Un lavoro normale

Debora Petrina



Ho cominciato a scrivere questi racconti di quarantena quando la mia città era chiusa in lockdown prima delle altre, e per qualche giorno ho goduto del privilegio di vivere in una zona rossa.

Ben presto quel sottotitolo, from the red zone, è diventato inutile, dapprima esteso a tutta la nazione, poco dopo al mondo intero.

Qualche volta ho pensato di eliminarlo, ma non ne ho mai avuto il coraggio; e ora capisco il perché.

Da oggi c’è una nuova zona rossa che leva le sirene da ogni parte del Paese e pulsa come un reticolo arterioso in sofferenza di ossigeno, quella dei lavoratori dello spettacolo.

Non è sempre stata rossa per tutti, certo; per alcuni è stata anzi una zona privilegiata.

Ma per tantissimi, la maggior parte, era rossa anche prima: una zona infestata di mine pronte ad esplodere, una zona senza protezioni, una zona in cui abbiamo messo a repentaglio la nostra vita, sacrificato sicurezze, affetti, comodità, costretti da nessun altro se non da un impulso feroce e quasi autodistruttivo: la vocazione.

Ci siamo abituati a suonare per pochissimi soldi, o addirittura gratis, guidando talvolta per centinaia di chilometri, con la macchina piena di strumenti che abbiamo montato, smontato e rimontato senza fare un plissé, a volte in posti che non erano minimamente attrezzati, a volte davanti a uno sparuto gruppo di coraggiosi, a volte tornando a casa alle 4 della notte perché non avevamo un posto dove dormire; a volte.

Ci siamo abituati a lavorare chiusi in casa, in un lockdown volontario, per mesi, per preparare una nuova canzone, un nuovo concerto, senza uscire la sera, senza fare vacanze, senza vedere gli amici. Perché il nostro tempo era differente dal tempo di un “normale” lavoratore: il nostro era un tempo multiplo che accorpava il tempo dell’artista, quello del tecnico e quello del promoter, tutti racchiusi nel tempo libero lasciato da quell’altro lavoro, uno qualunque, insegnante/imbianchino/postino; un qualunque lavoro normale che ci permettesse di dare spazio a quell’altro lavoro anormale, da molti definito hobby.

Non solo siamo avvezzi alla zona rossa, ma ne traiamo pure ispirazione, tanto che mai come in questi due mesi abbiamo composto, scritto, suonato in totale gratuità, felici di farlo; e ora il nostro lamento non desta scalpore.

Siamo sempre stati votati al sacrificio, alla resilienza, al duro lavoro senza ricompense.

Siamo come angeli, aerei, leggeri, incorporei, benefici sì, se ci si crede; ma tutto sommato si può anche farne senza, in un mondo che è sempre di più un pandemonio.

Stanotte ho fatto il mio primo concerto da quando è scoppiata la pandemia; un concerto vero, con un pubblico vero.

Mi trovo nel salone di una casa, forse una villa, dove sono state disposte delle sedie per il pubblico, forse una ventina di persone.

Mentre armeggio con un piccolo sintetizzatore tascabile e cerco di collegarlo a una tastiera elettronica (probabilmente un Fender Rhodes) mi accorgo che la gente si è già seduta ad ascoltarmi.

Senza volerlo il mio concerto è iniziato: nulla di preparato, solo improvvisazione.

Mi sposto a fianco della tastiera, dove è sistemato un pianoforte vero, anche se di formato mignon.

Invento lì sul momento una lunga melodia in forma di accordi: mi esce dalle dita come se qualcuno l’avesse scritta prima, e in modo del tutto spontaneo approda ad una chiusa.

La riprendo con delle variazioni. Non seguo una forma, uno stile; gli accordi non sottintendono alcuna armonia pre-esistente, le note della variazione liberano spazi improvvisi, ma è come se tutto trovasse magicamente una collocazione perfetta.

La gente applaude entusiasta, e io mi sposto alla tastiera; creo un dialogo fra di lei e il mio piccolo sintetizzatore che emette squittii, cigolii, ronzii.

Ad un certo punto, nel fluire dell’improvvisazione, io stessa comincio ad emettere suoni con la voce, ed ecco... accade il miracolo.

Mi stacco da terra e comincio a galleggiare a mezz’aria.

So di saperlo fare, l’ho fatto altre volte, ma mai davanti a un pubblico.

Sono talmente consapevole di quello che succede al mio corpo, alla spinta che devo imprimere internamente per poter restare così sospesa, che posso giocare con questo nuovo equilibrio e prendere le posizioni che preferisco.

Scelgo di girare intorno alla stanza come se fossi seduta su di una sedia con le ruote, a due metri da terra; altre posizioni, con braccia e gambe in allungo, suonerebbero presuntuose, mere dimostrazioni di bravura.

Non è un circo, è un concerto intimo, davanti a poche persone.

Piano piano ridiscendo a terra e continuo la mia danza saltando e spostandomi rapidissima nello spazio; aerea, leggera, incorporea, così vitale da una parte, ma così poco necessaria dall’altra.

Quando mi sveglio la mattina accendo il telefono e trovo un nuovo gruppo whatsapp.

Lo ha creato la padrona di una bella casa in cui ho suonato qualche anno fa, per lanciare un’idea: provare a proporre concerti (in assolo) nel suo giardino, a distanza gli uni dagli altri.

Forse l’angelo del mio sogno è arrivato da lei, o viceversa, è stata lei a dargli vita.

Forse quell’angelo è l’angelo dei piccoli palchi, delle piccole luci, del piccolo pubblico, delle piccole tasche; l’angelo che senza piattaforme di lancio riesce a far volare le persone a due metri da terra.


Dal profilo Facebook di Debora Petrina.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 3 maggio 2020