Riflessioni sulla morte: una lettura (o quasi) de “La morte di Ivan Il’ič”

Alessandra Mugnai



Un frame del "Settimo sigillo" (1957) di Ingmar Bergman PNG

In questi tempi così atipici la distanza, lo spazio che intercorre tra uomo e morte sembra – come se già non lo fosse (ahinoi) in tempi, per così dire, meno anormali di quelli che ci troviamo a vivere da qualche mese a questa parte – ridursi notevolmente, quasi accartocciandosi su se stesso.
In quello spazio temporale (che si vuole e si suole immaginare come una lunga – nella maggior parte dei casi, si spera il più lunga possibile – linea retta), in condizioni “sane” e usuali, se mai sane e usuali lo siano mai state, ciascuno di noi mentalmente tende a porre la morte, il fatidico momento in cui ogni certezza e ogni dubbio si spengono, il più lontano possibile dal punto in cui ci si ritrova nell’esatto istante in cui il pensiero si formula.
Non è più così in questo particolare momento dell’esistenza umana, quando tutti, a qualsiasi distanza dall’Equatore, come tanti malavventurati Antonius Block bergmaniani, siamo stati chiamati, i più fortunati muniti di mascherina, guanti in lattice e con ad essi annesso preziosissimo flaconcino di Amuchina gel per le mani (tutto ciò, credo, enormemente antiestetico dal punto di vista di Bergman), ad affrontare la nostra partita a scacchi. A differenza di Block, in questo particolare momento, qualcuno di noi (tanti, la maggior parte) ha buone probabilità di uscirne indenne. Traumatizzato, forse.
Soprattutto se consideriamo chi, come me, non sa giocare a scacchi. Non solo fisicamente, concretamente la morte sembra aver accorciate le distanze nei nostri confronti, ma noi stessi tendiamo (nel caso in cui lo faceste già prima, allora partite avvantaggiati) a soffermarci maggiormente sul pensiero di essa. Sulla, seppur in qualche caso remota, possibilità che in quella linea retta si trovi molto più vicina a noi di quanto credessimo. Ciò da cui scaturisce questa predisposizione di pensiero credo si possa definire, senza dubbio o remore alcuni, in questo modo: Paura. Chi dice di non averne probabilmente mente, oppure – una volta certi della veridicità delle affermazioni di questi ultimi – chiediamo immediatamente loro di rivelarci i propri segreti (magari, in prestito, la ricetta o il nome dei tranquillanti che assumono).
Ironia a parte, la verità è che l’inabissarsi nelle profondità del proprio sé spesso comporta il dover fronteggiare delle creature deformi con le quali mai abbiamo avuto il coraggio di venire a patti.
Se guarderai dentro l’abisso, l’abisso vorrà guardare dentro di te e, nella maggior parte dei casi, se la ride, cogliendoci impreparati. Ma bisognerà pur ricordarsi che l’abisso non è qualcosa di esterno ed estraneo all’essere pensante, è qualcosa di interno, di intrinseco ad esso. Si presenta naturalmente come celato, recondito – non sarebbe, altrimenti, abisso – ma nella maggior parte dei casi ciò che lo rende abisso è proprio l’istinto, appena si scorge un tentativo di riemergere, di ritrarsi, di fuggire a gambe levate.
Chi non ha paura non mente, semplicemente non si è lasciato ingannare, non si lascia cogliere impreparato: ha stretto amicizia con le mostruose creature, le ha accolte e ne ha fatto delle degne compagne di giochi. Qualcuno, vi dirò, ha pure dichiarato sia piuttosto divertente.
Paura, dicevo. Sì. Il mio corpo qualche giorno fa mi ha (neppure troppo velatamente) rivelato, tendendomi una sorta di trappola, di essere profondamente turbato: il panico si è presentato sotto forma di (falso) principio d’infarto. Simpatico burlone.
Così, sono ricorsa al consiglio del vecchio Saggio e, sì, per una qualche forma di masochismo che mi attanaglia, qualche giorno dopo, in una mattina bolognese tiepida e soleggiata, ho letto La morte di Ivan Il’ič di Tolstoj. Ecco, sì, perché qui non si parlerà né di spiacevoli virus, né di altrettanto seccanti attacchi di panico.

PNG "Lev Tolstoj" (1973) di Ivan N. Kramskoj PNG

Il vecchio Saggio, che d’ora in poi chiameremo col suo nome, Tolstoj, scrive La morte di Ivan Il’ič nel 1886, ancora ben lontano dal fare esperienza in prima persona di qualcosa che anche solo sommariamente si avvicini a ciò che così minuziosamente descrive nel suo racconto. Morirà, infatti, ventiquattro anni dopo, a ottantadue anni, realizzando il suo desiderio di lasciare tutto e tutti e fuggire di casa in nome della sua conversione a Cristo, nel 1910.
Ivan Il’ič è un modesto e scialbo funzionario la cui esistenza è religiosamente sottomessa ai dettami della decenza di una vita ordinaria: segue e rispetta tutte le regole senza lasciarne fuori alcuna, organizza “piacevolmente” (piacevole perché piacevole al giudizio degli altri, piuttosto che per se stesso) la propria vita, non vi è nulla che alteri seppur minimamente quella sua quotidianità di solerte funzionario; persino i damaschi, gli ebani, i fiori, i tappeti e i bronzi con cui arreda la propria casa sono tutti scelti in base al gusto altrui, erano “tutte cose scure e brillanti, quelle […] che scelgono le persone di un certo ceto e che le rendono simili a tutte le altre del medesimo ceto”. Tutto, nella sua esistenza, deve essere rigorosamente prijatnyj (piacevole) e priličnyj (ammodo).
Improvvisamente, però, nella vita di Ivan Il’ič tutto cambia: proprio mentre è intento ad arredare il suo nuovo appartamento, fatalmente, cade dalla scala sulla quale era salito per mostrare al tappezziere come desiderasse un certo drappeggio, sbattendo il fianco alla maniglia della finestra.
Dalla caduta subentra la malattia ed è, appunto, nella caduta che il solerte funzionario individua la causa primaria del proprio male.
Ecco che il suo attaccamento alla decenza, il suo buon senso e la sua solerzia si trasformano in una malattia che inesorabilmente lo condurrà alla morte.
Ma se nell’indagare le cause della malattia, Tolstoj schernisce in maniera quasi bonaria il protagonista del suo racconto, in maniera meno mansueta e decisamente più crudele, l’autore s’inabissa insieme al suo personaggio in quel “buco nero", groviglio di terrore e tenebre, che è la malattia seguita dalla consapevolezza di una morte ormai prossima.
Anche Ivan Il’ič, su quella linea retta, fino a quel momento, poneva la sua propria morte lontano da sé, nascosta dietro alla montagna di pensieri e del trantràn quotidiano che la facevano apparire quasi irreale. Il pensiero da evitare, sommerso, annullato dalla routine.
Di conseguenza vi è un momento nel racconto – che durerà fino alla fine dello stesso – nel quale il protagonista si vede costretto a realizzare che quel punto così lontano su quella linea retta si è improvvisamente concretizzato, manifestandosi di fronte a lui in tutta la sua crudeltà, come il peggiore degli incubi: assistiamo quindi al totale sprofondamento di Ivan Il’ič nell’angoscia e nella disperazione. “Doveva succedere proprio a me?”, si ripete. “Perché proprio a me che nella mia vita ho compiuto tutto ciò che fosse possibile compiere nella maniera più attenta e precisa?”, sembra domandarsi. “Io non ci sarò, ma allora cosa ci sarà? Non ci sarà nulla. Dove sarò, quando non ci sarò più? Possibile che sia la morte? No, non voglio”. “Ma io non sono colpevole”, si ripete. In sottofondo, Tolstoj, insieme alla morte, quasi sghignazzano.
È il “buco nero”, è l’inferno dei viventi: lasciate ogni speranza, voi ch’entrate.
Neanche la logica sembra aiutarlo. L’esempio di sillogismo che aveva studiato nella logica di Kizeveter gli era sempre sembrato giusto, ora non più: “Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, quindi anche Caio è mortale”. Quant’era stato semplice comprenderlo quando si trattava di Caio e non di se stesso.

[…] gli era sempre parso giusto, ma solo in relazione a Caio, non a se stesso. Un conto era l’uomo-Caio, l’uomo in generale e allora quel sillogismo era perfettamente giusto; un conto era lui, che non era Caio, che non era un uomo in generale, ma un essere particolarissimo, completamente diverso da tutti gli altri; lui era il piccolo Vanja, con mamma, papà, Mitja e Volodja, con i giocattoli, il cocchiere, la governante, con Katja, con tutte le gioie, le amarezze, gli entusiasmi dell’infanzia, dell’adolescenza, della giovinezza. Forse che Caio conosceva quell’odore di cuoio del pallone a strisce che il piccolo Vanja amava tanto? O aveva baciato la mano della mammina e sentito frusciare le pieghe del suo vestito? […]
Certamente Caio era mortale ed era giusto che morisse, ma non lui, il piccolo Vanja, divenuto Ivan Il’ič, con tutti i suoi sentimenti e pensieri; questo era tutto un altro caso. E non era possibile che toccasse a lui morire. Era troppo orribile.

Ma ciò che, se possibile, c’è di più infernale per Ivan Il’ič del realizzare di essere arrivato alla fine dei giochi è l’ipocrisia generata dall’incontro con l’Altro. “Soltanto lui lo sapeva, tutti gli altri non capivano o non volevano capire e credevano che le cose stessero come prima”. La moglie, la figlia, i dottori, gli amici, i colleghi – tutti così bianchi e rotondi, così forti e sani – terrorizzati anch’essi e posti, nel vedere il malato, di fronte all’inconscia prefigurazione di una condizione alla quale nessuno può sfuggire, assumono espressioni e pronunciano parole di facciata, si rifugiano nella menzogna, privandolo della semplice, sincera, pura comprensione, unico desiderio di Ivan Il’ič: è la solitudine del sofferente, del morente.
Solo due cose sembrano alleviare il suo dolore: il giovane servo Gerasim e il ricordo della sua infanzia. Solo il giovane servo, infatti, sembra comprendere Ivan e la sua sofferenza. “Solo Gerasim non mentiva, era sicuramente l’unico a capire tutto, né si preoccupava di nasconderlo”. Lui non mente, non nega ma guarda al dolore del suo padrone offrendogli la mano (in verità le spalle, Ivan Il’ič ha l’abitudine di porre su di esse le proprie gambe in modo da tenere i piedi in alto e sentirsi per qualche minuto alleggerito dai dolori).
E poi ci sono i ricordi dell’infanzia, il passato che “si nasconde all’infuori del suo campo e del suo raggio d’azione in qualche oggetto materiale e nella sensazione che ci [viene] data da quest’oggetto materiale”, le prugne francesi e grinzose come le petites madeleines proustiane, piaceri deliziosi che invadono la memoria senza nozione di causa, l’essenza preziosa di una vita che allora, finalmente, sembra degna di essere stata vissuta.
C’è un lampo di luce, un bagliore che illumina Ivan Il’ič negli ultimi momenti di vita, mentre si arrovella tentando di capire se la sua esistenza sia stata tutta uno sbaglio oppure il contrario. Quella luce che, secondo l’opinione dei vivi, sembra accompagnare il morente verso territori inesplorati dall’umana ragione.
Quel bagliore non sembra convincere Angelo Maria Ripellino, il quale nell’introduzione all’edizione Rizzoli che qui si è citata, scrive: “noi non vediamo un granello di albedine in quel nero sacco di tenebre, e ogni illuminazione è posticcia”. Ripellino non ne è soddisfatto, e neppure noi.
Eppure, nell’ultimissima pagina del racconto, il lettore, insieme a Ivan Il’ič, tira un sospiro di sollievo.

Di colpo gli fu chiaro che ciò che lo tormentava senza lasciarlo libero si era improvvisamente staccato, da due parti, da dieci, da tutte. […] «Com’è bello, com’è semplice, - pensò. – E il dolore? – si domandò. – Dov’è andato? Dove sei, dolore?»
Si mise in ascolto.
«Ah, eccolo. Non importa, rimani pure.»
E la morte, dov’è?
Cercò la sua solita paura della morte, ma non la trovò. Dov’era? Quale morte? Non aveva alcuna paura, perché non c’era alcuna morte.
Al suo posto, la luce.
- Ah! – esclamò d’un tratto a voce alta. – Che gioia!
Avvenne tutto in un attimo e il significato di quell’attimo non cambiò più. Per i familiari la sua agonia durò ancora due ore. Qualcosa gorgogliava nel suo petto; il corpo sfinito sussultava. Poi il gorgoglio e il rantolo si fecero più rari.
- È finita! – pronunciò qualcuno sopra di lui.
Egli udì quelle parole e le ripeté nel proprio animo.
«Finita la morte, - disse a se stesso. – Non c’è più.»
Trasse un respiro, si fermò a metà, si distese e morì.

Soddisfatti o no, illuminazione posticcia oppure no, nelle ultime battute del lungo racconto tolstojano, il lettore è posto di fronte ad una forza dirompente, al di là e come conseguenza della quale vi è l’esclamazione a voce alta del protagonista: “Ah, che gioia!”: è l’accettazione della solitudine da parte del morente.
Quello che dalla rilettura di Ivan Il’ič, in questo particolare momento storico, sembra in qualche modo trasparire è quanto lontani siamo da quell’accettazione, quanto estranei ci siano dolore e sofferenza. Il trantràn quotidiano, il nostro essere, a nostro modo, come Ivan, solerti funzionari (a qualsiasi attività ogni giorno siamo soliti dedicarci) ha fatto in modo che dimenticassimo il nostro essere umani. Non esseri scarsamente dotati di raziocinio, di sensibilità. In quella linea retta in cui tendiamo a porre la morte il più lontano possibile da noi, nell’attimo in cui sembra di essersi svegliati da un torpore che sembra essere durato secoli fino a quel momento, noi tendiamo a porci anche la fragilità, il dolore, la sofferenza. Anche quelle, tendiamo a riporle al di là di quella montagna tutta costituita di abitudine e atti ormai divenuti meccanici. Abbiamo dimenticato l’essenza stessa dell’esistenza umana. Abbiamo creduto di essere immortali, ed è forse arrivato il momento di stringere “nuove” amicizie. Quelle creature mostruose smetteranno di apparire mostruose non appena, con un “Ah, che gioia!”, impareremo con loro a nuotare nell’abisso.

PNG Un frame del "Settimo sigillo" (1957) di Ingmar Bergman








pubblicato da j.costantino nella rubrica libri il 22 aprile 2020