«Dobbiamo portarlo in terapia intensiva»

Giampaolo Zoffoli



Giampaolo Zoffoli è medico specialista cardiochirurgo. Lavora presso l’Ospedale dell’Angelo a Mestre, Venezia. Ha raccolto emozioni e storie reali di pazienti affetti da Coronavirus, trasportandoci con questo racconto nella quotidianità della malattia.


Prendo una tachipirina e vado a letto. Questa mattina nel dormiveglia sento che mi manca un po’ il respiro, non riesco a completarlo, cerco l’aria. Anche Renato ha una tosse secca che mi ha tenuta sveglia stanotte. Per fortuna che dorme nella stanza di Matteo, adesso che lui non c’è. Lo trovo in bagno seduto sul water, la faccia grigia, tira il fiato. D’istinto gli prendo la faccia fra le mani e la stringo in grembo: è caldo.
“Renato, dobbiamo andare in pronto soccorso!”
“Ma che cazzo dici, tu ci devi andare, semmai”.
Non è mai stato così scurrile con me, credo stia male davvero, ha paura.
“Facciamo così, adesso ti preparo i vestiti e andiamo.”

Siamo davanti al dottore del pronto soccorso. Ovviamente ho vinto io.
“Signori, mi dispiace, il tampone rapido dice che siete positivi al Covid. Questa sera restate qui con noi”.
Renato mi guarda ed esprime tutta la rabbia per averlo portato lì, mi considera colpevole. Io sono smarrita.
“E per i vestiti, come faremo? Devo andare a casa a prendere un cambio”. “Forse non ha capito, signora: per i prossimi quindici giorni lei e suo marito starete qui con noi.”
La stanza è piccola e squallida, ma siamo insieme e abbiamo il bagno. Renato tossisce parecchio, e l’infermiera dice che ha la febbre alta. Lui, con un gesto brusco, tira la tenda fra noi; non capisco perché debba essere arrabbiato con me.
È sempre stato abituato a fare di testa sua, è un brav’uomo, un semplice, ma ha uno spirito libero. È come il suo camper: piccolo, d’epoca, ma perfettamente in funzione. Almeno fino a oggi.

Al cellulare ho rassicurato Matteo, gli ho detto che il papà lo saluta, e allora Renato si è girato e mi ha sorriso, come a dire “grazie”, ma senza proferire parola.
Io sto benino, i pensieri mi affollano la testa ma riesco a prendere sonno. Mi sveglio quando entra l’infermiera: Renato è seduto sul letto, gli occhi gonfi dalla tosse, lo sguardo allarmato, è impaurito, mi guarda implorante.
Gli stringo la mano e lo accarezzo: “Vedrai che andrà tutto bene, amore.”
“Signora, dobbiamo portarlo in terapia intensiva”. L’infermiera mi allontana, e prima di finire la frase spinge il letto fuori dalla stanza. Renato mi lascia la mano e resto così, con il palmo aperto a mezz’aria.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 30 aprile 2020