Giornata Mondiale della Terra: una questione di sopravvivenza

Serena Gaudino



Il 22 aprile ricorrerà la cinquantesima Giornata Mondiale della Terra.
Nel 1969, dopo la fuoriuscita di una gran quantità di petrolio dal pozzo dell’Union Oil al largo di Santa Barbara, in California, il senatore Gaylord Nelson decise di portare all’attenzione dei cittadini americani e della politica le questioni ambientali da tempo tralasciate: “Tutte le persone, a prescindere dall’etnia, dal sesso, dal proprio reddito o provenienza geografica, hanno il diritto a un ambiente sano, equilibrato e sostenibile”.

Il 22 aprile del 1970 ventidue milioni di cittadini americani scesero in piazza a difesa della Terra, contro il degrado ambientale, contro l’inquinamento da combustibili fossili, contro l’inquinamento delle fabbriche, delle centrali elettriche, contro i rifiuti tossici, i pesticidi e la progressiva desertificazione.

Il 22 aprile 2020 una gran parte dei cittadini del mondo, compresi molti dei ventidue milioni di americani che manifestarono del 1970, saranno chiusi in casa.
A loro come a noi sarà vietato manifestare il nostro amore per il pianeta Terra che ci ospita e contro gli scempi ambientali che si stanno compiendo, contro chi ancora non crede alla pericolosità della strada che, intrapresa già secoli fa, ci porterà a quella che molti studiosi già definiscono come sesta estinzione.
Vittime di noi stessi.
Vittime del potere e della politica, della finanza, dei mercati, dello spread, del PIL, della ricerca del profitto, del progresso, della tecnologia, della comodità, dello smantellamento progressivo di tutto ciò che è fondamentale per la sopravvivenza dell’uomo: l’istruzione, la sanità, il lavoro.
Vittime che hanno continuato a distruggere la propria casa.
Vittime del Sars-CoV-2, un virus di origine zoonotica che dall’animale è passato all’uomo. E che costringe tutti, in tutti i paesi del mondo (o quasi) a restare a casa e a smettere ogni attività lavorativa, a smettere di passeggiare, di incontrare gli amici e di continuare a sognare.

Ma dove sono finiti tutti i movimenti ambientalisti che hanno fatto notizia in questi ultimi mesi? Perché i giornali, le televisioni, le radio non riportano più le loro voci?
Quanto sarebbe importante invece sentire i loro discorsi ora!
Nel momento in cui si cerca di capire se il Covid-19, la malattia che ci sta tenendo in scacco, possa essere una conseguenza delle nostre azioni e, come scrive David Quammen in Spillover, parlando di tutte le malattie conosciute dal 1959 fino alla Sars: “…lo specchio di due crisi planetarie convergenti: una ecologica e una sanitaria”.

La crisi ecologica va messa in relazione con la distruzione continua e inesorabile degli ecosistemi a cui l’uomo si dedica da molti anni. Distruggere foreste, ghiacciai e fauna significa distruggere le case che ospitano i parassiti patogeni che per sopravvivere vanno alla ricerca di nuovi organismi e nuove case.

Kate E. Jones, della Zoological Society di Londra [1], in uno studio condotto col suo gruppo di ricerca e pubblicato nel 2008 su Nature, afferma, dopo aver esaminato più di trecento malattie infettive emergenti apparse tra il 1940 e il 2004, che il

«…71,8 per cento di questi eventi EIDS – Emerging Infectious Diseases – zoonotici erano causati da patogeni provenienti da animali selvatici.»

e che

«…Le zoonosi di origine selvatica rappresentano la più consistente e crescente minaccia alla salute della popolazione mondiale tra tutte le malattie emergenti.»


Ma non è finita qui.
Gli autori dello studio concludono:

«…Le nostre scoperte mettono in evidenza la necessità ineludibile di monitorare lo stato di salute globale e di identificare nuovi patogeni potenzialmente trasmissibili all’uomo nella fauna selvatica come misura preventiva nei confronti di future malattie emergenti».

Quammen aggiunge, tirando le fila del discorso:

«teniamo d’occhio gli animali selvatici, perché mentre li stiamo assediando, accerchiando, sterminando – insieme alle loro case aggiungo io – e macellando, ci passano le loro malattie».

Ma la scienza lavora con tempi lenti, e il più delle volte gli scienziati non sono ascoltati.

Dal 12 marzo, giorno in cui è iniziato il lockedown a Napoli, io sono rimasta a casa a trascorrere il tempo facendo essenzialmente tre cose: informarmi costantemente su quello che stava succedendo (ascoltando la radio, leggendo i giornali, consultando le testate straniere, i giornali scientifici), imbottirmi di contenuti culturali o quasi (libri, concerti, film, serie televisive) e incazzarmi.
Soprattutto incazzarmi.

Fin dai primi giorni in cui la malattia è stata scoperta in Italia, l’informazione ha descritto l’evento come avrebbe fatto con una guerra, pur sapendo che la guerra è un’altra cosa, che ha nemici in carne e ossa contro cui combattere, che prevede l’uso di strategie e che ha un inizio e una fine, cioè quando finisce, finisce!
Mica si deve imparare a conviverci con la guerra.
Ma con questo virus sì.
Il virus che, spuntato dal suo ospite serbatoio, si è rifugiato in un organismo amplificatore e alla fine è saltato dentro un uomo contagiandolo.
Così è cominciato tutto. Prima in Cina e poi in Europa.

Ogni giorno la Protezione Civile riferisce le cifre dei morti, dei contagiati, dei guariti.
Ogni giorno siamo subissati da immagini e racconti che ci fanno venire la pelle d’oca: file di camion che trasportano salme, residenze assistenziali al tracollo con centinaia di anziani morti. In Lombardia come in Emilia Romagna, in Piemonte, in Veneto, il virus, forse complice l’inquinamento, attacca e uccide soprattutto loro, la generazione con la più antica memoria, che ha vissuto la vera guerra, che ha contribuito a renderci liberi e a costruire il nostro Paese.

E come se volessero dare un po’ di colore ai bollettini della Protezione Civile, i media hanno mostrato gli italiani che per giorni, soprattutto all’inizio del periodo di clausura, dalle finestre, suonavano e cantavano, e si prodigavano per i più deboli offrendo assistenza e giusta solidarietà.
Senza pensare che nel frattempo, a poco a poco, stavano perdendo la libertà, diventando ostaggi della malattia che portava quel virus. Senza interrogarsi sulle ragioni del disastro, si sono concentrati su un’unica frase di speranza: Andrà tutto bene.

Ma per quanto tempo dovremo ancora stare in casa?
Le risposte sono multiple e contrastanti; c’è chi ipotizza che saremo liberi dal prossimo autunno, quando avremo il vaccino, altri che saremo soggetti al lockdown a singhiozzo almeno fino al 2022, altri ancora fino al 2025.
Il più grande esperimento sociale di repressione.
Repressione muta. Il lockdown viene rispettato dalla stragrande maggioranza degli italiani senza fare storie, rimettendosi alle direttive di un governo confuso e senza visione.
Ma era davvero questa l’unica strada da intraprendere per evitare il peggio in un Paese democratico? Era davvero questa la soluzione per tamponare il dilagare della malattia in un Paese libero?
Non dimentichiamo che il lockdown in Cina è stato imposto alla popolazione da un governo a regime totalitario e che solo l’Italia e la Spagna, tra i maggiori Paesi europei, hanno deciso di fermare le attività produttive.
Adesso, a emergenza in parte rientrata, cosa ci aspetta? Quale strada intraprenderemo?
I posti letto rimediati saranno confermati e altri medici assunti? Quali parametri di sicurezza sanitaria saranno istituiti? E saranno in grado di lasciare integri i valori su cui si basano le società democratiche senza rivoluzionare il nostro modo di vivere e convivere?
E ancora.
Fino a che punto uno stato di emergenza per questa malattia – se dovesse ancora continuare - può giustificare la limitazione dei diritti fondamentali? Potrebbe diventare questo il triste inizio di una trasformazione autoritaria del sistema politico - considerando anche che con l’art. 14 del d.l. del 9 marzo sono state introdotte significative variazioni alle norme sul trattamento dei dati personali - ?
Non discuto il dovere sacrosanto di intervenire con misure restrittive per contrastare l’improvviso contagio (il distanziamento sociale è l’unica arma utilizzabile se presi alla sprovvista) anche a costo della libertà e dei diritti individuali.
Ma mi chiedo: se in futuro si dovessero riaccendere focolai da Coronavirus, quali piani sono stati elaborati per evitare un nuovo collasso della società in tutti i suoi aspetti (personali, politici, sanitari, collettivi…)?
Il governo riuscirà a non farsi più trovare impreparato o, di nuovo, dovrà appellarsi allo stato di emergenza per giustificare le misure che prenderà?

Nelle scorse settimane si discuteva molto sul mondo che verrà. Molti pensavano che fosse questa l’occasione per ridiscutere e reimpostare il nostro sistema sociale sperando che fosse il momento per dare il via al cambiamento e correggere le storture.
Il mondo si era appena fermato.
L’economia azzerata in gran parte dei Paesi, non solo europei.
I valori dell’inquinamento già da subito erano diventati più accettabili.
Si erano palesate, nello stesso momento e tutte insieme, le più gravi criticità del Paese:
• inadeguatezza del sistema sanitario (posti letto, medici, infermieri, OS)
• inadeguatezza del sistema lavoro
• inadeguatezza del sistema scolastico
Salute, lavoro e istruzione: i tre pilastri su cui si fonda la Costituzione del nostro Paese. Tre dei principi fondamentali della nostra società democratica che hanno subito nel tempo un costante impoverimento, minati dalla politica e dalle leggi economiche.

In questi giorni però si parla soltanto di ripartenza, di fase due, della riapertura dei negozi e delle attività produttive.
In tutta la penisola gli imprenditori e i commercianti premono per tornare alla normalità il più presto possibile senza perdere troppo PIL, troppi soldi, troppi affari. Alcuni governatori spingono sull’acceleratore, altri frenano.
Non si parla d’altro.
Non si parla più di cambiamento. Almeno fino a ora non c’è un progetto di rivoluzione che pone al centro della politica l’uomo. Né in Italia né in Europa si parla di rifondazione perdendo forse l’ultima occasione di diventare l’Europa dei popoli e non solo delle banche e dei banchieri.
Il Covid-19 ci ha ricordato che siamo mortali e non invincibili, che siamo fragili e che possiamo morire se non curiamo la casa in cui viviamo, se non attiviamo politiche di protezione verso i più deboli, se non smettiamo di speculare sulla pelle degli altri.
Il virus va contenuto smettendo di consumare il territorio, impegnandosi a salvaguardarlo e a curarlo per ristabilire un minimo di equilibrio tra gli ecosistemi disgregati. Di questo se ne parla ancora meno.

Se non verrà rifondata la società da zero quali sono gli obiettivi minimi che dobbiamo darci?

• Investire nella sanità.
• Investire nella ricerca.
• Non ridurre la scuola a una pura trasmissione del sapere, perché in classe si impara prima di tutto a stare insieme, nella prima società fuori dalla famiglia.
• Non trasformare gli insegnanti in mediatori tra contenuti digitali e alunni.
• Non tollerare il lavoro nero né qualunque governo che lo permetta.


#GiornataMondialedellaTerra #Terrestri #Terra #EarthDay

Se si vuole si può leggere qui La scuola ai tempi del Covid-19

Qui invece si potrà seguire la maratona mondiale per celebrare il 50° EARTH DAY DELLE NAZIONI UNITE

Qui invece gli obiettivi 2030 che si dà il nostro Paese

Qui il link al progetto Mi curo di te - Il gesto di ognuno per il Pianeta di tutti

Qui This video Plants Trees

Qualche lettura (ma anche alcuni video) legati al tema dell’ambiente: dai cambiamenti climatici alle isole di plastica, dallo spreco alimentare fino alle buone pratiche per dare il nostro piccolo grande contributo alla salute del nostro pianeta. Trovate tutto sulla MediaLibraryOnLine cliccando qui




[1] da Spillover di David Quammen, Adelphi, Milano 2015. Pagg. 47 e 48.





pubblicato da s.gaudino nella rubrica emergenza di specie il 20 aprile 2020