Paura di specie

Antonella Moscati



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Almeno da quando sono stati scoperti gli antibiotici, cioè dal secondo dopoguerra in poi, gli esseri umani che abitano i paesi occidentali si sono abituati a considerare la morte come un evento endogeno, che dipendeva cioè da fattori per così dire intra-umani, legati a determinazioni genetiche, stili di vita, invecchiamento. Il fatto che negli ultimi ottant’anni la stragrande maggioranza delle morti umane sia avvenuta per cancro, malattie cardiovascolari, diabete, obesità, demenze senili, o anche a causa di incidenti automobilistici, guerre, effetti collaterali del cambiamento climatico, ci ha portato a dimenticare che la morte può venire anche dal non-umano.

Perfino la comparsa dell’Aids e delle malattie opportuniste legate all’HIV, che ha sconvolto le coscienze negli anni ’80 e ’90, è stata ben presto attribuita, almeno in occidente, oltre che alla presenza del virus – che aveva fatto il suo salto di specie – ai comportamenti di alcune fasce della popolazione, tossicodipendenti e omosessuali soprattutto, lasciando all’Africa la tragica eredità di una malattia diventata endemica, che ogni anno continua a mietere centinaia di migliaia di morti.

In quest’ottica antropocentrica le scommesse della medicina e della scienza sembravano avere soprattutto due tipi di obiettivi: da un lato, diminuire l’incidenza e la letalità del cancro e delle malattie cardiovascolari trasformando gli stili di vita, affinando le nuove terapie e comprendendo i meccanismi che inducono o favoriscono l’invecchiamento negli umani, e, dall’altro, cercare un minimo accordo politico, cioè fra umani all’interno di uno stato o fra stati –– accordo rivelatosi peraltro quasi impossibile – per limitare il terribile impatto suicida, animalicida, zoocida e biocida delle nostre forme di vita.

Questa concezione della morte endogena è una delle tante declinazioni di un’idea che da circa un secolo è diventata dominante: e cioè che la morte sia il frutto di una pulsione, di un Trieb, che abita all’interno di singoli, specie o addirittura nel vivente in quanto tale, perché esiste una sorta di entropia biologica che ripete e imita l’entropia dei sistemi fisici. La brusca emergenza di sars cov-2, la sua diffusione e il numero di morti provocate dall’infezione covid-19, hanno evidentemente messo in scacco quell’idea, riportandoci a tempi nei quali le epidemie di malattie sconosciute accadevano a un’umanità che conosceva i propri limiti, innanzitutto quelli di una scienza completamente priva di mezzi o che cominciava – come nel caso dell’influenza cosiddetta spagnola – a fare i primi passi in quella direzione che sarebbe diventata dominante nella seconda metà del ‘900.

Nel giro di poche settimane si sono aperti scenari che neanche riuscivamo a immaginare: la sospensione quasi contemporanea dell’economia dei paesi più sviluppati del mondo, il ritorno della funzione statale a difesa delle vite individuali e dei sistemi sanitari, la riduzione delle libertà individuali di movimento, che dal 1989 in poi, era diventata inconcepibile all’interno di un paese che non fosse in guerra e che, fatta eccezione per i migranti, era impensabile anche fra stati diversi, nella circolazione cioè di esseri e prodotti umani dovunque nel mondo.

La pandemia di covid-19 ha toccato qualcosa di profondo, e il fatto che fin da subito, quando cioè i dati erano ancora molto incerti e infinitamente sottovalutati, abbia scatenato un’incredibile e allora inspiegabile paura, ne è, a mio avviso, una prova. Ha toccato innanzitutto la nostra tracotanza di specie privilegiata, che per via della sua intelligenza si è da sempre arrogata il diritto di separarsi da tutto il resto del vivente, come se avessimo una qualità o una natura ontologicamente incomparabile e talmente superiore a quella delle altre specie viventi, da legittimare il rapporto di completo controllo e puro dominio nei loro confronti. Una tracotanza testimoniata già nel racconto del Genesi, quando ad Adamo è concesso di dare il nome agli animali, di inglobarli cioè nel mondo umano sottomettendoli allo strumento – Il linguaggio – e alle leggi di quell’unica specie – homo sapiens sapiens – fatta a immagine e somiglianza di dio.

L’incrinatura di questa tracotanza – che speriamo continui almeno per un po’ anche dopo la fine della pandemia – ci ha violentemente riportato alla nostra identità di specie, alla nostra identità di una specie fra milioni di altre, unica certo come ogni altra specie, ma capace di vivere e di morire non solo secondo se stessa, bensì anche, come tutte le altre specie viventi, nel rapporto necessario con le altre specie e con gli altri organismi viventi o semiviventi come i virus, in quell’insieme in continuo movimento, caos o cosmos che sia, in cui ordine e disordine, leggi e casi si inseguono e si scambiano, si avvicendano nello spazio e nel tempo.

Molto ancora si dice, si obietta, si argomenta sulle misure che sono state prese dalla maggioranza dei governi di tutto il mondo per far fronte a un’epidemia che si è diffusa e continua a svilupparsi nell’ignoto, cioè nella quasi completa mancanza di certezze scientifiche, mediche, economiche. Misure, secondo alcuni, fondate sul desiderio di accrescere la paura, e confinare così definitivamente noi e le nostre libertà. Ma la paura della morte che ha preso tutti indiscriminatamente – con differenze certo, di dimensioni e consapevolezza – è in fondo la più semplice delle risposte di una specie minacciata da un pericolo esterno, sconosciuto e presente.

Nemmeno le più terribili e realistiche previsioni di un futuro negato alle più prossime generazioni a venire hanno generato, perfino nei giovani e giovanissimi più coscienziosi, una vera e propria paura. I fridays for future sono stati dettati più da giustissime convinzioni etiche che da una vera e propria paura. E forse non è un caso che gli effetti delle misure di confinamento sulla diminuzione delle quantità di C02 nell’aria e sul miglioramento del quadro bio-ecologico del pianeta siano stati molto più potenti e veloci di qualunque accordo tra umani. La loro durata dipenderà dalla durata della pandemia e dalla sensatezza degli umani e dei loro comportamenti, quando usciranno da questa crisi.

La paura della morte propria di una specie è una paura autentica e semplice, probabilmente la più arcaica delle nostre paure. Non ha niente a che fare con le paure che continuamente vengono orchestrate a fini politici e contro pericoli immaginari. È una paura iscritta probabilmente nei nostri codici genetici, una paura che assomiglia a quella che vediamo negli occhi degli animali portati al macello, che udiamo nelle urla del maiale ammazzato, che sentiamo tremare nella timidezza dei conigli. È una paura che abbiamo in comune con tante altre specie animali, con i mammiferi sicuramente, ma anche con gli uccelli, i rettili, i pesci. Una paura che la biopolitica, con la sua riduzione dell’insieme della vita alla vita umana, non ha mai preso in conto né riconosciuto.

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Poiché viviamo in un mondo globale e globalizzato, dovremo cominciare a prendere sul serio il significato di ciò che ora si offre visibile e palpabile alla nostra esperienza.

Dovremo abituarci alle pandemie, alle zoonosi, al fatto che i virus possono saltare di specie. Dovremo abituarci al fatto che noi esseri umani non possiamo pensarci isolati e da soli, perché non esistono zone franche, paradisi – in tutti i sensi del termine – in cui vivere chiusi al riparo non solo da noi stessi, ma da tutti gli altri, da tutto l’altro vivente. Sarà bene ricordarcelo, sarà bene ricordarcelo anche domani, quando avremo un’immensa voglia di dimenticare questo incubo.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica emergenza di specie il 21 aprile 2020