Kraftwerk, la rivincita dei robot

Silvio Bernelli



1978. Nella televisione italiana ingessata, tradizionalista, appena passata al colore va in scena uno spettacolo mai visto. Quattro robot in camicia rossa e cravatta nera suonano una canzone intitolata appunto “The robots”. Il suono è digitale, compatto, elettronico al 100%. Sembra essere appena stato spedito sulla terra da una navetta spaziale, o meglio ancora, da una città orbitante del futuro: gelida, ordinata, minacciosa. Poi uno dei robot sbatte le palpebre, un altro si muove leggermente davanti alla tastiera. L’ingenuo spettatore dell’epoca non capisce più cosa sta guardando. Un congegno che imita l’uomo o un uomo che imita un congegno?

Poi il mistero viene svelato. Sono uomini in carne e ossa che suonano imitando gli scatti meccanici dei robot. Sono i Kraftwerk, la band tedesca tornata sulle scene con “The man machine”, uno dei loro dischi migliori. E proprio per promuoverlo, i quattro musicisti di Dusseldorf avevano avuto l’idea di portare sul palco quattro manichini identici a loro, realizzati apposta per sostituirli, portare alle estreme conseguenze il discorso sulla spersonalizzazione della società moderna cantato proprio in “The man machine”.

Il giorno successivo alla trasmissione televisiva tutti i bambini a scuola imitavano i quattro musicisti-macchina cantando allegramente “We are the robots!”. Chissà che non sia da un ricordo simile a questo che il giornalista di Liverpool David Buckley, classe 1965, abbia tratto l’ispirazione per scrivere “Kraftwerk. Publikation”. La corposa biografia sulla band tedesca è stata appena pubblicata da Arcana nella traduzione di Daniele Cianfriglia (pp. 352, 26,50€).

Autore di molti libri musicali e della biografia ufficiale degli Stranglers, Buckley trascina il lettore alla scoperta dei quattro di Dusseldorf grazie a una scrittura ruvida, spesso sarcastica, e una grande massa di informazioni. Merito della collaborazione diretta fornita da Karl Bartos e Wolfgang Flur, membri della formazione più importante e longeva dei Kraftwerk, la stessa di “The man machine”. Le dichiarazioni dei due illustri ex gettano luce sul complesso connubio Ralf Hutter-Florian Schneider, a tutti gli effetti i leader della band fino a pochi anni fa, quando Schneider ha lasciato lo scettro al solo Hutter.

Gli inizi della band risalgono a fine anni ’60, quando la Germania Ovest dava i natali a Neu!, Can, Popol Vuh, Tangerine Dream. Era la generazione di band denominata spregiativamente Kraut-rock dalla sempre sciovinista critica musicale inglese. L’enfasi sul punto di vista britannico è per altro uno dei pochi difetti anche di “Kraftwerk. Publikation”. L’autore a volta si dilunga con collegamenti a serie televisive e personaggi del mondo musicale poco conosciuti nel resto d’Europa.

Detto ciò, il libro fila liscio nel raccontare la trasformazione dei Kraftwerk da ensemble d’avanguardia a inventori a metà anni ’70 del cosiddetto techno pop. È grazie alla formula musica elettronica-ritmi ballabili-testi memorabili che i Kraftwerk conquistano la vetta delle classifiche con “Autobahn”. Il disco, un mantra ipnotico dedicato ai viaggi in autostrada, raggiunge perfino la top 5 americana. Gli sperimentatori tedeschi sono diventati una band popolare.

Non a caso, negli anni successivi saranno migliaia i gruppi che tenteranno, ciascuno a modo suo e con esiti assai diversi, di appropriarsi della lezione dei Kraftwerk. Tra i primi, i futuri campioni d’incassi Depeche Mode e Human Leaugue, i geniali Cabaret Voltaire, gli Ultravox capeggiati da John Foxx, i pluridecorati New Order. In seguito, il ritmo robotico-digitale dai Kraftwerk sarà alla base dell’hip-hop, della house di Chicago e infine della moderna techno.

Insomma, dai Kraftwerk è venuto fuori un intero filone musicale, tanto che non è azzardato affermare che tutte le band elettroniche e i moderni dj devono qualcosa ai quattro tedeschi. Lo dimostrano i dischi della seconda metà anni ’70, “Radioactivity”, “Trans Europe Espress” e “The man machine”, nei quali tutte le intuizioni degli artisti di Dusseldorf trovano compimento. “Erano musica per gli outsider, per degli outsider che volevano appartenere a un gruppo speciale di persone che “sapevano” qualcosa che gli altri ignoravano” dice Malcom Garrett, designer anche per i dischi di Peter Gabriel.

Ed è stata questa massa di outsider a seguire le avventure dei Kraftwerk lungo quattro decenni, nonostante l’atteggiamento di chiusura della band nei confronti del pubblico e della stampa. Al particolare legame esistente tra i fans e la band Buckley dedica molte pagine, scavando in profondità nel legame successo-invisibilità, fama-mistero, che è alla base della popolarità dei Kraftwerk. Un successo che viene replicato in “Computer love”, il disco del 1981 che il critico di estrazione pop Buckley giudica il migliore sfornato dalla band. A questo lavoro, seguono due album ufficiali di inediti, l’ultimo “Tour de France” uscito nel 2003.

Ma le schiere di appassionati dei Kraftwerk sanno che l’attesa per un disco nuovo sarà breve. All’inizio dell’estate, il leader Ralf Hutter ne ha annunciato l’uscita. Nell’attesa, per scoprire tutto quel che si deve sapere sui Kraftwerk, vale la pena dare un’occhiata a questo libro di Buckley. Lo merita, anche solo per aver svelato il costo dei manichini di “The man machine”. Quattromila marchi ciascuno. Neanche troppi per conquistare i ragazzini di mezzo mondo.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica musica il 8 maggio 2020