Una rispettosa risposta a Giorgio Agamben

Tiziano Scarpa



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«Com’è potuto avvenire che un intero paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia? [...] La soglia che separa l’umanità dalla barbarie è stata oltrepassata».

È una domanda che Giorgio Agamben ha fatto a tutti, non solo ai filosofi. Con l’immenso rispetto che provo per lui e le sue opere, non sono d’accordo con i suoi giudizi su quel che sta accadendo. Non voglio dilungarmi; perciò, sbrigativamente e in modo consapevolmente grossolano, dirò che a me pare che Giorgio Agamben non accetti la realtà. Esistono cose che trascendono le costruzioni civili, le strutture culturali. L’esilità dell’atmosfera terrestre esposta al cosmo esiste. Gli asteroidi, i terremoti, le eruzioni vulcaniche esistono. I batteri e i virus esistono. Non tutto è volontà, o diritto, o potere. La morte esiste.

Ci sono scrittori e scrittrici che hanno espresso tutto questo con immagini sublimi, cioè sia affascinanti che terribili. Per esempio, la Natura indifferente alla sorte della specie umana, così come Giacomo Leopardi la raffigura nel suo dialogo con il viaggiatore islandese.

Va anche detto, per comprendere la posizione di Agamben, che la pandemia si era presentata all’inizio come una possibilità, o un rischio (il che, mi pare, spiega anche i primi interventi scettici di Agamben stesso). Ma al punto in cui siamo, mi sembra irrealistico continuare a sostenere certe posizioni.

Comunque, immaginiamo uno scenario schematico:
1. qualcuno lancia un allarme;
2. si prendono provvedimenti;
3. non accade nulla di dannoso.

Ora, è chiaro che in una catena di eventi come quella che ho appena sintetizzato, a giochi fatti si potrà sempre discutere se l’allarme fosse infondato, o se fosse solo un pretesto per prendere provvedimenti; oppure se, al contrario, non ci sia stata nessuna conseguenza nefasta proprio grazie ai provvedimenti presi. Tradotto in termini politici: la possibilità e il rischio (prendere sul serio ciò che un allarme annuncia) sono problematici da governare, perché bisogna trattare il non essere, o il non essere ancora, come se esistesse già, dandogli consistenza di essere. È questo paradigma, mi pare, che rende opinabili le scelte politiche – e, anche, un po’ più rilassate le discussioni attuali, se le facciamo lontano dalle provincie di Bergamo e Brescia.

Ma il punto fondamentale è questo. Io non mi sento vittima di un potere che mi sta togliendo libertà. Io mi sento parte di quel potere collettivo, anche se non ho nessuna carica politica decisionale. Come semplice cittadino, mi sento parte di una società che sta reagendo a una minaccia grave, potenzialmente devastante. Sono consapevole di quell’avverbio oltremodo filosofico, “potenzialmente”, che è fatto di congettura, di “non essere”, di qualcosa che forse è così, ma che potrebbe essere altrimenti.

In questo periodo sto consapevolmente accettando la logica del formicaio, in cui ogni componente rinuncia a una parte della sua libertà individuale in favore di una sopravvivenza di specie. Mi si potrà obiettare che non sono veramente libero di accettarla, perché se esco fuori di casa senza un motivo giustificabile posso essere multato e addirittura denunciato. Ma io sono d’accordo con questi provvedimenti, perché la realtà esiste: esistono gli sconsiderati che, senza queste norme, se ne andrebbero in giro contagiando chiunque. Le norme non si tarano solo sul buonsenso e sulla buona volontà. Le norme si fissano tenendo conto del mondo reale, non della società ideale. Non solo di come vorremmo che il mondo fosse ma, innanzitutto, di com’è.

Giorgio Agamben considera l’attuale abdicazione alle libertà individuali come un crollo della società e una caduta nella barbarie. Io credo che sia esattamente il contrario. Considero il nostro comportamento attuale come il vertice della nostra civiltà, e sono orgoglioso che la nostra epoca – tanto vituperata e così incline a satireggiare sé stessa – stia esprimendo una virtù così salda (probabilmente, questo è il frutto anche della sua attitudine a vituperarsi e satireggiarsi, che è benefica, perché nel momento del bisogno, con un insperato riscatto di dignità, l’ha spinta a dimostrare di essere un po’ meno peggio dei propri selfie).

Posso dissentire fortemente dalle politiche che hanno condotto a questa situazione, alla carenza di posti letto per la terapia intensiva rispetto ad altri Paesi, alla privatizzazione della sanità, ecc., e chiederne conto severamente in futuro. Posso puntare il dito sulle responsabilità della nostra specie, sullo sfruttamento del pianeta, sul sistema economico mondiale, sugli allevamenti intensivi, sull’inquinamento in Valle Padana che forse ha favorito il contagio, ecc. Ma intanto, adesso, accetto senza riserve il confinamento.

Penso che la sospensione temporanea di alcune libertà sia un segno di forza delle nostre democrazie, e di confidenza nella loro stabilità; democrazie intese non solo come governi, ma come insiemi delle popolazioni e delle amministrazioni politiche che esse hanno espresso. Le nostre democrazie sono talmente solide che, in una situazione di necessità, possono permettersi perfino di negare parzialmente sé stesse (ho scritto “parzialmente”, ma avrei dovuto scrivere “apparentemente”). Questo è tanto più significativo e, a mio parere, meraviglioso – pur nel dramma che stiamo vivendo – se si pensa che sta accadendo anche in Italia, cioè in uno dei paesi europei che non troppo tempo fa ha conosciuto un totalitarismo vero, e che dunque sa benissimo che cos’è e quanto costa la rinuncia alla libertà.

È vero: gli italiani e in generale i cittadini occidentali accettano di abbandonare i malati nei reparti di terapia intensiva a un’agonia solitaria, o meglio, assistita da medici e infermieri, senza poter vedere i propri cari; e sono disposti a rinunciare di fatto a celebrare i riti funebri, o a ridurli a frettolosi congedi fra pochissimi intimi. Ma accettarlo non vuol dire che lo si faccia per codardia o ignavia. Questo abbandono è terribile non solo per chi lo patisce e muore solo, ma anche per chi resta vivo e non può assistere né seppellire i suoi cari come vorrebbe.

Certo, se accadesse a me, nell’angoscia di un’agonia solitaria fra medici e infermieri sconosciuti, senza nessun volto amato accanto al mio capezzale, e nella consapevolezza che chi mi vuole bene non potrebbe nemmeno salutare la mia bara, sarebbe atroce. Mi consolerebbe sapere che la mia agonia e il mio seppellimento disertato potrebbero servire a limitare la diffusione di una malattia mortifera? Non lo so, onestamente non lo so. Non sono così stoico. E sarebbe atroce se succedesse a chi amo.

Agamben previene l’obiezione che si possa fare tutto questo in nome del bene: «Una norma, che affermi che si deve rinunciare al bene per salvare il bene, è altrettanto falsa e contraddittoria di quella che, per proteggere la libertà, impone di rinunciare alla libertà». Ma Agamben stesso, nei suoi libri, ha esaminato una delle potenze che ci è dato esercitare. Se non ricordo male, la ricavava commentando Aristotele. Questa potenza è quella di non fare. La libertà si può esercitare, se è il caso, anche decidendo di non essere liberi? È evidente che questo è un punto delicatissimo, una sorta di limite. Ma la situazione attuale ci ha spinti, rapidissimamente, presso questo limite. È una necessità. La necessità si vive nella tragedia. Stiamo vivendo una tragedia, cioè l’urto di una necessità. Ma soprattutto, e continuo a dirlo con immenso rispetto, mi sembra che la descrizione di Agamben sia inaccurata. Gli sono comunque grato, perché come sempre il suo pensiero suscita riflessioni – anche per opposizione – a cui non sarei arrivato da solo.

La cito nuovamente: «Una norma, che affermi che si deve rinunciare al bene per salvare il bene, è altrettanto falsa e contraddittoria di quella che, per proteggere la libertà, impone di rinunciare alla libertà».
Cerco di andare per ordine:

1. La norma è imposta perché altrimenti i comportamenti salutiferi non potrebbero contare sull’adesione di tutti. Basta che una minima percentuale di sconsiderati, o menefreghisti, o ignari ecc. non rispetti un comportamento salutifero, per vanificare gli sforzi di tutti gli altri. La norma dunque parte da una rappresentazione politica, cioè realistica, e non ideale, degli esseri umani e della società: c’è una percentuale di persone che non comprende altre logiche oltre a quelle impositive; in questo caso, è necessaria un’imposizione, per non far pagare a tutti la riottosità o la leggerezza di pochi. La necessità della norma è la conseguenza tragica della necessità di difendersi dal virus. Una norma impone di non fumare nei luoghi pubblici, perché il fumo è nocivo. Una norma assai più drastica impone di non radunarsi finché il virus imperversa, perché gli assembramenti sono mortiferi.

2. La norma non afferma, come dice Agamben, che «si deve rinunciare al bene per salvare il bene». In questo caso dissento da quegli “al” e “il”, cioè dall’uso degli articoli determinativi, che trovo inaccurati e svianti. Non al bene, ma a un bene. La norma afferma che si deve rinunciare temporaneamente a un bene per salvarne un altro più essenziale. Bisogna rinunciare a una quota di libertà per salvare la vita, che è la condizione necessaria per poter esercitare la libertà. Difficile essere liberi da morti. Certo, si può decidere che non vale la pena vivere senza libertà: meglio morti che schiavi. Giusto. Io però non vivo questa rinuncia come una schiavitù, ma come un mio contributo – per quanto piccolo e molto minore rispetto ad altre categorie professionali – alla vita di tutti. E poi, le cose non sono così astratte e generiche come le descrive Agamben. Da quel che ci ha mostrato finora la pandemia, infatti, lo sforzo di tutti mira, almeno statisticamente, soprattutto alla salute di una categoria di persone in particolare, i vecchi, il che non è affatto secondario. Ma di questo parlerò nei paragrafi finali del mio intervento.

3. Infine, mi dispiace che Giorgio Agamben, per sostenere i suoi argomenti, ricorra alla reductio ad Hitlerum, sventolando lo spauracchio di Eichmann. Agamben può fare questo paragone solo svuotando di contenuto sia le convinzioni di Eichmann sia quelle di molti cittadini (fra cui mi annovero) facendone una similitudine puramente formale, comparando due gusci vuoti. Eichmann considerava un bene obbedire a un comando, pretendendo, nella sua difesa processuale, di svincolare questo comando dal suo scopo, e cioè sterminare ebrei, omosessuali, nomadi, disabili, dissidenti politici e religiosi. Io e, credo, molti altri consideriamo un bene privarci temporaneamente di una parte della nostra libertà non per un’astratta obbedienza a un’imposizione governativa, o perché siamo dei pecoroni ubbidienti, ma perché lo facciamo in vista di uno scopo ben preciso. Vogliamo salvare non solo la nostra vita, ma anche quella di molti esseri umani, in particolare i più deboli, i vecchi.

È una situazione di emergenza, è vero; è uno stato di eccezione; altrettanto vero. Ma la domanda è: lo stato di eccezione non potrebbe essere considerato anche una risorsa delle popolazioni? Se le democrazie sono tali, e cioè se il corpo sociale aderisce alle decisioni dei suoi rappresentanti (con tutti i loro limiti e fallibilità umane, s’intende), lo stato di eccezione non può forse essere un esercizio del potere da parte del corpo sociale stesso? Non potrebbe essere questa, la lezione della pandemia, rispetto alla riflessione di Agamben e dei filosofi che riflettono sulla biopolitica? La Storia non si ripropone sempre uguale, non è fatta solo di guerre, monarchie assolute e totalitarismi. Forse, la “novità” di questa pandemia, è che essa aggiunge un corollario, o un’applicazione storica solitamente poco analizzata, al nodo teorico dello stato di eccezione: non solo come costrizione dall’alto, ma come potenzialità collettiva, espressa da un organismo sociale tutto sommato consensuale.

Mi sembrano parziali le analisi lette in queste settimane che, da un lato, si limitano a vedere le norme messe in atto dal governo come un’imposizione, un abuso di potere, un pretesto sfruttato per instaurare una sorta di totalitarismo orwelliano, la realizzazione dei peggiori incubi e profezie distopiche, eccetera; e che, dall’altro lato, si stupiscono della sostanziale obbedienza della popolazione. A me sembra che queste analisi non mettano insieme le due metà: norme e obbedienza. Come mai gli italiani, tutto sommato, obbediscono così docilmente? Forse perché sono d’accordo. Forse perché pensano che comportarsi così sia giusto. Forse perché pensano che sia una cosa buona. Forse perché vedono che è fatta per un ottimo fine, per una causa finale che farà del bene a tutti e a tutte, o che almeno diminuirà il male, anche se a prezzo di attuali e future sofferenze.

Non comprendo le accuse di Agamben alla Chiesa e alla scienza. Mi risulta che siano decine i sacerdoti, i medici e gli infermieri – cioè uomini e donne di scienza – che muoiono proprio perché si trovano in prima fila durante questa pandemia. Mi mancano invece i dati aggiornati su quanti filosofi e scrittori siano deceduti in queste settimane assistendo i moribondi o seppellendo i morti di Coronavirus.

E poi, che cosa comporterebbero le esortazioni di Agamben alla Chiesa? I sacerdoti dovrebbero stare presso i moribondi: così, farebbero pagare a tutti la propria idea di martirio, contagiando a morte tantissime persone. Occuperebbero a loro volta molti posti in ospedale; sarebbe doveroso curarli; peccato però che il loro contagio non sarebbe causato da una fatalità ma da una infezione volontaria. Il suicidio è un’opzione di libertà, ma, se per commetterlo si contagia e si fa strage di chi non voleva morire, assomiglia pericolosamente al terrorismo. Ed è mal scelto l’esempio di san Francesco che abbracciava i lebbrosi per rinfacciarlo al Papa. La lebbra è poco contagiosa. Abbracciare i lebbrosi non è molto pericoloso.

In questo confinamento io non mi sento affatto «separato», come dice Agamben, dai miei simili: al contrario, la clausura solitaria mi fa sentire, come forse mai prima di oggi, fortissimamente unito all’umanità, anche quando sono solo: in una specie di corpo mistico, una comunità ideale realizzata. Il mio modo consueto di sentirmene parte, fino a oggi, era la mia forma di vita, cioè la scrittura: perché quando scrivo non sono mai solo, dato che il mio medium espressivo sono le parole, vale a dire delle entità inventate dalle generazioni che mi hanno preceduto e che sono usate anche dai miei simili; per loro tramite, io dialogo con i morti, con i viventi e con coloro che verranno. Questa pandemia fa assumere anche alla mia abituale postura fisica ed esistenziale, alla mia stanzialità – stare seduto a un tavolo fra quattro mura, a picchiare ostinatamente le dita su una tastiera alfabetica – un’appartenenza ancora più profonda al genere umano nella mia stessa condizione. Ovvio che amo la presenza, il dialogo dal vivo, la socievolezza, gli abbracci. Ma in queste settimane ho sentito con più intensità che non sono solo neanche quando sono chiuso in una stanza.

Io sono pronto, sebbene fra timori e tremori, ad affrontare le dure conseguenze economiche che questa situazione comporterà, se ora serve a risparmiare la vita dei più deboli. E mi sembra meraviglioso che una società accetti delle drastiche rinunce, e sia pronta ad affrontare durissime conseguenze, per cercare di evitare che proprio i più deboli, i più esposti siano infettati e muoiano come mosche. Mi sembra ancor più meraviglioso che questi provvedimenti siano il contrario dell’eugenetica, dato che, come stiamo riscontrando via via che la pandemia si diffonde, i più esposti al virus sono i vecchi.

Si sta rinunciando a una quota della propria libertà per tutelare non i più giovani e forti, o i bambini, ma i più vecchi (nonostante dei vecchi sia stata fatta strage per un’insensata e colpevole gestione delle case di riposo [1]). Non so quante volte questo sia accaduto nella storia umana. Perfino se le misure che sono state adottate in queste settimane dovessero rivelarsi, in futuro, un eccesso di cautela, trovo che quel che si sta facendo sia eticamente meraviglioso, perché dimostra che, in situazioni di necessità, un’intera società è disposta consapevolmente ad agire soprattutto in favore dei più deboli, pur sapendo di pagare per questo un prezzo altissimo, sia nel presente che in futuro. A me questo sembra il contrario della barbarie, mi sembra il vertice della civiltà, una magnifica smentita culturale alla ferocia del darwinismo naturale e alla sopravvivenza del più adatto, un segno di speranza nell’umanità e nelle sue risorse morali fattive, e sono fiero di dare il mio contributo personale a questa enorme impresa collettiva.




[1] Alcuni pensano invece che i morti nelle case di riposo testimonierebbero che la premurosità verso i più anziani è solo retorica ipocrita. Penso che sia un’argomentazione fallace, che allarga a tutta la società la responsabilità di alcuni suoi organi precisi. La gestione esiziale – se verrà confermata da indagini e giudici – di alcune case di riposo, semmai, è tanto più colpevole in quanto ha tradito e contraddetto ciò che il resto della società stava facendo, dal lavoro di medici e infermieri dentro i reparti di terapia intensiva (oltre al coraggio di chi ha denunciato la situazione dall’interno di alcune case di riposo, rischiando il posto di lavoro), alla morte di medici e infermieri e sacerdoti, alla pazienza dei cittadini confinati in casa. È tanto più grave perché ha vanificato in parte quegli sforzi. Nota del 9 maggio 2020.





pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 21 aprile 2020