Salire sul tetto ad aspettare la luna

Debora Petrina



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In queste ultime notti ho preso l’abitudine di salire sul tetto, ad aspettare la luna gigante che sorge.
Quando avevo scelto questo appartamento ne avevo considerato la posizione strategica, l’esposizione alla luce e le misure del salotto, in funzione della dimensione del piano.
Non avevo quasi pensato al tetto calpestabile; che stupidaggine, un tetto, al massimo potrebbe servire per far asciugare le lenzuola, pensavo.
C’è voluta una pandemia per restituire al tetto tutto il suo valore.
Ci vengo ad ammirare il tramonto del sole, con tutto il disegno delle montagne e di un solo colle; osservo le case di altezze e forme diverse attorno e sotto di me, come se fossero compagne di sventura, e individuo le poche anime che percorrono le strade senza sapere di essere viste.
Dall’altro giorno ci vengo per la luna, solo per lei.
Mi appunto l’orario e salgo dieci minuti prima; è successo anche che la aspettassi per molto più tempo, quando ancora non avevo capito che ogni giorno la luna sposta il suo sorgere di un’ora e venti minuti.
Ma ora che le mie conoscenze astronomiche sono più forti, salgo puntuale, e aspetto.
Non ho portato l’orologio con me, ovvero il telefono, quindi mi affido al mio senso del tempo.
Ieri è sorta proprio alla destra di Santa Giustina, in linea col mio punto di osservazione.
In quell’occasione sono anche riuscita a riconoscere l’ospedale, un monolite gigantesco; non ci avevo mai fatto caso prima.
È strano come l’occhio veda improvvisamente elementi colossali che un attimo prima ignorava; o forse è solo un problema che ho io.
E così, nella brezza fresca della notte, conto mentalmente i minuti; dovrebbe essere l’ora, alzo il bavero del cappottino e aguzzo gli occhi.
Della luna, nessuna traccia.
In compenso dal palazzo di fronte spunta un uomo a petto nudo e in mutande.
Si muove rapidamente, come se dovesse sistemare qualcosa in fretta prima di tornare al suo appartamento dove una tv accesa lo starà aspettando.
All’improvviso svolta a sinistra, dietro gli abbaini, e sparisce dalla mia vista.
Il tetto del palazzo di fronte non ha gli sgabuzzini da un lato, come il mio; qui stanno tutti al centro, mentre la parte calpestabile è attorno, come un corridoio perimetrale a cielo aperto.
L’uomo rispunta dopo pochi secondi nel lato che guarda verso il mio palazzo, ritorna al punto di partenza e continua a camminare in tondo, in senso antiorario.
Fa cinque giri in quel verso; li ho contati, mentre ancora la luna non si vede.
Al quinto giro decide di cambiare senso di marcia, e viene verso di me; potrebbe arrivarmi giusto davanti al naso, se non ci fosse un vuoto di dieci metri fra di noi.
Nessun pericolo di contatto, penso. Ma mi avrà visto? Sono immobile come una statua nell’ombra, attaccata alla ringhiera col mio cappottino a quadri bianchi e neri, nessuna luna ancora ad illuminarmi.
Già, la luna, che fine avrà fatto?
L’uomo sta percorrendo già l’ottavo giro in senso orario e la sua camminata è sempre più goffa; da qui non vedo bene, ma credo che indossi delle ciabatte.
Avrei scommesso in una maggior disciplina nella distribuzione dei sensi di marcia: cinque da una parte e altrettanti dall’altra, come ci si sarebbe aspettati da chi, in un periodo di quarantena forzata, avesse scelto come attività motoria quella di girare intorno al suo tetto.
Ma non posso distrarmi! Non sono venuta qui su a guardare un uomo che cammina in mutande.
Dov’è la luna? Perché tarda così tanto?
Mi muovo dal mio punto di osservazione; mi sposto più a sinistra, quasi rasento il muro... ed eccola lì! La vedo, già sopra l’orizzonte.
Bastarda... È ben lontana da Santa Giustina, è quasi attaccata alla Specola, chilometri e chilometri più a destra di ieri! È sorta dietro a un gruppo di alberi che me ne hanno nascosto il nascere.
Rossa, enorme, butterata, schiacciata in alto, sembra un ammasso di pietra infuocata, un asteroide che si sta stia per schiantare sulla Terra.
E invece dalla Terra sale lentamente ed inesorabilmente, come un corpo partorito, espulso a fatica e subito galleggiante nell’aria, trainato da un filo invisibile.
Non riesco a staccare gli occhi, devo tenerli incollati a lei, seguendone in ogni istante la traiettoria grave e implacabile e la variazione di forma e colore; la sto venerando, come una divinità.
Tutt’a un tratto mi ricordo del mio uomo.
Giro gli occhi e lo intravedo per un attimo: ha finito il suo decimo giro ed è sparito velocemente dietro la porta che dà sulle scale interne.
Dell’epifania straordinaria che si è celebrata di fronte a noi non s’è manco accorto.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica terrestri il 14 aprile 2020