Lettera a me stesso

Gabriele Lastrucci



di notte, Maggio 2018

Un nervo di me

Sono un cieco male d’infinito, bianco martirio di notte spezzato, l’oracolo addio che strappa la vita, l’amore pungente, nero fulgore d’estasi, morire, sì, d’io-qui-oltre, nel maisempre, vulcano fulmine di dolore, bestiante morso di bellezza, ti amo... e il mondo m’esplode mio cuore, perso, solo, un rosso alito di piacere, d’ora, così lavico fiore di pianto... ecco-mi, fragilmente d’incendio, il bucante nervo di Dio, bruciando – nudo sangue d’acume – d’un più eterno culmine, Finire.

G. L. – nell’immensa notte-papavero –

Ciao Amico...

Il mio sogno era di scrivere qualcosa di semplice ed essenziale, di necessario: la vita è dolore e nulla, ad esempio.
Ma le cose poi si sono terribilmente complicate ed ho scritto molte pagine, molti libri, molte prolisse imbecillità. Un barbaro luminìo di perdizione.
Riuscire ad essere essenziali è un compito arduo che costa un’intera vita di lavoro e fatica e sacrificio, una vita fatta di fallimenti e stupide vanità. Scrivere è vanità, pubblicare anche peggio, nel mio caso. E questo vale per quasi tutto il resto, tranne amare, forse. E morire.
In questo momento vorrei non aver scritto mai nulla, vorrei essere stato a giocare a bocce tutto il tempo coi vecchietti, a dare da mangiare ai piccioni, a scaccolarmi, ma anche questo mi avrebbe portato allo stesso inutile punto. Tutto porta sempre allo stesso punto: solo la strada è diversa. È questo che conta, la strada.
E tuttavia, accanto alla inestinguibile voglia di creare, c’è in me, una forza auto-distruttiva immensa, uno sfacelo appunto. Un violento chiodo di dolcezza, un lucente ferirsi d’appena...

Vorrei tramutare tutti i miei versi in uno solo, in una parola, una sillaba, un nulla: che poi è tutto ciò che siamo, ciò che sono. Uno sputo lanciato tra le stelle.

Ti voglio bene e ti abbraccio. Domani andrà meglio ed anche oggi poi, del resto, me la sono comunque cavata. Perso in uno sporco riverbero di fragilità.

Stanotte, nel compatto delirio dell’insonnia, ho scritto una lettera a me stesso, che ti riporto qui interamente, per condividere con te i recessi più dolorosi e brucianti del mio animo.

– Caro amico poeta, caro idiota cane bastardo,
mi sono risolto a scriverti qualche parola dopo molto, moltissimo tempo... Le parole mentono sempre, come tu sai bene, dovremmo prestare più ascolto all’asfalto, al pugno chiuso, alle mutande sporche: alla vita, insomma. Tutto dovrebbe tornare ad avere i netti contorni di un cesso, un cesso stellato forse, ma pur sempre un cesso. Un tempio così umano da non permetterci più di sognare, di confidare in un eterno che non c’è. L’infinito e l’assoluto, che così tanto ci tormentano, dovrebbero nuovamente vestirsi del nostro pane quotidiano.
La candela sta finendo il suo miserabile cero, così povero e stanco di salvarci, e l’immane oscurità della sera, della notte, porterà il proprio respiro a cancellare l’ultima nostra inutile traccia di lacrime.
Abbiamo amato come un razzo che dilania le epoche, i mari della desolazione imminente, i cieli infiniti. Eppure tutto stava lì, accanto e dentro la merda che con tanto ridicolo sforzo cercavamo di nascondere sotto colossali deserti di lustrini sfavillanti. E nella merda, quella merda che noi siamo, dimorava ed abita ancora un titanico granello di bellezza, un fragilissimo spillo di speranza che da solo avrebbe potuto salvare noi stessi e il mondo. E allora tutto l’universo e il suo mistero insondabile, e l’io disperato e mancante, e il nostro inguaribile sangue- spirito: avrebbero trovato un senso profondo, ineluttabile e maestoso.

Siamo stati bambini, e a quel tempo lontano, dove un filo d’erba aveva il profumo di un’eternità concreta e carnalmente tangibile, non volevamo che nulla avesse uno stupido Oltre-luogo dietro quella sostanza così materica ed esplosiva, una meteora interamente consumata nell’istante immacolato del nostro giocare.
Dunque questo famelico grumo di desideri, questo mostro snervante e carnefice, era un semplice battito di fanciullo, un bianchissimo alito di piacere pienamente estorto all’umanità. Un tramonto, una palla che rotola, un piccolo giocattolo subito rotto, eppure stupendo. Poi è arrivato l’amore, abbiamo sentito il cuore battere forse per la prima volta, come un treno in corsa, abbiamo toccato il senso tragico e bellissimo d’esserci e di voler restare, di resistere, e abbiamo rinchiuso tutto questo immenso miracolo in una ferrosa campana d’incertezza, di futuro e di tormento. E febbre d’oracoli, e frementi squarci di luna, e gemiti di silenzio disperato. Non sapevamo ancora che nulla dura, che tutto si perde in un vortice infinito di dissolvenza, che l’amore vive soltanto l’immortale tempo di un addio. E il dolore, le lacrime, la morte.
Caro amico poeta idiota, bisognava bruciare d’un fiato, e per sempre, in quella prim’ultima volta, per poter restare ancora un poco, ancora un attimo abbarbicati ferocemente al qui e all’ora, per poi svanire come un incendio sotto la nera pioggia di un tempo che non guarisce, un urlo glaciale: infiammarsi tra le rossalbe braci di un inverno così sterminante e disumano. E allora tutto lo sfacelo e il male che noi siamo, e che non siamo, sarebbe infuriato come una superba bestia d’estasi in un cielo zeppo di dolore, colmo e traboccante d’agonie: un fragile muro che avrebbe arrestato, in un grande sisma di pietà, questo incessante nulla che viene e ci divora. Nient’altro che fame, siamo. Un’oscurante e distruttiva smania di splendore. Come mosche sublimi e carnarie verso la nostra merda: così dovevamo fare ed essere: questo il nostro più alto destino.
Divenire con forza ciò che siamo: non un grido, ma un profondo mormorìo di silenzio, un nero e disperante scintillare nel nulla. Tutto misura l’enorme pozzo di questo imminente finire: sì, un nascente angolo d’intimità che s’apre per un violento fulmine-sprazzo di perdono. Un vivente insulto buttato verso la morte.

Lontano guardavamo i tramonti e le stelle schiumanti, le azzurre maree disseccate all’orizzonte, ma era in giù, nel cannibale cemento della strada, che potevamo trovare qualcosa di vero, di necessario e di bello. Non più nuvole leggere, il vento sensuale ed eterno, l’arcobaleno smagliante solitario e demente: bensì le assurde viscere del nostro stomaco pieno di merda e d’anima e d’amore. In giù, verso le radici più sanguinanti e primitive e volanti di noi stessi, del nostro ferito cuore d’abbandoni, di quel poco d’immenso che resta del mondo.

Una luce che non illumina, un fuoco che non divampa, un momento che non osa l’eterno...

Tornare ad essere uomini, dopotutto, finalmente... –.

Sono in cerca di una solitaria deriva su cui affondare, amico mio, una sponda tremante e solinga: un notturno presagio al quale affidare il mio più estremo messaggio di resistenza.

E così ti lascio queste due righe affamate di necessità, senza però che tu possa confidare in esse per trovare un po’ di ristoro, un po’ di pace e di gioiosa dolcezza. E me ne scuso.

Ti voglio bene amico mio, anche se non dovremmo dirle mai queste cose, alla nostra età. Sono molti anni che stiamo insieme in questo implacabile spazio terreno, un santo fardello che, per quanto mi riguarda, è sempre più spesso incomprensibile e assurdo. Ho letto migliaia di libri, e ne ho scritti molti, purtroppo, e in nessuno di essi ho potuto trovare qualcosa che desse anche un fragile frantumìo di senso a questo vivere, nulla che mi potesse dissetare da un vorticoso caos di vuoto che mi assale, sempre più bestiale, improvvisamente. Non sono nulla amico mio, ed ho da sempre una smisurata voglia d’assoluto che mi divora come un cane rabbioso.

Avrei voluto essere più semplice, più profondo e umile nell’accettare le cose come vengono, nella loro miserabile e quotidiana bellezza. Ma non mi è stata concessa questa normale beatitudine. Sempre altrove era il mio sguardo. Il prima, il dopo, lo spietato hic del mai, per sempre. La presente e cruciale apocalisse del non-essere, del mancare, di sparire. Uno sparuto desiderio che dispera di non potersi eternare.

Una volta mi hai tenuto la mano nel pianto, e molto più spesso mi hai sopportato con un paziente, tenace sorriso. Per noi la vita è stata dolorosa e bellissima, come per tutti, e vorrei che tu sapessi che nel mio cuore, silenziosamente, ti sono e ti sento vicino. Il mondo, la vita, il tempo: non hanno senso per me.

Eppure a volte, misteriosamente, un abbraccio vale più di tutto il male che morde e ci corrode infinitamente, come un folle e stupendo vulcano che incendia il freddo naufragante mare del nostro cuore.

Ti abbraccio e ti auguro di essere e di rimanere sempre ciò che sei. L’essenza randagia di uno spinoso fiorire. Per quanto mi riguarda, spero di finire, soltanto: come un piccolo, infinito orgasmo di dolore.

Con un tenero culmine d’estinzione,
tuo, Gabriele Lastrucci,
Maggio 2018.


(L’immagine, dal titolo Un sogno di Pinocchio, è una fotocomposizione di Sergio Nelli).








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 1 maggio 2020