovando singoli passi e figure, aperture e chiusure. Si tratta, lo sai bene, di una partita a scacchi a due, dove si fondono il bianco e il nero; il cavaliere e la dama diventano un solo pezzo, cercando di mantenere un’intesa in apparenza eterna ma contenuta in pochi minuti di esecuzione.
Come un uccello smarrito in un nido vuoto, sei voluto tornare fin qui. Per vedere come stavano gli altri, capire la mancanza e la distanza. Una ricerca che nasce nell’anima e attraversa geografie spaziali. Sei finito a casa tua, pure se non la senti familiare. Nel freddo rarefatto di quei sentimenti passati, che trovano spazio di pensiero in un – poco tuo – caldo e lontano sud.

"Forme per scarpe" di Annalisa Rascato








pubblicato da j.costantino nella rubrica racconti il 9 maggio 2020