Ti andrebbe di scrivere quello che voglio io?

Tiziano Scarpa e Roberto Ferrucci



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Caro Roberto,
“ora è il tempo dell’emergenza, poi si verificheranno le responsabilità”, è il ritornello di questi giorni. E nel frattempo si è riaccesa la discussione sui tempi della riapertura.

A proposito di responsabilità, e di tira e molla su chiusure e riaperture, mi è tornata in mente la fine di febbraio, quando si discuteva sul da farsi. Vorrei raccontarti cosa è successo a me in quei giorni. È solo un episodio, ma oltre a ricordare lo scetticismo e le marce indietro con cui si è affrontata la pandemia, può servire a illuminare qualcos’altro: come vengono usate certe categorie professionali nei media e nell’opinione pubblica. L’ho detto in modo astratto. Il senso è: “degli scrittori a noi giornali non frega una cippa, ma ogni tanto tornano utili, perché gli facciamo dire quello che vogliamo”.

Allora: il 27 febbraio ricevo un messaggio dal redattore di uno dei principali quotidiani italiani, con cui non collaboro (attualmente non collaboro con nessun giornale). Il testo dice:

«Buongiorno sono Ics Ypsilon, del quotidiano Zeta. Il mio giornale vorrebbe chiederle un pezzo su come è bella e godibile Venezia in questi giorni, no turisti, prezzi stracciati, bel tempo. Le andrebbe?»

Ricorderai senz’altro cos’era in gioco in quei giorni: governatori e sindaci del Nord erano preoccupati più per l’economia che per la salute, facevano resistenza alle misure preventive, alla chiusura di alberghi, ristoranti, bar eccetera. Da cui, all’inizio di marzo, le campagne #milanononsiferma, #bergamononsiferma#, #brescianonsiferma. E anche #venezianonsiferma.

L’articolo che mi proponevano di scrivere, nelle aspettative di quel giornale, doveva evidentemente lanciare questo invito: “Turisti, approfittatene: Venezia è più conveniente che mai e ci si sta benissimo perché non c’è gente in giro”.

Mezz’ora dopo, sempre la mattina del 27 febbraio, ricevo un altro messaggio, dal caporedattore di un altro giornale, che appartiene allo stesso gruppo editoriale:

«Ciao Tiziano vedo nella nota quotidiana che riceviamo dai cugini di Zeta un tuo articolo dal titolo Venezia e l’elogio del silenzio… possiamo condividere gli articoli e lo prenderei molto volentieri. Lo hai già scritto o lo scrivi nella giornata?»

“Venezia e l’elogio del silenzio”… Anche se non avevo nessuna intenzione di scrivere quell’articolo, la redazione aveva già preparato il titolo con cui impacchettarlo e farlo girare. (Perché, tra l’altro, non conta che cosa è scritto dentro gli articoli, ma cosa dicono il titolo e gli occhielli, che sono sempre scritti dalle redazioni, mai dagli autori, e spesso sono le uniche cose che si leggono in un giornale).

L’articolo non l’ho scritto, e a ripensarci provo sollievo. Altri scrittori e scrittrici in quei giorni si sono prestati a questo gioco. Non li biasimo: debolezza umana, un paginone su un giornale nazionale, tempi incerti in cui c’era chi diceva che era solo un’influenza… Ma al di là di questo, da episodi simili spicca come certe redazioni considerano gli scrittori (cioè i cittadini esterni al loro sistema): ciuffi di panna con cui guarnire le loro focacce. Non ti pare?
Ciao!
Tiziano

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Caro Tiziano,
lo stesso giorno è successo anche a me. Concordo con uno dei principali quotidiani nazionali un mio articolo sulla Venezia vuota. Io però gli dico che scriverò del disagio che la città provoca vista a quel modo, e tu lo sai bene perché in quei giorni l’abbiamo girata insieme e ne eravamo sbigottiti. Anche se va detto che ne sapevamo poco anche noi, di quel che stava accadendo. Mi dicono che va bene, che ero libero di scrivere quel che volevo. E io l’ho scritto. Ho scritto del contrasto drammatico di quel momento, con la città finalmente libera dalle invasioni quotidiane di turisti cui siamo abituati da molti anni e la consapevolezza che si trattava di un vuoto malato, di un’anomalia virale. Ma qualche ora dopo avere mandato l’articolo, per la prima volta da quando scrivo, mi si chiede di cambiarlo. Di punto in bianco, più o meno tutta la stampa nazionale, che per giorni aveva messo in allarme il Paese, decide che bisogna tornare a una visione positiva. Mi arriva una mail dove mi si dice di ritoccarlo considerando “che è cambiato il vento, c’è voglia di riaprire e di ripartire”, soprattutto perché l’editoriale del giornale avrebbe parlato proprio di questo “cambio di sentimento, dal panico alla ripartenza”. Non si trattava dunque più di un virus, ma di un sentimento. Data della mail, 27 febbraio 2020, tre giorni dopo la scoperta dei primi casi di contagio, ormai veri e propri focolai, in Lombardia e Veneto. Io ovviamente mi sono rifiutato, non ho ritoccato nemmeno una virgola, e il mio intervento non è mai uscito. Lo ha pubblicato così com’era “il manifesto”, qualche giorno dopo.

Perciò, caro Tiziano, concordo con te. Gli scrittori sono elementi “di spalla” dei quotidiani. Quando serviamo a qualcosa, eccoci lì, in pagina, ma proprio di spalla, accanto all’articolo di cronaca. Siamo quelli a cui si chiedono gli “articoli di colore”. Ho sempre detestato questa definizione. Qualche giorno dopo, sul quotidiano francese Le Monde, mi sono rifatto, mi hanno chiesto di fare quel che sappiamo fare (bene o male, non lo so): di raccontare. Ma sì, dài, qua e là ci sono ancora spazi per noi, a nostra completa disposizione, senza far da spalla a nessuno, senza dover tener conto di come cambia il vento.
Un caro saluto
Roberto








pubblicato da t.scarpa nella rubrica giornalismo e verità il 19 aprile 2020