La pandemia e la sofferenza mentale

Intervista a Marco Pinto di Tiziano Scarpa



Qualche settimana fa ho incontrato Marco Pinto vicino a casa. Abbiamo fatto due chiacchiere per la strada; una cosa quasi clandestina, di questi tempi. Attraverso le nostre museruole sanitarie ci siamo raccontati un po’ come va. Ne ho approfittato per chiedergli se i suoi pazienti risentono in maniera particolare della pandemia, e se ha riscontrato ripercussioni nelle loro condizioni mentali. Quando chiedo queste cose, cerco sempre di non esagerare, per tenere a bada la mia fame di stranezze. Come lettore di Oliver Sacks e in generale di casi clinici, mi rendo conto che il rischio è esotizzare la sofferenza psichica, facendone un repertorio di mirabilia. Se in giro non ci fosse il virus, saremmo andati a bere un bicchiere e gli avrei chiesto di raccontarmi le cose per bene. E invece ci siamo dovuti salutare un po’ frettolosamente. Tornato a casa, l’ho chiamato al telefono e gli ho proposto un’intervista.

TS: Ti va di presentarti in poche parole?

MP: Sono uno psichiatra e psicoterapeuta. Lavoro da più di trent’anni sia nei servizi pubblici che in ambito privato. Come psicoterapeuta la mia formazione e la mia appartenenza di scuola è di tipo psicodinamico.

TS: Visto che hai questa doppia postazione da cui osservi le cose, ti chiedo se nei tuoi pazienti stai riscontrando delle ripercussioni particolari: sia nella reazione alla notizia dell’esistenza del virus, sia nella percezione del pericolo e nella paura del contagio. Oppure anche per la difficoltà a sopportare la reclusione.

MP: Certamente. Alcuni aspetti del lavoro istituzionale sono stati necessariamente modificati. C’è da dire che i servizi pubblici hanno adottato tutte le cautele del caso, e ciò ha comportato, ad esempio, il ridimensionamento nell’offerta di alcuni servizi. Mi riferisco soprattutto ai “centri diurni”, strutture intermedie riabilitative non residenziali i cui interventi si articolano principalmente in contesti di gruppalità.

TS: Che tipo di prestazioni forniscono di solito i centri diurni?

MP: Applicano varie tecniche di “riabilitazione socializzante”, per persone con disturbi psichici gravi, e che hanno bisogno di essere inseriti in un programma di riabilitazione di gruppo. Capisci bene che, data la situazione, per il momento è stato necessario chiudere queste attività, condotte da psicologi, terapeuti della riabilitazione, operatori vari…

TS: Vale a dire che i pazienti arrivano in questi centri la mattina e passano la giornata in gruppo?

MP: Sì. Condividono insieme al personale specializzato attività di vario tipo, da quelle più specificamente tecniche (ad esempio: gruppi di psicoeducazione, art-therapy e molte altre) a momenti più genericamente socializzanti.

TS: E prima che questi centri chiudessero, c’è stato un periodo in cui hai visto degli effetti di disagio in pazienti che si ritrovavano davanti uno psichiatra con la mascherina? Immagino che in alcune persone impressionabili possa provocare parecchio sgomento.

MP: Dipende. Nel rapporto terapeutico a due, fra terapeuta e paziente, in questo periodo l’uso della mascherina è obbligatorio praticamente ovunque, anche se con vari aggiustamenti: in uno studio sufficientemente ampio si può tranquillamente tenere un colloquio stando a tre metri di distanza uno dall’altro, quindi togliendo la mascherina. Ma non vorrei confondere gli ambiti, professione privata e istituzionale. Se parliamo di psichiatria pubblica, la riduzione dei servizi diurni ha causato problemi che abbiamo cercato di risolvere. Per esempio con interventi telefonici. Stiamo lavorando molto su questo: sia gli psichiatri che gli infermieri si sentono al telefono con i pazienti, ogni giorno, e questa è una cosa che per loro è di grande conforto. Anche l’attività domiciliare non si è ridotta: i pazienti che ne hanno bisogno ricevono le visite degli infermieri e del medico, il tutto all’interno di programmi terapeutici precisi.

TS: Sentono che non sono stati abbandonati.

MP: Proprio così, si sentono assolutamente non abbandonati. Come ho detto, da alcuni pazienti gli infermieri vanno anche in visita domiciliare, naturalmente con tutte le dovute cautele: mascherine, guanti, ecc. Non è stato interrotto un servizio di tipo sociale, garantito anche dal Comune. Ci sono pazienti, infatti, ai quali, oltre all’assistenza psichiatrica pura, si offrono anche altre forme di aiuto domiciliare: portare la spesa, pulizie domestiche, igiene personale. Queste cose per fortuna non si sono fermate. E comunque, per i pazienti più gravi, l’attività di ambulatorio rimane invariata. Anche in questo caso con tutte le precauzioni necessarie.

TS: State cercando di dare un messaggio di continuità, facendo vedere che tutto prosegue normalmente.

MP: Sì.

TS: Che idea si sono fatti di ciò che sta accadendo i pazienti che vedi, o di cui hai sentito parlare dai tuoi colleghi? Ne danno interpretazioni particolari? Ed eventualmente, sono distorsioni o forzature che aggravano la loro situazione mentale?

MP: È molto difficile generalizzare. Dipende moltissimo dal tipo di patologia, e anche dal momento della vita delle persone in cui è piombata questa emergenza, dalla soggettività individuale.

TS: Eh, immagino: non siamo categorie, ma individui. Però, se ti va, con tutti i limiti che questo comporta, puoi provare a fare qualche generalizzazione?

MP: Si può dire che le persone con patologie più gravi, dello spettro psicotico, quelle che sono abituate a vivere in un mondo a sé – in isolamento psichico, più ancora che fisico – ecco, queste persone apparentemente sembrano averne risentito meno. Piuttosto, fra i più gravi soffrono molto quelli abituati a vagare per la città. Camminare, passeggiare è una forma importantissima di “auto-riabilitazione”, soprattutto in una città come Venezia dove spesso il camminare corrisponde a possibilità di incontro, di scambio umano. Le limitazioni appesantiscono la loro sofferenza e la loro solitudine interiore.

TS: Perché sono costretti a stare in casa.

MP: E anche perché alcuni di loro non possono andare a lavorare.

TS: Lavorano?

MP: Usufruiscono di attività lavorative protette, in cooperative, magari anche per poche ore, che però hanno una valenza estremamente terapeutica per loro. Interrompere questo tipo di esperienze e trovarsi chiusi in casa, magari all’interno di una famiglia problematica… Questo sì può risultare molto pesante.

TS: E in questa situazione ci sono alcune manie di persecuzione, sindromi paranoiche, eccetera, che nella pandemia trovano una specie di conferma delle loro idee sul mondo?

MP: Ci sono fasi diverse nelle patologie. Per esempio, i pazienti molto gravi che soffrono di psicosi paranoica, tendono più facilmente a identificare un persecutore; su base delirante, ovviamente. Con un nemico così subdolo e pericoloso come il virus, vediamo talvolta pazienti che identificano, in modo delirante, la colpa di quello che succede nelle cause più diverse.

TS: Per esempio?

MP: Si va dal vicino di casa alla maledizione satanica. Ma anche sé stessi, come causa colpevole dell’epidemia. Si riscontrano anche questo tipo di idee deliranti.

TS: Mi fai venire in mente Arturo Bandini, il protagonista di Chiedi alla polvere, il romanzo di John Fante ambientato a Los Angeles. Arturo ha un rapporto sessuale con Camilla, una cameriera messicana: lui la considera una caduta peccaminosa; perciò, poco dopo, siccome in città c’è un terremoto, è convinto che sia colpa sua!

MP: Be’, sai, il pensiero magico con risvolti onnipotenti è qualcosa che trascende la malattia mentale…

TS: Amplificare l’importanza delle proprie piccole esistenze fino al punto di ritenerle decisive per le sorti del mondo…

MP: Esattamente. Serve a consolidare un’identità molto fragile. E diluirla nel peccato, nel senso di colpa, è un modo per contenere l’angoscia. A livelli più gravi diventa un vero e proprio delirio, un convincimento granitico, inscalfibile: spiegare le cose con una colpa propria, o con quella di un persecutore esterno. Ma se la patologia è a un livello meno grave, c’è ancora la possibilità di una critica, una messa in dubbio dei propri pensieri: in quel caso allora c’è inquietudine, anche angoscia. Il delirio, come sappiamo, è una difesa estrema: fallimentare, estrema, certo, ma rimane pur sempre una difesa dall’angoscia di frammentazione. Se invece riesci a non arrivare al delirio, puoi avere altri tipi di ansie, per esempio depressive.

TS: Ma restando nelle spiegazioni deliranti, in che modo un vicino può influenzare un contagio? È una specie di untore? O basta la sua stessa presenza al di là del muro di casa per avere influenze negative?

MP: È difficile sintetizzare in un modo comprensibile per i non addetti ai lavori cose che noi terapeuti diamo un po’ per scontate. Il delirio allucinatorio di tipo persecutorio – ma anche quello non persecutorio – pretende che ci siano delle realtà altre che intervengono nella mente, nell’esistenza, e a volte anche nei comportamenti della persona affetta da questo tipo di delirio. Ci si può convincere, per esempio, che un vicino di casa, attraverso sistemi di onde elettromagnetiche, o di raggi laser, o attraverso l’acquedotto, intervenga nella mente, o nel corpo della persona malata, provocando gli effetti più diversi. Può provocare un disagio diffuso, di tipo fisico, o intrusioni nel pensiero: “Mi mette in testa pensieri che non sono miei… Sono costretto a pensare cose che non vorrei pensare”.

TS: Mi torna in mente il caso classico del presidente Schreber, quando dice che ci sono degli “esseri fatti fugacemente” che controllano tutti i suoi pensieri e li trascrivono…

MP: O anche Fuga nelle tenebre di Schnitzler.

TS: Ma in queste settimane ci sono deliri di persecuzione che temono di essere contagiati dal Coronavirus?

MP: Personalmente non ne ho visti. Però non mi meraviglierei che ci fossero. Ma ho visto accentuazioni di insofferenza rispetto un vissuto persecutorio, questo sì.

TS: Mi hai parlato dei pazienti psicotici. Riguardo ai nevrotici, invece… – a proposito, forse è una distinzione un po’ grossolana.

MP: La distinzione tra psicotici e nevrotici è ancora utile, anche se è un po’ datata. Parlando genericamente, diciamo che ci sono dei pazienti che mantengono un buon contatto con la realtà, e però rimangono preda delle loro ansie, delle loro paure, delle loro depressioni, delle loro difficoltà, delle loro fragilità emotive. E anche qui vediamo un po’ di tutto. Per cui, naturalmente – dico naturalmente, ma non è così “naturale” – è facile immaginare che il classico disturbo ossessivo-compulsivo rupofobico

TS: Un attimo, scusa: di che si tratta?

MP: La paura dello sporco. Capisci bene che chi sente la necessità di lavarsi ossessivamente le mani perché teme le contaminazioni sempre e dovunque, in una situazione come questa, trionfa!

TS: Eh certo! Tutti che ripetono “lavatevi le mani, lavatevi le mani”…

MP: Infatti. Si ritrova a dire “Avevo ragione, vedi che adesso lo fanno tutti!”

TS: Immagino quanta fatica abbiate fatto voi terapeuti per far capire a una persona che non è il caso di esagerare, dato che non fa bene avere queste manie igienistiche. E poi improvvisamente tutto il mondo, facendovi una clamorosa obiezione universale, si mette a dare quest’ordine: “Devi lavarti le mani tantissimo, molto spesso!” Ma questo, ti chiedo, può intaccare la vostra autorevolezza presso questi pazienti? C’è qualcuno che per caso vi dica: “Ma come, dottore, lei mi diceva che non si fa così, e invece vede che avevo ragione io?” Vi crea dei problemi, mette in discussione il vostro status?

MP: No, perché comunque parliamo di disturbi di tipo egodistonico. Prima della pandemia, il paziente si rendeva conto che non ha senso lavarsi le mani troppo spesso, o controllare che sia chiuso il gas venti volte prima di andare a dormire. Tanto che poi “alle cinque di mattina, ti addormenti sul frigorifero, col gas aperto”, come cantava Giorgio Gaber. È consapevole che il suo è un sintomo, e che non è sensato eccedere nell’igiene; ma non è in grado di farne a meno. Ha una sorta di pensiero magico che non riesce a controllare, per cui dice: “so che mi sono lavato le mani dieci minuti fa e che ho tutta la pelle irritata, e so bene che non dovrei lavarmele ancora; ma al pensiero di non lavarmele mi viene una tale angoscia…, perché proprio questa volta che non me le lavo sarà quella che mi infetto!”; ed ecco che è costretto lavarsele un’altra volta… Sono pazienti che tendenzialmente vengono di propria iniziativa a chiedere aiuto per questo genere di disturbi.

TS: Perché se ne rendono conto che non gli fa bene lavarsi le mani così tanto. Ne hanno consapevolezza.

MP: Sì. Tu conosci la vecchia battuta sulla differenza tra psicotici e nevrotici?

TS: No. Dimmela.

MP: Per lo psicotico, “uno più uno fa tre”. Per il nevrotico “uno più uno fa due, ma mi dispiace”. Cioè il nevrotico intuisce o sa che i disturbi non corrispondono a un corretto esame di realtà, però con la forza della volontà non riesce a farne a meno.

TS: Assomiglia un po’ a quel che Ovidio sintetizzava così: “vedo il meglio e lo approvo, ma poi seguo il peggio”; video meliora proboque, deteriora sequor. Ora vorrei farti un’altra domanda. Avere dei problemi personali e vedere che improvvisamente intorno c’è un problema generale molto serio, mette in prospettiva la propria situazione? I nevrotici, o comunque coloro che hanno consapevolezza critica del proprio disagio, lo ridimensionano paragonandolo al disagio collettivo? Hai riscontrato qualcosa di simile nei pazienti che segui o di cui hai notizia?

MP: In minima parte, meno di quanto ci si aspetterebbe. Esiste in questo tipo di persone una dimensione un po’ scissa: da una parte, sanno che stiamo affrontando un problema che riguarda tutto il mondo, e siamo anche fortunati perché qui a Venezia ci troviamo in un territorio in cui, a quanto pare, siamo meno colpiti. Nelle famiglie non c’è nessun malato, mentre si ricevono in continuazione le notizie drammatiche che arrivano da pochi chilometri di distanza. D’altra parte, i problemi esistenziali precedenti, che riguardano quella singola persona, non sono particolarmente modificati.

TS: Ti vengono in mente casi in cui, al contrario, la pandemia, o meglio le regole di vita che sta imponendo in queste settimane, abbia provocato un qualche sollievo, un motivo di paradossale conforto?

MP: Ci sono situazioni depressive per cui essere costretti a lavorare da casa è quasi rassicurante. Non dover andare in ufficio tutti giorni, lavorare a distanza, asseconda la claustrofilia di chi tende a essere un po’ depresso e sta meglio a casa sua. Non deve affrontare il mondo, la gente, gli altri: le facce, in particolare le facce… Poi c’è chi vive con i genitori anziani, e proietta le sue angosce su di loro. Oppure ci sono le persone che hanno rapporti affettivi a distanza, abituate a trovarsi nei fine settimana, e per le quali è tutto sospeso.

TS: Le situazioni sono tante…

MP: Sì, e molto diverse l’una dall’altra. Per esempio, a una paziente che ha delle difficoltà nella vita di coppia, con i figli, e che aveva avviato la separazione, ora tocca vivere ancora con il marito in casa, in una convivenza forzata, posticipando sine die il distacco. Sono situazioni nuove anche per noi terapeuti.

TS: Ne parlate, fra colleghi?

MP: Di continuo. Ci teniamo in collegamento costante.

TS: A proposito, usate anche voi la connessione digitale con i pazienti? Fate delle sedute attraverso il video?

MP: Molti si sono ritrovati a lavorare giornate intere via Skype. Ti sto parlando di colleghi che fanno psicoterapia classica, una-due volte a settimana, e che hanno modificato il loro setting. All’inizio con difficoltà, poi con soddisfazione.

TS: Sai, Stéphane Mallarmé, con un’iperbole logocentrica e, diciamo così, poetocratica, diceva che “il mondo è fatto per sfociare in un bel libro”: come se lo scopo ultimo dell’esistenza del cosmo fosse quello di creare un capolavoro letterario. Be’, in queste settimane il mondo sembra fatto per convergere tutto quanto negli schermi dei computer.

MP: Io faccio parte anche di un gruppo di terapeuti, circa una dozzina: da dieci, quindici anni ci vediamo una volta al mese, per una supervisione collettiva tra noi, parlando dei casi clinici che seguiamo. La riunione scorsa l’abbiamo fatta online usando Zoom. All’inizio con molte titubanze, poi è andato tutto bene.

TS: Ma vi conoscete da molto tempo.

MP: Sì, possiamo contare su una base di grande confidenza, quindi anche per questo ha funzionato.

TS: Anche con i tuoi pazienti fai sedute in video?

MP: I miei pazienti privati li seguo intramoenia, come si suol dire, cioè all’interno dell’ospedale. È un’attività codificata da alcuni protocolli. A loro in queste settimane ho preferito dare una disponibilità telefonica, e sono molto contento che molti ne abbiano approfittato. Ho fatto dei colloqui al telefono, che però non posso definire sedute di psicoterapia. Ma ho avuto la sensazione – anzi, me l’hanno proprio detto loro – che abbia sortito un effetto tranquillizzante, rassicurante.

TS: Tutto questo aprirebbe un capitolo enorme sull’interazione fra relazione interpersonale e medium. Come ci ha insegnato MacLuhan, la tecnologia comunicativa non è semplicemente uno strumento, perché sostanzia la relazione stessa, e anche il suo contenuto. Il video tiene a bada la relazione inquadrandola dentro un rettangolo visivo, la rende letteralmente bidimensionale, e taglia fuori un sacco di cose, sia quelle che non entrano dentro il perimetro dell’inquadratura, sia i rischi della presenza. La distanziazione tiene a bada la relazione. Chissà queste cose che cosa comportano. Perché ora cadono in un periodo di emergenza, ma se dovessero protrarsi, non dico che snaturerebbero, ma cambierebbero radicalmente la relazione terapeutica.

MP: Eh sì, se dovessero protrarsi sarebbe veramente un altro mondo, dal punto di vista della relazione terapeutica. Tieni conto di tutto ciò che nella psicoterapia c’è, ma spesso non viene esplicitato: il contatto percettivo, il vedersi, l’incontrarsi, darsi la mano, la mimica facciale, i toni di voce, l’ambiente…

TS: E poi essere in una nicchia segreta dove ci si sente al sicuro, dimostrarsi fiducia reciproca nel chiudersi in uno spazio dove, teoricamente, uno dei due potrebbe fare del male all’altro… Ma mi interessa in particolare il fatto che tu pratichi con l’audio più che con il video. È una tua preferenza, perché ti trovi più a tuo agio e ti viene meglio? O lo preferiscono i pazienti? Il video richiederebbe una confidenza con la tecnologia che non tutti hanno? O pensi invece che la voce, l’audio telefonico, il parlare a un paziente dentro il suo orecchio, come non succede neanche dentro uno studio, sia più intimo?

MP: Io lo preferisco per miei motivi personali. Prima di tutto, perché avrei dovuto fare il collegamento video da casa mia, non dallo studio in cui normalmente vedo i pazienti, e questo non mi mette del tutto a mio agio: preferisco una dimensione relazionale in cui è privilegiata la parola, il sentire, l’ascoltare. Ma c’è da dire anche che è stato un po’ un esperimento; all’inizio non avevo escluso l’uso del video, però poi mi sono trovato bene così, con le chiamate telefoniche. E ho avuto dei riscontri molto buoni da parte dei pazienti, che mi hanno detto: “È stato molto importante quello che ci siamo detti oggi… È da stamattina che aspettavo di sentirla, la sua voce mi dà tranquillità”.

TS: Non è che gli psicoterapeuti si avvalgano anche dell’apparato scenografico da cui sono attorniati? Avere uno studio, una sede istituzionale, da un lato dà un senso di autorevolezza, dall’altro di intimità, di protezione. Un po’ come le aule di tribunali: la scritta “La legge è uguale per tutti”, la toga indossata dal giudice… Non sarebbe lo stesso pronunciare una sentenza vestiti in tuta dalla cucina di casa propria.

MP: Certo, il setting conta e, se non c’è, viene a mancare una parte della ritualizzazione dell’incontro terapeutico. Quindi la sensazione che ha il paziente in questo periodo è che ci sia una maggiore vicinanza: sanno che io sto parlando con loro dal mio ambiente quotidiano, invece di essere loro a dover venire in ospedale, entrare in uno studio, eccetera. Naturalmente, non mi sognerei di iniziare ex novo con un paziente una terapia così. Ma in una relazione terapeutica consolidata, introdurre questa dimensione diversa ha facilitato le cose.

TS: Ora vorrei farti qualche domanda finale che non riguarda solo i pazienti con sofferenze mentali. Come psichiatra e psicoterapeuta, tu occupi un avamposto o, se vogliamo dirlo con un cliché, un “osservatorio privilegiato”. Pensi che le persone che hai in cura, o di cui hai sentito parlare dai tuoi colleghi, amplifichino sentimenti e stati d’animo che in questo periodo abbiamo un po’ tutti? Possono essere considerati delle cartine di tornasole, o una specie di “canarini nella miniera”, le povere bestiole che avvertivano i minatori della presenza di un gas nei cunicoli… Oppure con questa domanda sto facendo un’indebita generalizzazione degli pseudo-universali umani? Te lo chiedo perché, onestamente, c’è una parte di me che vive questa reclusione anche con un certo senso di claustrofilia. Non provo soltanto insofferenza per questa magnifica primavera che vedo fuori dalla finestra e di cui non posso godere come vorrei. È come se il mio super-io dicesse: “vedi che cosa ti dicevo? Devi stare a casa a lavorare, a scrivere, a studiare, invece di dissipare il tuo tempo e zuzzurellare in giro! Non l’hai voluto capire con le buone. Ora il mondo te lo sta facendo capire con le cattive”…

MP: Stai nobilitando un atteggiamento diffuso. Nei media ma anche fra i nostri amici e conoscenti si sentono descrizioni di piaceri ritrovati all’interno della quarantena. Un mio carissimo amico, a casa con moglie e figlie adulte, dice che si è ritrovato a fare una cosa che non avrebbe mai potuto immaginare. La sera, in famiglia, giocano a tombola.

TS: Ahahah, a tombola! Rasenta il livello più elementare fra i giochi possibili. Più in basso c’è solo il gioco dell’oca!

MP: E pensa che è un grande informatico, ha un’azienda con dei dipendenti, progetta e realizza siti web.

TS: Quindi, semmai, avrebbe potuto immaginare di ritrovarsi a fare tornei di Fifa 2020, o di qualche altro videogioco sofisticato! Ma quel che mi racconti mi fa venire in mente un’altra cosa: se ci pensi, nei media c’è stato un abbassamento di definizione nella qualità dell’immagine, si vedono ormai costantemente collegamenti da casa, interviste a ospiti che prima sarebbero dovuti andare in uno studio televisivo, mentre oggi si connettono con il proprio computer, non sempre al massimo delle possibilità tecnologiche, con immagini scadenti, una grana visiva grossolana. Da un lato, la tecnologia ha permesso di salvare il salvabile – seppure con tutti i limiti del distanziamento in video – per esempio a scuola. Dall’altro lato c’è stato uno strano downgrade, un passo indietro, un ritorno a un’estetica lo-fi, come si diceva negli anni Novanta, a bassa definizione. Chissà se è anche un simbolo di una situazione generale, magari anche positiva. Forse indica che i media, l’opinione pubblica, la circolazione dei contributi individuali, devono dare spazio anche a ciò che è gestito dalle persone, da chi emette il discorso, non solo da chi lo riceve e lo amplifica, cioè i media centrocratici come la televisione. Oppure, anche, innescherà una retorica dell’autenticità? Un’immagine, un’opinione sono tanto più credibili quanto più sono sgranate, grezze, nebbiose? E, al di là dei media, queste immagini povere sono la rappresentazione dell’impoverimento dei nostri rapporti attuali, del fatto che ci dobbiamo accontentare di telefonate, Skype, dirette Instagram, riunioni su Zoom o altre piattaforme? Ma sto divagando. Piuttosto, in chiusura, dimmi qualcosa di meno generico rispetto a queste mie considerazioni, magari qualcosa che riguarda più specificamente te e i tuoi colleghi.

MP: Io prima che psichiatra e psicoterapeuta mi sento profondamente medico; e medico di un servizio pubblico. E lavoro da sempre dentro l’ospedale. Perciò, sì, dico volentieri un paio di cose sulle persone che ci lavorano dentro, e sull’iconografia che li dipinge come eroi. Non è così. C’è un senso di normalità all’interno dell’ospedale, e non parlo di chi non è in prima linea, come noi psichiatri, ma proprio di chi affronta quotidianamente i malati di Coronavirus. Conosco moltissimi intensivisti, infettivologi, e medici che lavorano nell’igiene pubblica, sono in contatto tutti i giorni con loro. Nessuno si tira indietro, e nessuno si lamenta, mai: semplicemente, fanno. E lo fanno in maniera sobria. Non vedo nessuno che si sente un eroe, o che dica “non ne posso più”; eppure glielo leggi in faccia che non ne possono più: sono stanchissimi. Ma non c’è nessuna retorica in tutto questo. È una cosa che sto apprezzando molto nei miei colleghi. In ospedale c’è un anziano medico del pronto soccorso, che tra l’altro è piuttosto malandato, perché ha parecchi disturbi fisici suoi; nei giorni più duri, di inizio pandemia, l’ho incontrato mentre smontava stremato da un turno e mi è venuto spontaneo dirgli: “Mi raccomando, tieni duro!”. Sai che cosa mi ha risposto? “Ovvio che tengo duro. Se non teniamo duro noi…!”








pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 27 aprile 2020