I trusted Nico Vascellari

Tiziano Scarpa



È ancora notte, sono le quattro e ventitré di domenica 3 maggio, mi sono alzato, ho riempito una caraffa d’acqua e mi sono seduto a scrivere queste parole. Le pubblicherò paragrafo dopo paragrafo.

Nico Vascellari sta facendo una performance dal vivo su alcune piattaforme in rete. Io lo sto guardando su youtube.

Ora ho fatto una foto da schermo e l’ho pubblicata in home page.

Ora ne pubblico un’altra qui:

Il nome con cui è stata automaticamente salvata la foto è:
Schermata 2020-05-03 alle 04.34.07

La performance è cominciata alle otto di ieri sera, e promette di durare ventiquattr’ore.

Attualmente su youtube ci sono 82 spettatori. Mi ero connesso anche ieri sera, verso le dieci, e ce n’erano circa quattrocento trenta. Alla fine della performance lo avranno visto in migliaia.

Nell’inquadratura, si vede l’angolo di una stanza con le pareti e il pavimento bianchi. La scena è quella del white cube classico da galleria d’arte contemporanea, o da studio di fotografia.

(Può ricordare anche un angolo della mostra di Yves Klein del 1958, Le vide, in cui non c’era niente da vedere, solo stanze vuote dipinte di bianco, ma di riferimenti ad altre opere parlerò poi, voglio concentrarmi prima su quello che c’è, non su quello che mi viene in mente).

Per terra ci sono due casse di amplificazione e un piccolo mixer. Sono uniti da cavi elettrici. Un cavo collega al mixer il microfono.

Si sente una musica. Sono due accordi di chitarra elettrica, distanziati di un tono: si intuisce un plettro che suona tre volte sulle corde, poi scendendo passa per un semitono suonato una volta, arriva al tono inferiore e lo suona altre tre volte. Poi risale al tono di partenza, passando di nuovo per il semitono. Si scende e si sale, con struttura ritmica 3-1, 3-1.

È una base musicale registrata che continua a scorrere e ripetersi. Dura qualche minuto e ricomincia.

Ogni tanto c’è qualche altro suono, una modulazione elettronica.

Nico Vascellari si aggira in questo spazio con il microfono in mano. Ripete decine, centinaia, migliaia di volte tre parole: “I trusted you”.

Fa lievi variazioni con la voce. Poco fa, al posto di “I trusted you” ha detto un po’ di volte "hé, hé".

Sono andato su Facebook a mettere il link a questo post che sto scrivendo.

Sono le quattro e cinquantotto, si stanno svegliando gli uccellini.

Dicevo che Nico Vascellari si aggira in questa scena cantando quelle tre parole, e accennando un po’ di danza. Non si ferma mai, anche se mezz’ora fa si è seduto per terra, sempre continuando a cantare. Ora ha avvicinato un asta di microfono, lo ha inserito nella forcella e ha girellato un po’ per lo spazio battendo le mani. Ma presto ha tolto l’asta riportandola fuori dall’inquadratura, ha ripreso il microfono in mano e si è rimesso a cantarci dentro.

Non ho ancora detto com’è vestito: maglietta nera a maniche corte, comoda, e pantaloni neri piuttosto larghi, rimboccati alle caviglie, piedi nudi. Ci si chiede se, oltre per la comodità di movimento, l’ampiezza dei pantaloni serva a celare anche un pannolone o qualche altro sistema contenitivo (ventiquattr’ore sono lunghe).

Ora si è seduto su una cassa. Ha sollevato la gamba sinistra poggiando la caviglia sul ginocchio destro, si è guardato la pianta del piede come per controllare se ci fosse una ferita o qualcosa di minuscolo incastrato fra le dita.

Fuori dalla finestra ho sentito un piccolo tonfo, il primo rumore umano, devono essere i netturbini che stanno cominciando a lavorare. Agli uccellini si sono aggiunti i gabbiani.

Ora gli spettatori su youtube sono settantatré, settantadue, settanta, sessantanove. Pensavo che la curva delle connessioni toccasse il punto minimo a notte fonda, invece il minimo arriva sul crinale dell’alba.

Intanto, fuori, è spuntata la luce all’orizzonte, si sta irradiando fra gli intonaci e i tetti. Sono le cinque e diciassette.

Nico Vascellari si trova in uno spazio chiuso, in cui non c’è interazione con l’ambiente esterno. Quando l’ho seguito per un po’ ieri sera, si sono viste delle luci stroboscopiche fibrillare per qualche secondo, ma blandamente, sulla fascia alta della stanza.

L’ambiente è una capsula sigillata, in cui Vascellari ha il controllo pieno di ciò che accade. L’unica incognita è se il suo corpo e la sua mente reggeranno.

Immagino che al di qua dell’inquadratura, nella parte invisibile della stanza, ci sia qualche assistente. Forse un medico. Ma anche se non c’è, l’inquadratura inevitabilmente parziale spinge a immaginare ciò che manca, ciò che non si vede.

(Dietro una cassa è nascosta una bottiglia d’acqua minerale, o acqua e sali minerali – o qualsiasi cosa contenga –. Ieri sera Vascellari ne ha bevuto un sorso e l’ha rimessa al suo posto).

Ci sono vari riferimenti che possono venire in mente, piuttosto ovvi. Le danze dei dervisci, i mantra, gli sciamani, la trance, le performance di Gina Pane, Abramović, Beuys, Hsieh, Kjartansson, eccetera. Ma a me pare che il precedente più significativo sia Empty words, di John Cage.

Si trattava di una performance andata in scena per la prima volta il 2 dicembre 1977 al Teatro Lirico di Milano. Ne esistono delle registrazioni audio.

John Cage sedeva a un tavolino, con un po’ d’acqua accanto, e leggeva dei fonemi senza senso, tratti dal diario di Thoreau, con la voce amplificata da un microfono. A pochi metri da lui, sempre sul palco, c’era un altro microfono su un’asta.

Il pubblico all’inizio lo accolse con un applauso carico di aspettative (John Cage era pubblicato in Italia dalla Cramps, una casa discografica che proponeva gruppi di musica alternativa, jazz-rock come gli Area, e cantautori innovativi, Eugenio Finardi, Alberto Camerini...).

Dopo un po’ di minuti, il pubblico si rende conto che Cage continuerà così, pronunciando fonemi senza un senso comprensibile. Si sente la gente ridacchiare imbarazzata, vociare, applaudire sardonicamente, gridare "bravo!". Poi le persone cominciano a salire sul palco, si avvicinano al microfono libero, quello sull’asta a qualche metro da Cage, e commentano in diretta: alcuni cercano di tenere buona la folla, altri dicono che Cage gli sta tendendo un tranello, e loro stanno cadendo nella provocazione, mentre si accumulano fischi, applausi, cori di "scemo, scemo".

Non ho ancora detto che accanto al video di Vascellari è aperta la chat. Gli spettatori possono commentare in diretta. Mentre scrivo, adesso, una spettatrice che si chiama Giada Gutu commenta a lettere maiuscole: "Cerco di resistere ancora un po’".

Ieri sera c’era un commentatore che bestemmiava (è stato cacciato). Un altro che si domandava se questa fosse arte. Un altro che faceva lo spiritoso mettendo in vendita una Panda. Sono comparsi anche commenti di persone più o meno note, più o meno reali, Victoria Cabello, Benedicta Boccoli. Un commentatore metteva citazioni da Orwell. Altri indicavano precedenti e reminiscenze artistiche. Qualcuno chiedeva di essere aiutato a capire il senso di tutto questo. Altri tenevano il conto delle ore passate. Altri scommettevano se Vascellari ce la farà ad arrivare fino in fondo. Altri incoraggiavano, scrivevano "daje", mettevano cuoricini. Altri ancora ridacchiavano, facevano battutine irridenti, ecc.

Sono le cinque e quarantaquattro, si è fatto giorno, un piccione sta tubando.

Il riferimento a Cage non mi serve affatto per affermare che qualcuno ha già fatto qualcosa di simile (si trova sempre qualcuno che ha fatto la stessa cosa – o qualcosa di simile – prima). Ma per notare che quando c’è qualcosa che riduce al minimo gli elementi, consente di accogliere le proiezioni di senso di chi guarda.

Per la verità, non è che qui gli elementi siano così pochi, né “cavi” o asemantici come quelli di Cage. Li ho descritti, e si potrebbero interpretare uno per uno. Non pretendo di farlo.

Comincio da qualche considerazione generale sul senso mediale di questa performance (secondo me).

C’è un giovane uomo che per ventiquattr’ore ripete tre parole su una base musicale, cantando o quasi, ballando o quasi, in uno spazio chiuso. Mette alla prova la sua resistenza.

Quindi chi lo guarda si chiede se ce la farà. Chi lo segue sta assistendo all’esperienza reale del performer. Questa è una caratteristica che accomuna l’arte performativa, il teatro cosiddetto postdrammatico e la pornografia.

Il punto fondamentale è che l’artista diventa una specie di attore che non finge.

Ma prima di proseguire devo tenere presenti alcuni elementi di quello che sta facendo Vascellari.

La performance si svolge solo sugli schermi. Non è la trasmissione di un evento che sta accadendo in una galleria d’arte, o in un teatro, o in qualunque altro luogo pubblico, o semipubblico, o privato ma comunque davanti a degli spettatori presenti e visibili (sempre che vogliamo ipotizzare che non ci sia nessun altro al di qua della videocamera; e, anche se c’è, sempre che non vogliamo considerarlo uno/a spettatore/trice).

Quindi Vascellari sta portando dentro gli schermi, in diretta, un’esperienza reale, qualcosa che mette alla prova la sua resistenza fisica e mentale.

Quando dico che si tratta di un’esperienza reale intendo che non è recitata. Nel senso che la fatica non si può simulare né cancellare. Si rischia di crollare stremati, di collassare, eccetera.

In questo senso parlo di affinità con la pornografia: un attore che ha un orgasmo, quando eiacula, non simula, non recita.

Dicevo che questa è una caratteristica ben nota di una tendenza performativa che si ritrova molto anche a teatro. Sia quando viene perseguita deliberatamente, sia quando accade come effetto collaterale.

Per esempio, a tutti sarà capitato di rimanere impressionati da quanto sudino gli attori a teatro, anche recitando un tradizionalissimo Shakespeare. L’esperienza dell’attore, in quel caso, consiste nell’attraversare un personaggio, impersonare un testo, farsi possedere da un fantasma, e uscirne provati fisicamente, secernendo liquidi corporei, disidratandosi, perdendo peso, lasciando evaporare una parte di sé nella scena.

(Intanto, nei commenti su youtube si parla di precedenti performativi, di Beuys, di cose analoghe fatte da altri artisti, di potenzialità dell’arte, ecc).

Ma anche la drammaturgia più legata alla tradizione, fatta di personaggi che si scontrano attraverso dialoghi, cerca di fare i conti con elementi esperienziali, in cui l’interazione con il personaggio lascia segni nell’attore e provoca reazioni nel suo corpo. Penso per esempio a Il dio del massacro di Yasmina Reza, in cui un personaggio a un certo punto vomita su un catalogo d’arte.

La pièce di Reza ha avuto moltissime messe in scena in tutto il mondo. Mi sono sempre chiesto come hanno risolto quel passaggio i registi e le attrici che devono vomitare dal vivo sul palcoscenico. Che trucchi hanno usato. Se hanno vomitato sul serio.

La pièce ha avuto una fortunata versione cinematografica, nel bel film di Roman Polanski, Carnage. Lo cito per mettere in evidenza che al cinema si può fingere molto facilmente.

Ma proprio questo è il punto: Vascellari non sta fingendo al cinema. Sta facendo qualcosa di reale dal vivo, ma non davanti a un pubblico. Lo sta facendo dentro uno schermo.

La performance di Cage era a teatro, con un pubblico presente che poteva intervenire. La performance di Vascellari si svolge dentro gli schermi, con il pubblico che può commentare dentro lo stesso schermo, accanto al rettangolo dell’immagine, sui computer, e dentro l’immagine, sui telefoni.

Il filosofo e teorico d’arte Boris Groys ha notato che dell’arte performativa rimangono inevitabilmente documentazioni. Sembra essere il suo destino: svanire, per poi fare i conti con filmati, foto, registrazioni (tutto ciò che in inglese si chiama records).

Questa performance non si sta svolgendo altrove dagli schermi. Si sta svolgendo qui, nel mio computer, o sullo schermo del mio telefono.

Quindi Vascellari è un operatore dell’autenticità. È un artista che, dentro il rettangolo (il rettangolo è il recinto sacro dell’arte delle immagini, la sua forma tradizionale) porta l’opera come esperienza reale che si svolge tutta nello schermo. Riduce la sua resistenza fisica a immagine bidimensionale. E la offre come enigma su cui proiettare pensieri, interpretazioni, commenti (compresi i miei).

Ma non vorrei ammassare troppe cose insieme.

Intanto, vorrei – ah, ma è successa una cosa. Mi sono accorto che nella stanza in cui Vascellari sta facendo la sua performance la luce è cambiata un po’, la posso anche confrontare con la foto che ho pubblicato prima. Dall’angolo in alto a sinistra si vede entrare della luce che sembra proprio quella del giorno. Sì, perché nel frattempo sono le sei e diciotto, è giorno fatto, e in quella stanza, da quella parte, dev’esserci una finestra.

Quindi non è vero quello che ho scritto prima, che lo spazio in cui si trova Vascellari è una capsula assoluta, separata dal resto del mondo, in piena signoria dell’artista che ne controlla ogni elemento e che non interagisce con il mondo esterno. È possibile vedere lo scorrere del tempo, in forma di variazione luminosa. È un luogo del pianeta Terra, soggetto alle leggi orbitali, si sottomette al sole, non pretende di essere una cripta utopica.

Il carattere atletico, maratonetico di questa performance, e la sua coincidenza fra corpo e schermo (non sta succedendo da qualche parte di fronte a un altro pubblico, non è una documentazione in diretta di un evento: sta succedendo sugli schermi) è il tentativo di reintrodurre realtà, autenticità, esperienza alle immagini. Quanto costa diventare bidimensionali? Lo si è visto in questi mesi di reclusione. Si continua ad avere consistenza? Quanto spessore si perde?

Aveva consistenza il Papa che pregava da solo in piazza San Pietro? Ne avevano le star della musica che in queste settimane hanno fatto concerti dai loro appartamenti o dalle sale deserte, nelle chiese, sui sagrati? Hanno consistenza le persone con cui si fanno riunioni in videoconferenza, videochiamate, videolezioni?

Mi sembra che Nico Vascellari stia cercando disperatamente, e anche molto romanticamente, di ridare spessore alle immagini, di contrastare il loro inevitabile destino di ostentazione; lo fa al prezzo di una tortura autoinflitta, per porsi come ultimo presidio dell’autenticità delle immagini. In questo senso sta opponendo resistenza (nel senso proprio di resistenza fisica) a quella che mi sembra una deriva necessaria, inevitabile, inscritta nell’immagine in sé.

Con questo non dico che sia ingenuo. A forza di stare in sua compagnia, soprattutto in queste ore in cui a guardarlo e ad ascoltarlo siamo in pochi (cioè di meno rispetto alle altre fasce orarie), mi sto affezionando. Il suo aspetto da ragazzone ruvido e altero sta cedendo il passo a un’inermità creaturale, l’incarnato che con lo scorrere delle ore impallidisce, il suo cranio rasato e solido si sta trasformando nella reminiscenza di un neonato, nell’eco di un simpatico monello di strada.

Così, nella superficie retroilluminata che in queste settimane di reclusione ha risucchiato quantità sempre più vaste di vita, Nico Vascellari sta cercando di non assottigliarsi del tutto. Sono le sei e quarantadue, vado a farmi un caffè.

Sono le sei e cinquanta, accanto a me ho una tazza di caffè caldo e due biscotti.

A chi sta dicendo “I trusted you”, Nico Vascellari?

1. Interpretazione mediale. Lo sta dicendo all’immagine stessa. C’è un artista che si mette in scena entrando nell’immagine, nel rettangolo tradizionale dell’arte che, nel corso dei secoli, dai dipinti è diventato schermo elettronico capace di mostrare eventi dal vivo, corpi che si muovono, e gestibili da casa. Da questa profondità storica, e, al tempo stesso, da questa domesticità intima, irrompe l’artista che parla con l’immagine e le dice – che cosa le dice?

Che atto linguistico è, “I trusted you”? Un’affermazione, una dimostrazione? Come a dire: "vedi, io ti ho creduto, ho avuto fiducia in te". Oppure è un rimprovero? "Io ti avevo creduto, avevo avuto fiducia in te" (sottinteso: ma tu mi hai tradito). E perché serve ripeterlo così tante volte? Perché l’immagine non è in grado di capirlo? (Ripetere le cose per insegnarle è una tecnica buddista). O per persuadere sé stessi?

Sono solo tre parole. Non sono certo fonemi privi di significato come quelli di John Cage, ma sono parole sufficientemente cave da contenere varie interpretazioni, molte delle quali proiettive.

2. Interpretazione politica. Tu governo hai emanato decreti di confinamento per contenere la pandemia, hai detto che rischiavo la vita, che dovevo stare chiuso in casa, e io ti ho creduto, ti ho dato fiducia. Lo vedi, eccomi qua.

Faccio notare che questa performance viene fatta nell’ultimo giorno di clausura in Italia, dato che domani i vincoli più stretti si allenteranno.

3. Interpretazione erotico-teologica. Il "tu" della comunicazione ha due grandi destinatari, due archetipi che rimandano a due generi del discorso: la poesia e la preghiera. Nella prima, il grande "Tu" è amoroso. Nella seconda, ovviamente, è Dio. Ma è meno ovvia la direzione della comunicazione. Chi sta parlando? Il fedele o Dio stesso? Il dio dell’Antico Testamento che rimprovera il suo popolo di non avere ripagato la sua fiducia? È la protesta della creatura di fronte al suo creatore, oppure la reprimenda della divinità verso una comunità da cui si sente tradito? È lo sposo che dichiara la sua fedeltà? L’amante che fa una scenata di gelosia?

Faccio interpretazioni in forma di domande perché so che sono proiezioni, data la forma sibillina, cava, del ritornello di Vascellari.

(Ma “trust” è anche il verbo della fede. In God we trust. La fiducia è alla base del vincolo sociale. Soprattutto in certe società dove il rapporto fra le persone non è formalizzato da contratti – e quindi è tanto più grave violare un patto non scritto, che non consisteva in un testo firmato dalle parti, ma, per l’appunto, nella fiducia reciproca).

4. Interpretazione egologica. Forse però bisogna prendere per buona la referenzialità del pronome “I”, accettare che significhi alla lettera “io”. Quest’uomo sta dicendo: “Io, Nico Vascellari, ho creduto in te”. In te, o in voi?

(Ore sette e venticinque, mi sono affacciato alla finestra, non c’è nessuno per la strada, è passato un uomo in tuta bianca con un bidone giallo limone sulle spalle, e una canna per spruzzare liquido nebulizzato, sta sanificando il selciato).

Se quel "voi" siamo noi che lo guardiamo e lo ascoltiamo sugli schermi, perché Vascellari ci sta dicendo che ci ha creduto? Ha creduto nella nostra consistenza, ha avuto fiducia in noi?

Ore sette e trentadue, Nico Vascellari si è steso sul pavimento, in asse rispetto alla videocamera, canticchia a bassa voce, batte piano i piedi, non si vede la testa ma solo le gambe, le ginocchia che puntano verso l’alto, l’inforcatura inguinale dei pantaloni. La stanza è invasa dalla azzurra luce mattutina.

Per un paio di minuti è rimasto quasi immobile, ha mosso solo le dita dei piedi. Si è riposato un poco, ma senza dormire. Ora si è rialzato in piedi, e ricomincia a saltellare piuttosto baldanzoso. Ha dato un’occhiata al mixer, dove forse c’è un orologio (ma è più probabile che ne abbia uno dall’altra parte della stanza).

Alle sette e quaranta suona la sveglia del mio telefono. È da quasi tre ore e mezza che seguo questa performance. Verso le quattro ho aperto gli occhi, mi sono ricordato di Vascellari e mi sono chiesto come andasse. Ho guardato un po’ la performance sullo schermo del telefono, a letto, e, siccome non riuscivo a riprendere sonno, ho deciso di alzarmi e venire qui. Tanto valeva mettere nero su bianco i pensieri.

È la prima volta che scrivo direttamente sul sito, pubblicando le frasi via via senza passare per un documento di word da controllare e formattare prima di metterlo in rete. (È stato bello farlo alle quattro del mattino, in cui il pensiero attraversa una landa mentale di lucidità allucinatoria).

Poco fa Vascellari è andato da una parte dell’inquadratura a fare qualcosa, con la testa non visibile. Sono piccole variazioni all’interno di un vincolo, una regola del gioco stringente che si è autoimposto.

In queste settimane ho scritto alcune poesie vincolate, dandomi delle regole stringenti, metriche o di altro tipo, delle contrainte, come le chiamavano gli autori dell’Oulipo. Da un paio di settimane avrei voglia di scrivere una sestina, ma non so se lo farò. L’idea di sei parole-rima che ritornano ostinatamente è bella, e mi sembra che oggettivi bene questo periodo di reclusione costretta a esperienze ricorsive e a variazioni minime all’interno degli stessi elementi che ritornano; ma poi, a leggerle, le sestine sono noiosissime. Però di una noia particolare.

La bravura del poeta, in una sestina, è quella di usare le sei parole-rima possibilmente con significati diversi: le sei parole sono sempre le stesse, ma in accezioni differenti. È una performance che fino alla seconda e terza strofa si ammira, ma dopo si perde l’orientamento, non si capisce più bene che cosa stanno dicendo i versi. O almeno, questa è la mia esperienza di lettore di sestine. Parto bendisposto e presto mi areno, sbuffo.

Ma forse è proprio questo lo scopo della sestina: prendere sei parole e condurle all’esaurimento, farle svaporare, confondere la mente, usarle ostinatamente (in queste note sto attento a dire, commentando questa performance di Vascellari, sempre "ostinato", "ostinatamente", che sono precise categorie musicali; mai cederò all’errore di dire "ossessivo", "ossessivamente", troppo facile patologizzazione): dicevo, usare le parole ostinatamente, metterle in frasi contigue in cui assumono accezioni diverse, anche molto diverse, in modo da togliere ogni certezza su di loro, sul loro significato, sulla condivisione sociale che presuppongono, sulle convenzioni comunicative, e sulle cicatrici in cui esse dimorano, nella corteccia cerebrale, sulla stabilità e posizione di quelle cicatrici, e sulla loro stessa consistenza.

Da qui, dunque, una 5. interpretazione linguistica. La ripetizione ostinata di questa frase, “I trusted you”, cantata, canticchiata, sussurrata, pronunciata qualche migliaio di volte, mira a mostrarne l’inconsistenza? O, al contrario, l’inconsumabilità? Quante volte è stata pronunciata, questa frase che rappresenta forse il rapporto fondamentale tra gli esseri umani? E, nonostante questo, è ancora solida, nell’irradiare pienamente significato, impegno esistenziale, illusione spesso pagata cara, carico emotivo, delega pacifica.

Forse chi sta pronunciando questa frase sta ritirando il suo mandato di fiducia verso il destinatario? (Mandato amoroso, mediale, politico, teologico, comunicativo, relazionale, eccetera). O forse lo sta dimostrando, lo sta rivendicando, ma non sta ritirando questo mandato dalla frase, dal linguaggio. Non ritira il mandato dalla fiducia stessa. Sta parlando in nome della fiducia, della fede, della credenza. Per quanto “I” e “you” possano vacillare, “trust” resta saldo, inconcusso. È un inno alla fiducia in sé, nonostante tutto. (Vascellari romanticone). In trust we trust.

Mi viene in mente quella famosa performance di un attore – russo, mi pare – che era in grado di dire "buonasera" in quaranta modi diversi, con quaranta tonalità, quaranta atteggiamenti, quaranta intenzioni comunicative. A ognuna di queste corrispondeva un carattere, un personaggio, una situazione particolare: bastava dire "buonasera" in un certo modo, e dalla figura dell’attore, quasi per magia, si sprigionava qualcun altro, e anche il mondo personale che questo altro si portava addosso.

Quella performance mostrava la capienza, la duttilità di una parola banale, buona per tutte le occasioni, ma al tempo stesso la sua indistruttibilità. Per quanto sia stato detto miliardi di volte, “buonasera” resta pertinente sotto i colpi della vita, resiste a miliardi di martellate; da quelle poche sillabe sbocciano intere persone, intere relazioni di potere.

L’intonazione, l’intenzione attoriale con cui Vascellari pronuncia “I trusted you” non varia molto, è spalmata sulla musica, stira un po’ le vocali di “you”, e per la natura stessa del verbo pronuncia “trusted” mettendo in evidenza la sua caratteristica di catastrofe ritmica. In effetti, fra me e te, fra io e voi – due pronomi in cui la lingua inglese apre la gola e la bocca alla vocalità pura – si conficca la diga consonantica di “trusted”: la fiducia è un ostacolo, una masticazione fonatoria, e "io" per arrivare a mettersi in rapporto con "tu" o "voi" deve passare attraverso questo scroscio frantumato, questa triturazione sillabica.

“I” e “you” non si possono fondere in una vocalità unanime, unisona, sono separate dalla fiducia, da “trusted”, che però è anche il modo per metterle in rapporto. Allo stesso tempo, “trusted” le divide e le unisce.

Ed è un verbo al passato, come se la gittata balistica della fiducia di “I” non ce la facesse ad arrivare fino a “you”, e mentre la si pronuncia fosse già un evento passato, concluso. Bisogna ripeterla in continuazione, ostinatamente, per rinnovarla nel presente pur sapendo che è sempre irrimediabilmente passata. La fiducia è qualcosa che non resta mai aperta, mai in vigore, va sempre ribadita, anche se non si può fondare, ma solo menzionare, raccontare, certificare, al passato.

Sono le otto e trentasei, forse più tardi torno.

Ore undici e zero sei. Sono uscito a fare un giro, c’è una giornata che sembra la bandiera greca, la luce è bianca, il cielo blu, il vento fa vibrare il paesaggio. Per la strada ricevo un messaggio da Paolo Rosso (grazie!) che mi suggerisce un link. È una canzone di Andy Kaufman, il comico statunitense; risale a quasi cinquant’anni fa. Il brano si intitola I trusted you, ed è esattamente quello che suona Nico Vascellari, stessi accordi, stesso giro armonico, stesse parole, stessa ripetitività; solo che Kaufman lo fa abbigliato come una rockstar degli anni Settanta, con due chitarristi sul palco, la folla che plaude.

(E il bello è che stamattina alle cinque, proprio mentre facevo una ricerca in rete per verificare se ci fossero cose analoghe, questo brano mi era comparso fra i risultati, ma non l’avevo cliccato perché il fermo immagine in piccolo dava l’idea che fosse una vecchia canzone di glam rock).

Sono contento di scoprirlo solo ora, perché se lo avessi visto prima le mie interpretazioni avrebbero preso la deriva del riappropriazionismo, della citazione, eccetera. Mi sarei probabilmente soffermato a paragonare le due performance, misurandone la differenza di potenziale, fino a raggiungere presto l’entropia ermeneutica.

Riconoscere le cose (o credere di riconoscerle) attraverso il filtro del già visto, del già fatto, del già esistente, è un modo per evitare di guardarle. Invece così mi sono concentrato su quel che sta facendo Nico Vascellari, focalizzandomi sui dettagli, che forse non avrei descritto con altrettanta perspicuità se avessi conosciuto questo precedente.

Anche la canzone di Andy Kaukman, che è un evidente parodia del rock, si fonda sull’ad libitum, ma lo accenna solamente. Dunque Nico Vascellari ha portato alle estreme conseguenze un’intuizione contenuta in germe nel numero cabarettistico dello stand up comedian statunitense: ha preso sul serio l’ostinato di Kaufman.

Ancora una volta, sullo sfondo c’è John Cage, che nel 1963 organizzò la prima esecuzione pubblica integrale di Vexations, il brano di Eric Satie della durata di poco più di un minuto, e che prevede ottocentoquaranta ripetizioni: complessivamente, fra le diciotto e le ventidue ore.

Ore diciannove e ventiquattro, sono entrato nella chat di youtube mettendo un link a questo intervento, facendo entrare nella performance un riferimento a queste mie parole in forma di riverbero digitale, come puro indirizzo web:

Ore diciannove e trentacinque. Vascellari se ne è andato, a quanto pare con venticinque minuti d’anticipo. Alcuni commentano sentendosi beffati, altri, pur non scrivendolo a chiare lettere, colgono in forma sintetica la pertinenza tra il titolo della performance e il fatto che loro, gli spettatori, si erano fidati, aspettavano il momento di acclamare il compimento della performance, la resistenza delle ventiquattro ore promesse. Come se dicessero: ma come, ci molli proprio sul più bello?

E forse una delle intenzioni della performance era proprio questa: far provare come ci si sente nello scoprire che la propria fiducia è stata malriposta. Vascellari in effetti era tonico, anche nell’ultima mezz’ora non mostrava nessun problema fisico, pareva perfettamente in grado di andare avanti altri venticinque minuti. Non portare a termine la performance è stato un gesto in cui si può riconoscere il classico atteggiamento della sprezzatura. Anche questa uscita di scena è un segno cavo, deliberatamente enigmatico, fatto per suscitare interpretazioni proiettive. Per qualche secondo la stanza è rimasta vuota, prima dell’interruzione del collegamento. In chat, gli spettatori continuano a commentare. Proprio come sto facendo io qui.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 3 maggio 2020