DAL SOTTOVUOTO. Poesie assetate d’aria

Matteo Bianchi



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Samuele Editore ha pubblicato in tempi rapidissimi un’antologia di poesie scritte durante la pandemia. Si intitola Dal sottovuoto. Poesie assetate d’aria, è già disponibile in formato pdf e ebook, si può acquistare qui.
Ecco alcune pagine dalla nota introduttiva del curatore.
[T. S.]

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LE PAROLE PER DIRE LA COSA

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Sine die, tra espedienti e contingenza

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................................La verità non è separabile dall’ossessione
................................che dalle figure dell’apparenza emerga, ................................senza apparenza, salvezza.

................................T. Adorno, Minima Moralia

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La solitudine, sia mistica sia solamente forzata, è stata spesso il propellente invisibile che ha acceso il silenzio interiore, che ha smosso l’immobilità di fondo di svariate penne italiane. Una su tutte fu quella di Dino Campana: il poeta scriveva grazie alla contrapposizione tra “io lirico” e “moltitudine”, alla dialettica che si imponeva tra “tempo” e “fuori tempo” quale rapporto tra l’individuo e i ritmi della sua comunità di appartenenza. Dal sottovuoto. Poesie assetate d’aria mette nero su bianco la volontà di confrontarsi sul tema dell’isolamento, di una quarantena tanto improvvisa quanto obbligata. L’idea è scaturita dalle sparute riflessioni trapelate sul web, ovvero dalla necessità sommersa di molti intellettuali di liberare un vuoto interiore che una volta confinato rimbombava con maggiore violenza. «Dovremmo pronunciare ogni parola vera come fosse un’agonia o un testamento» [1], sosteneva Ceronetti. Senza la pressione delle scadenze e data la gravità della situazione in cui si innestano queste pagine corali, non ci sarebbe bisogno alcuno di un contesto minaccioso, o peggio, di un pretesto letterario per masticare “la verità” rendendo ulteriori manifestazioni di narcisismo degne di attenzione. «Va cioè trascesa la realtà mistificata e mistificatoria» [2]: già dal titolo, dal sottovuoto appunto, la collettanea fa riferimento a una condizione che precede l’azione, una sorta di anti-reale raggiunto da echi e presentimenti, ma privo di negazioni se non quelle dei divieti esterni, dove l’esistenza di ogni io lirico coinvolto è percepita solo in potenza e non raggiunge mai l’atto concreto. Non si può avverare.

Per la letteratura rimane una questione di vita o di morte e in tempo di crisi ha sempre anticipato la cura: Antonio e Cleopatra, Re Lear e Macbeth furono le opere che Shakespeare compose durante la quarantena dovuta all’esplosione della peste bubbonica. Nel primo decennio del regno di Re Giacomo i teatri di Londra rimasero chiusi più a lungo di quanto non fossero stati aperti a causa della pestilenza. La compagnia del bardo, The King’s Men, dovette affidarsi a regali reali e tour provinciali per sopperire gli incassi mancati. Shakespeare stesso da bambino sopravvisse a malapena a un focolaio che uccise i suoi fratelli maggiori [3]. Inoltre è stato a lungo ipotizzato che il bardo si sia tramutato in poeta quando la peste chiuse i teatri nel 1593; parrebbe persino che il bacio immortale del suo popolare Venere e Adone sia stato ispirato dal desiderio di trovare un antidoto, una salvezza.

Long may they kiss each other, for this cure!
O, never let their crimson liveries wear!
And as they last, their verdure still endure,
To drive infection, from the dangerous year!
That the star-gazers, having writ on death,
May say, the plague is banish’d by thy breath.

È fondamentale che la sensibilità di Shakespeare e il suo ordine morale siano tutt’uno con le voci dei suoi character e l’ambientazione storica nella quale erano calati, alimentando grazie al genere che padroneggiava un moto dialogico e indagatore capace di investire lo spettatore. Il quesito esistenziale passava dal palco alla platea. E per i lettori di questo volume sarà lo stesso. «La poesia non dà, certo, una soluzione, ma ci fa accorgere» [4], rammenta di recente Maria Borio riguardo un breve saggio di Mario Benedetti, Lo stupore, la lucidità (1988), caratteristiche che denotano la poesia un atto di coraggio e non un’illusione sommaria.

La solitudine, comprensiva di remore e di riserve, a volte ha dato slancio alla capacità rigenerativa dei trentacinque autori coinvolti che, paradossalmente, non avrebbe altrimenti goduto della medesima corrente d’aria; altre, invece, il distacco fisico ha nutrito quello critico, amplificando la loro visione rispetto alla loro vista.

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Smentire i luoghi comuni per riuscire a dimenticare

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................................Ciò che conta è l’evidenza
................................del già (mille volte) sentito […]

................................Barthes, Bouttes, 1979

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«Facere de necessitate virtutem» è la sentenza di San Girolamo che invita a fronteggiare con buona disposizione d’animo, non controvoglia, le faccende da svolgere obbligatoriamente. Una pandemia che costringe in clausura oltre un miliardo di persone è un movente così decisivo da non poter essere ignorato a priori come una trascurabile casualità, né ridotto alla solita boutade per stampare altra carta e battere cassa quando il silenzio non può più essere abbastanza. «Per recepire ciò che normalmente non riusciamo nemmeno a immaginare è necessario un intenso raccoglimento» [5], appuntava Franco Loi nel suo taccuino. Non c’è stata alcuna intenzione di strumentalizzare un momento drammatico, tantomeno di estetizzare un dolore condiviso; tutt’al più di anestetizzarlo facendolo vibrare. Non va tralasciato, infatti, il tentativo di opporsi al panico generalizzato, di scongiurare una paura che se fomentata avvelenerebbe irrimediabilmente il futuro comune. «Eravamo già ciechi nel momento in cui lo siamo diventati, la paura ci ha già accecato, la paura ci manterrà ciechi», ammoniva Saramago in Cecità (1995).

Restringendo il campo linguistico alla tipologia di morbo, per Boccaccio e per Manzoni i termini “peste” e “appestato”, come “plague” per Shakespeare, non si sono rivelati fattori di biasimo da parte della critica dell’epoca. La peste era una minaccia schiacciante, devastante, che per essere accettata doveva prima essere circoscritta e definita. Parimenti, i cambiamenti che l’attuale pandemia sta imponendo agli esseri umani del XXI secolo non hanno precedenti e, reversibili o meno, di sicuro lasceranno una traccia nell’evoluzione della lingua italiana. Termini come “coronavirus” e “Covid-19” diventeranno di uso talmente comune da non farci più caso. Tuttavia, proprio per evitare che il volume subisse la croce della cronaca, è stata posta la disputa direttamente agli autori, facendo loro presente quali reazioni rudimentali avrebbe potuto provocare un utilizzo mimetico della terminologia coniata dall’emergenza e lasciandogli la facoltà di scelta.

Gli inediti sono stati poi ordinati quasi si trattasse di un sentiero, di un percorso per riappropriarsi del mondo di fuori attraverso le loro impressioni, favorendo un dialogo tra poesie provenienti da clausure personali, che nella fame d’aria manifestata si tendono l’una verso l’altra. Tramite le risorse intime di ciascun autore e la riaffermazione di ogni individualità, i versi trasformano incontri, oggetti e gesti abitudinari in testimonianze emblematiche di una realtà oramai irreparabile. «Nella nostra cultura e nella nostra società l’originalità è considerata come una virtù pressoché in tutti i contesti: è un segno di distinzione» [6]. Nel nostro caso l’alto livello di originalità si è rivelato sostanziale e rigoglioso, lontano da pose appariscenti o argomentazioni di superficie, poiché velleitarie e inefficaci per il nostro fine. Leggendoli come fossero anelli intrecciati di un’unica catena, che cozzano e risuonano a seconda dell’armonia, ci si rende conto di quanto il bisogno autentico e senza soluzione di isolarsi, di allontanarsi da un rumore più o meno riconosciuto, fosse già insito in loro e cercasse talvolta appagamento per mantenerli in equilibrio. I testi di Luigia Sorrentino, per citarne un paio, provano che per applicarsi all’ascolto sia indispensabile rifiutare il rumore. Lo ammetteva Fortini in Un’altra attesa (1958): «Dentro, dove tu sei, non vedi più. / Se non, contro il soffitto, dai cortili / qualche filo di lume o dalla bruma / il chiaro della città verso cena».

Non a caso, non c’è partizione anagrafica dei presenti; d’altronde, è risaputo che soggettività nate e cresciute in un determinato periodo storico e accomunate da media e supporti di conoscenza accessibili a chiunque possano maturare risposte presumibilmente simili, o quanto meno complementari rispetto alla loro concezione di attualità. Sconfessando anche se parzialmente – per via dei consueti “strumenti umani” [7] – le antologie generazionali precedenti, dai Poeti degli anni zero (a cura di V. Ostuni, Ponte Sisto 2010) in avanti la suddetta deduzione non è più scontata, siccome la quantità di frammenti disuguali e di gradazioni tonali in cui viene scomposta ogni prospettiva, subendo continue amplificazioni o riduzioni mortifere da parte dei social, si allontana troppo da un orizzonte condivisibile così la miriade di colori che escono da un solo candido raggio condotto in un prisma, o il sovrapporsi di significati in base alla prospettiva con cui si guardi un solo significante secondo Calder e i suoi Mobile. Limitarsi a registrare un panorama esperienziale selezionando i nati in un decennio piuttosto che in un lustro, dunque si dimostra vano nel frangente in cui si estingue la volontà di interpretare il reale vissuto, di cimentarsi con una chiave di lettura, di misurare la propria temperatura interna in rapporto ai fattori esterni, terribili, fatali.

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Hanno partecipato al volume: Alessandro Agostinelli, Erminio Alberti, Lucianna Argentino, Franco Arminio, Alberto Bertoni, Maria Borio, Franco Buffoni, Anna Maria Carpi, Valentina Colonna, Flaminia Cruciani, Maurizio Cucchi, Francesco Forlani, Tiziano Fratus, Giovanna Frene, Tommaso Giartosio, Fabrizio Lombardo, Franca Mancinelli, Gerardo Masuccio, Stella N’Djoku, Roberto Pazzi, Umberto Piersanti, Giancarlo Pontiggia, Rossella Pretto, Eleonora Rimolo, Valentino Ronchi, Federico Rossignoli, Paolo Ruffilli, Anna Ruotolo, Gabriella Sica, Stefano Simoncelli, Tiziano Scarpa, Luigia Sorrentino, Mary Barbara Tolusso, Mariagiorgia Ulbar, Gian Mario Villalta. PNG PNG


PNG PNG MATTEO BIANCHI, 33 anni, si è specializzato in Filologia moderna a Ca’ Foscari sul lascito lirico di Corrado Govoni, sulla cui poetica ha poi curato l’Annuario govoniano di critica e luoghi letterari (La Vita Felice, 2020). È libraio, giornalista pubblicista e collabora con varie testate del Gruppo Gedi, con “Left”, “Poesia” di Crocetti, “Leggere:tutti” e “l’immaginazione”. Ha pubblicato le raccolte Fischi di merlo (Edizioni del Leone 2011, Premio Rabelais, Premio Turoldo), L’amore è qualcos’altro (con Alessio Casalicchio, Empirìa 2013), La metà del letto (Barbera 2015, Premo Metauro, Premio Città di Sassari, finalista Premio Caput Gauri), Fortissimo (Minerva 2019, Premio Maconi Giovani) e la plaquette Un’ombra in due (L’Arca Felice, 2014), in parte interpretata dal cantautore Germano Bonaveri.

È stato presentato su “Gradiva” (Olschki, State University of New York) sia da Giancarlo Pontiggia sia da Francesco Scarabicchi. Suoi versi sono apparsi nelle antologie In questo margine di valigie estranee (a cura di E. Pecora, Giulio Perrone 2011) e Il silenzio acuto del mattino (a cura di G. Sica, Giulio Perrone 2012), nel Quadernario (a cura di M. Cucchi, LietoColle 2016), nel numero antologico della rivista “Función Lenguaje” (n. 8, 2019) dedicato alla poesia italiana contemporanea, a cura di P. Ruffilli con le traduzioni di Josè Luis Reina Palazon, e su “Soglie”, “Capoverso”, “La clessidra” e “Il Filorosso”. Suoi contributi critici, invece, su “Il Ponte”, “Semicerchio”, “Letteraria”, “Il Segnale” e “Atelier”, di cui ha curato il monografico sulla poetica di Anna Maria Carpi (n. 73, marzo 2014). È stato tradotto in inglese, francese, tedesco, olandese e spagnolo. Per Alce Editore ha curato i volumi sull’opera integrale di Filippo Secchieri, Scintillazioni. Tutte le poesie (2015), con Jean Robaey e Alessandro Scarsella, e di Rita Montanari, Viaggio a ritroso. Poesie 1988-2016 (2016).




[1] G. Ceronetti, Poesia e solitudine, in Come un talismano, Adelphi, Milano, 1986, pag. 169.

[2] G. Ferri, La ragione poetica. Scrittura e nuove scienze, Mursia, Milano, 1994, pag. 13.

[3] D. Pollack-Pelzner, Shakespeare wrote his best works during a plague, “Theatlantic.com”, 14 marzo 2020.

[4] M. Borio, «Accorgetevi», “Poesia.blog.rainews.it”, 2 aprile 2020.

[5] F. Loi, Il silenzio, Mimesis, Milano, 2012, pag. 24.

[6] S. Bartezzaghi, Banalità. Luoghi comuni, semiotica, social network, Bompiani, Milano, 2019, pag. 40.

[7] Una vetrina di accadimenti soggetti allo scarto inevitabile tra intenzione e realizzazione, una rassegna dei limiti entro i quali possiamo amarci. “Umano” per Sereni significava possibile, non ideale. Gli strumenti sono le parole, potendo darci all’altro solo con esse o con i gesti (cfr. V. Magrelli, Millennium poetry. Viaggio sentimentale nella poesia italiana, il Mulino, Bologna, 2015, pp. 163-7).





pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 17 aprile 2020