Cosa ci accade durante la reclusione da Covid-19? La parola agli esperti: i carcerati di lungo corso

Silvio Bernelli



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Letteratura autobiografica carceraria? Ecco un filone narrativo che interessava solo un certo tipo di lettori, e che oggi invece parla a tutti noi; noi che a causa dell’epidemia da Covid-19 siamo trincerati nelle nostre case, nelle nostre camere. Certo, la nostra - magari con qualcuno che amiamo accanto e certamente con tutti gli attrezzi tecnologici che ci consentono di restare connessi con il mondo - non è una carcerazione vera e propria. L’esperienza che stiamo vivendo non è neanche paragonabile a quelle ben più angoscianti, che spesso durano decenni, a volte un’intera vita, sopportate da scrittori che proprio in carcere hanno confezionato i loro libri; ma ora possiamo trovare nelle loro pagine alcuni spunti capaci di illuminare gli anfratti in cui anche la nostra mente - nell’orizzonte conchiuso dell’imprigionamento da pandemia - ci sta portando.

Un vero esperto di reclusione è stato certamente Jack Henry Abbott. Agli inizi degli anni ’80 la sua vicenda aveva fatto scalpore, e non solo per merito del suo libro Nel ventre della bestia (Mondadori, 1982, traduzione di E. Capriolo), ma anche a causa di ciò che era accaduto intorno alla sua pubblicazione. Tutto comincia con Norman Mailer. A fine anni ’70, il famoso romanziere americano sta scrivendo un libro su Gary Gilmore. L’uomo è stato condannato alla pena capitale in seguito a un duplice omicidio ed è destinato ad essere il primo ospite della camera a gas dopo la lunga sospensione delle esecuzioni avvenuta negli Stati Uniti tra anni ’60 e ’70. Dopo aver parlato pubblicamente del libro in corso d’opera, Mailer riceve una serie di lettere da una prigione americana. Le ha scritte proprio Abbott, che racconta la sua vita di "detenuto allevato dallo Stato". È un criminale passato direttamente dai carceri minorili a quelli di massima sicurezza, nei quali ha commesso una serie di crimini violenti che per lui significano carcere a vita in seguito al cumulo delle condanne. Profondamente colpito dal tono spietato e letterario degli scritti di Abbott, Mailer si adopera per la sua liberazione. Al termine di una campagna di opinione Abbott viene scarcerato in concomitanza con l’uscita di Nel ventre della bestia, che comprende molti degli scritti inviati a Mailer. Purtroppo non c’è molto da rallegrarsene. Passano poche settimane e Abbott uccide a coltellate un cameriere in seguito a una banale lite. L’uomo torna in carcere, dove si suiciderà nel 2002.

La condizione di Abbott, quella di un uomo che praticamente non ha mai conosciuto la libertà, può suggerire anche a noi cosa accade durante l’isolamento:

In segregazione la memoria si blocca. Penso a ognuna delle cose che ricordo e la studio in ogni particolare, in continuazione. La unisco ad altre cui l’accomuna il modo in cui la sento. Dopo un po’ cambia e comincia a staccarsi dai fatti e a confluire nella mia immaginazione. Qualcuno ha detto che essere è ricordare. La memoria percorre il terreno del tempo allo stato puro, non intralciata da ciò che è, indifferente a ciò che è stato e a ciò che sarà. Non viene arricchita da esperienze ulteriori. È un ricordo menomato, un ricordo privato di qualsiasi movimento che non sia quello del corpo isolato che percorre migliaia di miglia nei limiti della cella. Il mio corpo gioca con la mia mente, la mia mente gioca con il mio corpo; quanto più mi inoltro in questo terreno del tempo, nei miei ricordi, tanto più essi penetrano la mia immaginazione. L’immaginazione - il trasformare questo ricordo in quello, e quello in questo, attraverso tutte le permutazioni e le combinazioni possibili - sostituisce le esperienze ulteriori che lo intensificherebbero o per lo meno lo lascerebbero intatto.

Ecco, ora che il culmine emozionale della giornata è scendere in strada a gettare l’immondizia o imparare da un video tutorial a sfilarci i guanti in lattice, anche a noi, in minima parte sta accadendo questo fenomeno. Privata di nuove esperienze, la memoria stessa si atrofizza, si spegne. L’unica speranza è affidata all’immaginazione, all’invenzione. Un processo che, per sfuggire al pericolo dell’impazzimento, richiede l’acquisizione di una consapevolezza profonda, di chi siamo e del perché stiamo al mondo. E poi certo, una volta raggiunta, questa consapevolezza può anche riscattarla, una vita. È successo ad esempio a Edward Bunker.

Diventato celebre per i romanzi neri Cane mangia cane e Come una bestia feroce, Bunker aveva passato diciassette anni in carcere per crimini vari, molti dei quali commessi proprio dietro le sbarre. In gioventù era stato un rapinatore e grazie alla sua abilità era diventato un consulente di Hollywood. Insegnava alle grandi star del cinema a spaccare una vetrina di una gioielleria con il calcio di un fucile, a puntare un’arma, immobilizzare gli ostaggi. Le sue frequentazioni nel mondo del cinema l’avevano portato anche a recitare alcuni cameo, il più famoso dei quali resta certamente Mister Blue in Le iene di Quentin Tarantino. Bunker, un tipo che aveva anche il discutibile record di essere il più giovane criminale mai incarcerato a San Quentin, nella sua autobiografia Educazione di una canaglia (Einaudi, 2002, traduzione di E. Turchetti) racconta come siano state le sue disavventure carcerarie a convincerlo a guardarsi nel proprio (torbido) profondo.

Le autorità si domandavano se ero pazzo, e anch’io. Non in senso letterale: non soffrivo né di deliri, né di allucinazioni. Io soddisfacevo i criteri classici di quello che allora veniva chiamato lo psicopatico criminale (oggi viene definito sociopatico): un individuo che a parole si esprimeva come una persona sana, ma si comportava come un pazzo furioso. Era di un folle prendersela con il mondo intero, anche se era il mondo che aveva cominciato. Nell’idioma degli strizza cervelli, io avevo un "io" saturato dall’"es" e un "super io" ritardato nello sviluppo, che è qualcosa di simile alla coscienza, o un regolatore su un’automobile che impedisce di andare troppo forte. La letteratura in materia diceva che non esistevano trattamenti, anche se si sapeva che questa patologia si spegne sui quarant’anni. La mia speranza era di usare l’intelligenza per governare i miei impulsi. Sapevo che certi sociopatici hanno molto successo nella vita, e sapevo che le persone intelligenti non commettono crimini da poco. Nessuno abitava in una villa a Beverly Hills per aver scassinato casseforti.

Non c’è che dire. Bunker ha davvero sfruttato gli anni di detenzione per crescere in consapevolezza. Certo, sia lui sia Abbott, benché le loro vicende divergano drammaticamente, avevano passato buona parte dello loro vite in galera ben consci di essere colpevoli dei crimini per i quali erano stati condannati. Se invece finisci in galera per un crimine che non hai commesso, e che per il quale - dopo una sfilza di interrogatori e torture - ti dichiari colpevole, allora la prospettiva della carcerazione cambia completamente. È questo il famoso caso dei Quattro di Guildford, quattro nordirlandesi accusati ingiustamente di aver ucciso otto persone facendo saltare in aria due pub a Guildford, in Inghilterra, nell’ambito della guerra civile - neanche tanto strisciante - che ha contrapposto per decenni gli indipendentisti dell’Irlanda del Nord e le autorità britanniche. La storia è molto nota soprattutto grazie al film di Jim Sheridan del 1993 con Daniel Day-Lewis protagonista, Nel nome del padre, tratto dall’autobiografia del più famoso dei quattro, Gerry Conlon, Il prezzo dell’innocenza (Sperling & Kupfer, 1994, traduzione di B. Amato). Medesima vicenda, ma raccontata da un punto di vista più intimo e laterale, la troviamo in Anni rubati di Paul Hill e Ronan Bennet (Baldini & Castoldi, 1995, traduzione di R. Buffagni). Paul Hill è stato uno degli altri Quattro di Guildford. In carcere non ha fatto che pensare alla confessione estortagli dalla polizia.

Per quindici anni raccontammo a chiunque volesse ascoltarci - avvocati, sacerdoti, politici, giornalisti - la verità su ciò che era successo mentre eravamo in stato di fermo. Nei primi anni, perfino i più disponibili trovavano difficile prestare fede alla nostra versione. Per crederci, avrebbero dovuto accettare il fatto che dei poliziotti inglesi avevano adottato tecniche che di solito sono prerogativa dei regimi dittatoriali. E c’era anche chi - me ne rendevo conto, mentre gli parlavo si chiedeva: "Ma come è possibile che una persona confessi qualcosa che non ha commesso?". C’è gente che mi rivolge ancora adesso questa domanda: puoi raccontare quello che vuoi, descrivere le intimidazioni e la paura ma, alla fine, solo chi ci è passato capisce per davvero.

Ecco, noi ora in questa tragedia dell’epidemia da Covid-19 ci stiamo passando davvero. Ed è nostro dovere capire per intero cosa è accaduto e perché. Guardandoci dentro anche noi possiamo sentirci un po’ come Paul Hill. Perché anche noi siamo innocenti e allo stesso tempo colpevoli della reclusione a cui siamo stati condannati. Da un lato, come Hill non c’entrava nulla con le bombe nei pub di Guildford eppure passa quindici anni a rimproverarsi la confessione, noi siamo incolpevoli di un virus portato da un pipistrello del Sud- Est cinese; eppure siamo anche in infinitesimale parte responsabili di aver costruito un mondo in cui quello stesso pipistrello può essere portato vivo nel cuore di una città di undici milioni di abitanti. Una megalopoli collegata via aereo direttamente con noi, dove - per amara ironia della sorte - tra decine di prodotti realizzati a getto continuo per il mercato occidentale, vengono confezionate anche le mascherine che dovrebbero proteggerci.








pubblicato da s.bernelli nella rubrica terrestri il 14 aprile 2020