È morto Florian Schneider

Tiziano Scarpa



In questi giorni è morto Florian Schneider, il musicista che fondò i Kraftwerk insieme a Ralf Hütter. Diciassette anni fa scrissi una riflessione, intitolata “La bici e la morte”, sull’ultimo loro album di inediti. Mi trovavo a Wiepersdorf, a sud di Berlino. La pubblicai su Nazione indiana, il 29 e 30 settembre 2003. La ripropongo qui.


Un mese fa ho comprato Tour de France Soundtracks dei Kraftwerk. L’ho ascoltato al tramonto, con gli auricolari, per due o tre sere di seguito, facendo lunghi giri in bicicletta nei boschi brandeburghesi. Il disco contiene poco meno di un’ora di musica plumbea, più cinque minuti di colori spalancati e felicità inventiva. In Tour de France Soundtracks quasi tutto è greve sfondo, ben poco si staglia in primo piano. Nessun ritornello memorabile. I rari decolli melodici vengono schiacciati sulle nervature ritmiche, quasi dovessero essere repressi.

Al confronto, il vecchio pezzo Tour de France, che risale al 1983 e che qui viene ripresentato in coda al disco, è un’esplosione di gioia: persino gli ingranaggi delle rotelle del cambio, in quel brano, cantavano sopra l’asfalto, stormi di uccelli spauriti si alzavano in volo al passaggio del gruppo di ciclisti. Li immaginiamo ripresi in video dall’elicottero, con un’inquadratura vastissima che inghiotte vorace tutto il paesaggio che c’è. Quante melodie dolcissime, quanta troppoumana commozione avevano riversato nei loro dischi di venti, trent’anni fa questi cantori del post-umano!

TITANIUM
Carbonio-alluminio
Telaio titanio

A metà agosto, i giornali tedeschi hanno celebrato l’evento. Era da diciassette anni, dai tempi di Electric Café (1986), che i Kraftwerk non registravano un album intero tutto nuovo. Le recensioni hanno dovuto spiegare agli stessi tedeschi chi siano, o meglio chi siano stati negli anni Settanta e Ottanta Ralf Hütter e Florian Schneider, che cosa ha significato questo gruppo nella storia del pop. Il tono dei recensori era rispettoso, non certo entusiasta. Alcuni hanno fatto notare che un quarto di secolo fa questi suoni si presentavano come esoterismo elettronico rivelato alle masse, emesso da macchinari inauditi, ingombranti, costosi, spesso assemblati dai musicisti stessi, mentre oggi qualsiasi deejay dilettante può produrre suoni sintetici e modificare le forme d’onda sonora con un personal computer o una playstation.

ELEKTRO KARDIOGRAMM
Minimo
Massimo
Battiti al minuto
Elettrocardiogramma

Dopo le autostrade, la radioattività, i treni, i manichini, i robot, le onde elettromagnetiche, la luce al neon, le antenne, le centrali nucleari, la calcolatrice tascabile, il personal computer, questa volta i Kraftwerk cantano la bicicletta. Può sembrare una ritrattazione umanistica, una regressione al sudore, alla fatica, alla retorica sacrificale da Gazzetta dello Sport: nel brano Elektro Kardiogramm si campiona un respiro in affanno, e il battito di un cuore sotto sforzo stambura al posto della sezione ritmica. In bicicletta il corpo si robotizza con un gesto semplice, un meccanismo che per noi ormai è diventato un’abitudine, ma che è sommamente innaturale. La pedalazione non esiste in natura, è la bici ad averla evocata, inventata, nel moto circolare delle nostre gambe, appena un secolo e mezzo fa: la bicicletta, nella forma in cui la usiamo oggi, con trasmissione a catena e pneumatici, è stata messa a punto nei decenni 1870-1880. Basta una postura, un movimento ripetuto, e diventiamo all’istante robot. La macchinizzazione del corpo non è fantascienza. È già avvenuta da almeno centocinquant’anni.

AERO DYNAMIK
Perfezione
Meccanica
Aero dinamica
Materiale e tecnica
Aero dinamica
Condizione e fisico
Aero dinamica
Postura e tattica
Aero dinamica

In bicicletta il corpo è la forza motrice e il carico da trasportare. In bici il corpo è fonte e destino del proprio lavoro. In mezzo, fra questa origine e questa destinazione, c’è la bicicletta. Perciò la bici produce due viaggi. Il primo, banalmente, è quello che prevede una partenza e un arrivo, uno spostamento verso una meta. Il secondo viaggio, meno evidente, è quello dell’energia che parte dal motore muscolare, si convoglia nel mezzo meccanico, si scarica nel trasporto del corpo medesimo, impegnato a lavorare per il proprio trasloco. In bici è come se il corpo si nascondesse, perché si nega in quanto carico e fardello, travestendosi da puro motore. In bicicletta, il lavoro del corpo ritorna al corpo e lo oltrepassa, non solo perché lo spinge avanti, come fa qualsiasi passo di un essere umano che cammina, ma perché smentisce la sua pesantezza, ne riduce l’attrito, lo alleggerisce. Il lavoro prodotto dal corpo in bicicletta lo disincarna, lo spiritualizza. Il ciclista orbita intorno al pianeta come un satellite di superficie. Mentre un filone dell’estetica degli anni Novanta, inconsapevole discepola dei Kraftwerk, ha celebrato l’homo cyberneticus, connesso alla macchina tramite complicati dispositivi elettronici, con le carni confuse e indistinguibili dalle loro protesi tecnologiche, i due saggi di Düsseldorf ora sillabano che per diventare uomini-macchina basta montare sul sellino e spingere sui pedali.

TOUR DE FRANCE (2003)
RadioCorsa informazione
Trasmissione televisione
Reportage in motocicletta
Videocamera e macchina fotografica
Presentazione delle squadre
Viene dato il via
Si bruciano le tappe
Si lancia la corsa
I corridori cronometrati
Per la prova della verità
I monti le valli
I gran premi della montagna la passerella
Oltre lo striscione dell’ultimo chilometro
Maglia gialla all’arrivo
RadioCorsa informazione
Trasmissione televisione
Reportage in motocicletta
Minicamera e macchina fotografica

Il Tour de France è gara, è sport, è scarico di energia senza scopo, senza necessità. È un’attività virtuale, è realtà impastata di immaginario. Si mobilita un’incredibile quantità di maestranze, funzionari, giornalisti, investimenti economici, logiche spettacolari per organizzare la solita produzione di un risultato simbolico, tutto giocato all’interno di regole cerimoniali, gerarchie di valori autistiche: che senso ha altrimenti “tagliare il traguardo”, che cosa significa veramente “arrivare primi” fuori dallo sport, nella vita cosiddetta reale? Il Tour, nell’essere un “giro”, indica che non c’è un vero viaggio, ma soltanto una gita anelliforme: come il viaggio del signor M. nel racconto di Dario Voltolini, la mappa del Tour rappresenta idealmente un giro di pedivella, traccia sulla carta una pedalata geografica. Il Tour si muove per tornare viziosamente al punto di partenza: ma si tratta di un circolo virtuoso, proprio perché il Giro-Tour spiritualizza il movimento, lo colloca su un altro livello, lo affranca dalle necessità della vita, come quella di doversi spostare da Narbonne a Toulouse per lavoro.

VITAMIN
Potassio e calcio
Ferro magnesio
Biotina minerale
Zinco selenio carnitina-L
Adrenalina endorfina
Elettrolito coenzima
Carboidrato proteina
Vitamina A B C D

A un esistenzialista esausto, esaurito dai patetismi dell’anima, può dare sollievo constatare che il corpo in bicicletta è puro metabolismo, materia organica che funziona, sostanze chimiche, biocarburante bruciato nelle fibre. In questi anni il ciclismo, insieme all’atletica, ha messo in primo piano il carattere puramente macchinistico dell’atleta: vince chi è dopato meglio.

L’atleta non è più un eroe individualista, o al massimo il prode capitano a cui dà man forte una squadra di fedeli gregari sempre pronti al sacrificio. Al contrario, il campione è la punta dell’iceberg di un’équipe di scienziati, sponsor, medici, ricercatori, allenatori che cercano di escogitare metodi di potenziamento e sostanze che non vengano beccate dai controlli: è una gara della tecnica che cerca di gabbare se stessa, di superarsi. La gara si svolge fra due tecnologie: quella del regolamento, delle analisi, dei controlli antidoping, contro la tecnologia della droga clandestina. Il corpo del campione è puro territorio di transito di queste sostanze, ed è campo di battaglia fra legge e trasgressione, fra norma e crimine. Vincere implica avere più soldi per le ricerche scientifiche, più furbizia, più tecnica, più accorto spionaggio industriale… (allo stesso modo il linguaggio è puro territorio di transito dei luoghi comuni del giornalismo ciclistico: l’essere umano viene percorso dalle parole). In questi vent’anni è successo il contrario di quello che ci ha raccontato la fantascienza: non è la macchina ad avere risucchiato l’uomo, metallizzandolo, cibernetizzandolo, reificandolo. È l’uomo ad essersi fatto cosa, ad aver incorporato in sé i comportamenti e la postura dei suoi oggetti. Forse per questo la musica di Tour de France Soundtracks suona così scura, non concede più nessuna allegria euforica (nessun canto melodico) all’ebbrezza di valicare i confini dell’umano espandendosi nella tecnica. I primi oggetti prodotti dalla nostra tecnologia siamo noi. Gli esseri umani sono diventati protesi di sé stessi.

TOUR DE FRANCE (1983)
L’inferno del Nord Parigi-Roubaix
La Costa Azzurra e Saint-Tropez
Le Alpi e i Pirenei
Ultima tappa Champs-Elysées
Galibier e Tourmalet
A passo di danza fino in cima
Pedalare con un rapporto lungo
Sprint finale all’arrivo
Foratura sul pavé
La bici riparata alla svelta
Il gruppo di nuovo compatto
Cameratismo e amicizia

La versione 1983 del brano Tour de France raccontava un minuscolo dramma: la separazione dal gruppo dopo una foratura sul pavé. Ma la ruota viene presto sostituita, il ritardatario si ricongiunge ai compagni, ritrova la sua salvezza nell’anonimato dello sciame, nell’indistinzione del gruppo: per la felicità di essere di nuovo tutti insieme, i ciclisti si danno pacche sulle spalle. Sembra l’utopia di un mondo monosessuale, di fatto asessuato, come certi universi romanzeschi di Melville, Stevenson, Conrad, Chesterton, dove tutti i personaggi sono maschi. Eppure la bici ha rappresentato ben altro nella storia sociale d’Occidente: «La diffusione della bicicletta portò a una frequentazione fra i due sessi, per la prima volta senza il controllo di accompagnatori o sorveglianti, in particolare con lo sviluppo, dopo il 1880, della ‘bici di sicurezza’ Rover a catena. Ne derivarono appelli e allarmi preoccupati per il caos morale e anche per l’evoluzione del modo di pedalare delle donne, che in bici diventavano sempre più mascoline» (The New Encyclopaedia Britannica, 15a ediz., 1989, alla voce Bicycle). Nei nuovi brani del 2003 non c’è nessuno sviluppo narrativo, solo situazioni. Non ci sono nemmeno individui o gruppi. Pure elencazioni nominali, liste di sostantivi, senza pronomi, quasi senza verbi. Nei testi dei dischi precedenti dei Kraftwerk predominava il noi, in cui il soggetto si discioglieva, esprimendo sé stesso al plurale, a nome di tutti e di nessuno in particolare.

LA FORME
Inspirazione espirazione
Contrazione decontrazione
Ventilazione rotazione
Estensione e flessione
Preparazione allenamento
Concentrazione e condizione
Rigenerazione rilassamento
Idratazione alimentazione
La forma

Una vera dichiarazione di estetica è La forme. Abolite storia e narrazione, resta comunque il non piccolo problema di avere un destino mortale. Come sbarazzarsi anche della morte, dopo aver fatto a meno del corpo, del sesso, dell’identità, della storia? Diventando una statua vivente, un monumento mobile. Movimento muscolare macchinico di un corpo che ha deciso un gesto una volta per tutte e lo rifà ad libitum senza più libido, un essere che non ha memoria o futuro, né speranza né disperazione, ma si emblematizza nella perfezione di un moto perpetuo. Raffigurandosi in questo blasone araldico, nel tempo fatto entrare in loop (il circolo virtuoso della pedalazione), la vita impersona la forma, trasloca nella forma come in uno stampo, la vita diventa forma: forma intesa naturalmente come figura, complessione di parti, unità, struttura, limite e contorno, ma anche come virtù sportiva di chi sta bene e dà il meglio di se in quanto è in forma: forma come virtuosismo materialistico, massima espressione delle possibilità fisiche perseguite con mistica determinazione spirituale. Il tempo si blocca perché è stato catturato in una ripetizione. Un complicato sogno razionale, ma tutto sommato facile da eseguire (basta salire su una bici!), sfratta la catastrofe dalle proprie serene allucinazioni. Turismo sportivo di maschi adulti che escogitano un gesto, una parola, una forma per girare al largo dal proprio destino. Nel frattempo ci pensa la loro stessa musica a far risuonare la livida colonna sonora della morte.

Wiepersdorf, 29 e 30 settembre 2003


I versi citati sono la mia traduzione dei testi del disco. Nell’originale sono cantati (o meglio, pronunciati) in francese, tedesco, inglese.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica musica il 7 maggio 2020